Giorgiorgio va a puttane. Letteralmente.

Ou… comunque le brasiliane, no? Dio poi, tutte troie! Tutte!
Il Canta, Febbraio 2010

Quali sono le principali caratteristiche di una giornata di merda?

Tutto va a rotoli fin dall’inizio, amico.

Ti alzi, prepari il caffè ma ti dimentichi di mettere l’acqua e bruci la guarnizione della caffettiera. Allora bestemmi in maniera ricercata mentre cerchi di disperdere con le mani il fumo che aleggia in cucina. Spegni il fuoco e apri tutte le finestre consapevole che comunque il tanfo di gomma carbonizzata non abbandonerà i locali per almeno un paio di giorni.

Poi vai in cesso a pisciare. Ti guardi allo specchio mentre ti lavi le mani e decidi che puoi raderti il giorno seguente. Afferri lo spazzolino ma il dentifricio è finito così ti accontenti di un risciacquo veloce con il colluttorio che hai acquistato all’hard discount sei mesi prima senza una ragione precisa.

Scendi in strada, arriva il solito autobus pieno di gente e tu ci sali.

Tieni una mano sopra lo zaino perché la fibbia della chiusura a cinghia si è spaccata da un’eternità e qualche giorno perciò tutto finirebbe a terra se non lo facessi; l’altra è stretta attorno a uno dei paletti metallici che fanno da sostegno all’interno del mezzo pubblico.

Squilla il cellulare.

Ce l’hai nella tasca dei tuoi puzzolenti e untissimi jeans luridi che non lavi da tre settimane.

Molli il palo, infili la mano nei calzoni e, proprio in quel momento, l’autista frena inaspettatamente per evitare di fare fuori un gatto che attraversa la strada senza guardare da una parte e dall’altra per assicurarsi che non sopraggiunga alcun veicolo. Stupidi inutili animali.

E tu? Be’, tu finisci con la faccia tra le tette di una sessantenne seduta davanti a te.

Lo zaino si apre e il suo contenuto finisce disordinatamente tra le gambe dei pendolari che affollano il bus assieme a te.

Giornata di merda, vaffanculo al mondo.

– “Incredibile, ti dico! Pazzesco…”, sussurrò Giorgiorgio al vicino.
– “Ma cosa succede di preciso?”, lo interrogò lo studente alla sua sinistra, smorzando la voce con il palmo della mano.
– “In pratica c’è uno col cappello da cow-boy e il cazzo in tiro che si fa una sega su un divano, no?”
– “Eh?”
– “E insomma arriva una bionda e quello prima comincia a prenderla a sberle sulla figa… ma forti! Poi la afferra per i fianchi, la rovescia dall’altra parte, le pianta l’uccello in culo e, mentre è lì che le somministra una dose supersize di cazzate anali, quella cosa fa?”
– “Cosa?”
– “Si mette a cagare! Dappertutto! Allora lui estrae il cazzo ed è tutto pieno di merda, no? Un casino infernale, ti dico. Ma aspetta… la cosa pazzesca è che il tizio è contento, sembra proprio che la merda gli piaccia un sacco! Cioè: si mette in ginocchio per farsi cagare in faccia perché quella è in fase di pieno squirting marrone… solo che sbaglia i tempi, arriva un secondo in ritardo e quella gli deposita uno stronzo fumante proprio sulla tesa del cappello da cow-boy, cazzo!”
– “Ce l’hai ancora il link?”
– “Sì, te lo mando via facebook dopo quando arrivo in appartamento.”, lo rassicurò Giorgiorgio.
– “E quindi, come è già stato più volte sottolineato…”, disse la voce amplificata “Oltre alle differenze anatomiche, esiste un altro genere di differenze tra uomo e donna. Si tratta di differenze di natura socio-culturale che influenzano la vita di tutti… ahem… voi, laggiù in fondo. Lei con quella scopa in testa e lei con il calzettone multicolor aderente a strisce sopra i capelli rasta.”

Il docente di metodologie sociologiche interruppe la loro discussione. Giorgiorgio fece finta di nulla, afferrò la penna e si mise a scarabbocchiare qualche appunto. “Tua madre ciuccia i cazzi a tutti, li lecca da cima a fondo e poi se li mette dentro la fregna grondante di ogni genere di umori, tua madre.”, scrisse in fretta e furia.

– “Dico a voi due, carri allegorici!”

Giorgiogio si guardò attorno, quindi sollevò la punta della bic dal quaderno e la mosse verso il suo naso, con la bocca leggermente socchiusa e un’espressione interrogativa in volto… “Io?”

– “Già, proprio lei e il suo amico Bob Marley.”, lo canzonò il professore. L’assemblea rise, “Chiudete la fogna se avete intenzione di rimanere qui, altrimenti mettete le gambe in spalla e fuori dai coglioni, grazie.”
– “Ma io, noi, cioè… in realtà non avevo sentito l’ultima roba che aveva detto e allora no? Io stavo chiedendo…”, cercò di giustificarsi Giorgiorgio.
– “Ho capito. Fuori dai coglioni, grazie.”

I due raccolsero le loro scartoffie, le gettarono alla rinfusa dentro gli zaini e lasciarono l’aula goffamente, inciampando sugli scalini. Mentre la porta automatica si chiudeva alle loro spalle, sentirono che il docente diceva qualcosa e l’intera assemblea, di rimando, rideva di gusto.

– “Che figura di merda…”, disse Giorgiorgio scuotendo la testa, “E chi lo passa più l’esame con quello adesso?”, aggiunse.

Lasciarono la sede distaccata dell’università e si avviarono per le strette vie della città senza dirsi nulla; si separarono dopo aver camminato assieme per qualche centinaio di metri. Giorgiorgio si diresse alla fermata dell’autobus che l’avrebbe riportato al lurido appartamento che divideva con un altro paio di studenti che, esattamente come lui, non avevano idea di cosa sarebbe stato di loro da lì a cinque anni. E nemmeno di lì al giorno dopo, se era per quello.

Si sedette sulla panchina e attese che giungesse il bus numero dodici, guardò la gente camminare soffermandosi a osservare il culo a tutte quelle che passavano.

“E loro sanno di avere un gran bel didietro… altrimenti perché si vestirebbero in quel modo?”, pensò grattandosi la testa, “Magari ti distrai per una frazione di secondo più del dovuto, quelle ti beccano con le pupille dilatate piantate sulle loro chiappe e ti guardano come se fossi la controfigura del mostro di Milwakee… maledette troie ipocrite. Schifose puttane.”, continuò a torturarsi la cute della nuca.

D’improvviso un uomo sfrecciò di corsa davanti alla panchina, nell’impeto della fuga, lasciò cadere qualcosa a terra, giusto davanti a Giorgiorgio.

Il ragazzo si sporse in avanti e, pochi istanti dopo, un altro uomo sopraggiunse correndo come un dannato.

– “FARABUTTO! LADRO! DROGATO!”, urlava l’inseguitore.

Finì addosso a Giorgiorgio, scaraventandolo a terra. Quindi imprecò, riacquistò in qualche modo l’equilibrio e riprese a correre.

Il ragazzo, stordito, riuscì a rimetteresi in piedi faticosamente. Una bella botta, davvero.

Attese qualche istante, controllò che entrambi gli uomini fossero abbastanza lontani, piegò la testa di lato e notò che c’era qualcosa sul marciapiede. Si chinò e raccolse da terra un borsello di modeste dimensioni che il fuggiasco si era lasciato alle spalle. Era piuttosto pesante.

Giorgiorgio aprì con cautela la chiusura lampo e diede un’occhiata all’interno. C’erano un sacco di monete da uno e due euro.

– “Fanculo a zia!”, esclamò, “Quello deve aver scassinato un distributore automatico di sigarette, o di preservativi, o entrambi… qui ci devono essere almeno duecento euro in monetine…”, un sorriso si allargò sul viso del ragazzo.

Si guardò attorno circospetto, assicurandosi che nessuno lo stesse osservando, chiuse la cerniera del borsello, lo infilò furtivamente all’interno della giacca e si allontanò fingendo che nulla fosse successo. A quel punto rimaneva solo da decidere come avrebbe impiegato il malloppo.

Percorse a piedi i tre chilometri che lo separavano dall’appartamento in poco più di mezz’ora; giunto allo stabile, salì rapidamente le scale, entrò, gettò la giacca sul divano sgualcito del soggiorno-cucina e si sedette al tavolo.

Contò le monete con la punta della lingua che sporgeva dall’angolo sinistro della bocca… duecentosessantaquattro euro tondissimi.

Ci si poteva fare un sacco di cose con quella grana. Per esempio avrebbe potuto massacrarsi il fegato di birra al pub vicino all’università per almeno tre finesettimana di fila; a pensarci bene, avrebbe anche potuto pagare le bollette del riscaldamento e dell’elettricità ma cassò in breve tempo quello scenario… in fin dei conti si trattava di un colpo di fortuna e “quando succedono cose del genere, bisogna per forza rendere indimenticabile l’evento…”, meditò Giorgiorgio tra sé e sé.

I suoi occhi caddero su un periodico locale di annunci gratuiti che uno dei suoi compagni di appartamento aveva lasciato sul pavimento vicino al divano.

Fu come se una lampadina si fosse accesa sopra la sua testa… a dirla tutta, si trattava del maledetto faro del porto che illuminava l’intero promontorio di San Francisco con una luce talmente intensa che si sarebbe riuscito a contare tutti i maledetti bulloni sulla struttura metallica del Golden Gate.

Si alzò di scatto e raccolse il giornale da terra. Sfogliò velocemente le pagine fino a giungere alla sezione “amicizie particolari”.

Giorgiorgio aveva già il cazzo in allarme; non ricordava più quanti eoni erano trascorsi dall’ultima volta che si era fatto una sana sgroppata come si deve. Era passato tanto di quel tempo che era giunto alla conclusione che la vulva fosse in realtà una chimera, una creazione della fantasia, un’entità astratta che qualcuno si era inventato di sana pianta per mandare avanti il Mondo. D’accordo: c’era il porno su internet ma, al giorno d’oggi, con i computer si riusciva a creare qualsiasi cosa e lui, giusto una settimana prima, era andato al cinema a vedere uno di quei film americani di fantascienza con budget infinto… e non credeva ai suoi occhi… se si riescono a creare cose del genere con l’impiego della grafica computerizzata, be’ la vagina era davvero una cazzata da quattro soldi.

Rise da solo. “Ragazzi, che scopata mi sto per fare! Grassa, unta, luculliana!”, proclamò entusiasta.

Scorse gli annunci uno dopo l’altro finché si imbatté in…

Bambola latina 23enne mora, molto più di una bella ragazza! Vieni a trovarmi e saprai il perché.

Seguito da un numero di cellulare.

Giorgiorgio estrasse il telefonino dalla tasca e compose nervosamente il numero. Dopo quattro squilli qualcuno, dall’altra parte, rispose.

– “Ciao, ammorre! Io soy Shamaloya do Brassssssìo… tu come te chiama?”
– “Ciao bellissima! Sono Giorgiorgio e ho una voglia matta di… ahem… conoscerti di persona… dove sei?”
– “Io soy viscino stassione di treno, via Mameli numero oito, ammmorrreeee…”
– “Ooooocccchei, arrivo subito!”, Giorgiorgio si diete una ravanata al pacco.
– “Tu vuoi fare boca o ammmorrre? Opure vuoi boca y ammmmorrre tambem, opure tu vuole ammmorrre especial di Shamaloya como Rio De Janeiro?”
– “Eccheccazzo… guarda, vengo lì e spacco tutto… prendo il pacchetto completo, crepi l’avarizia!”, Giorgiorgio saltellò eccitato.
– “Ok, ammmmmorrre…. tu vedrai che no dimentica Shamaloya do Brasssssssssìo.”
– “Puoi scommetterci il culo, ragazza. Arrivo, ciao!”, interruppe la conversazione, indossò la giacca che aveva gettato sul divano poco prima e corse fuori dall’appartamento, quasi rotolando giù dalle scale. Poi si rese conto di aver dimenticato qualcosa, bestemmiò, risalì due rampe, lottò con la serratura per qualche secondo e rientrò nell’appartamento. Afferrò il borsello con le monete sopra il tavolo e si precipitò nuovamente all’esterno dell’abitazione senza curarsi di chiudere la porta a chiave.

Non era il caso di aspettare l’autobus, non aveva voglia di andare a piedi perché ci avrebbe messo troppo tempo, si guardò attorno e vide una bicicletta da donna incustodita appoggiata al muro dall’altra parte della strada.

– “Fanculo!”, disse.

Attraversò la via, inforcò il velocipede e si mise a pedalare come un forsennato.

– “Scopare-scopare-scopare-scopare! Ammmorre di Rio De Janeiro! Sississì, ti metto il mio salsicciotto nella tua chierichetta e poi ti carroponto il culetto! Wooohooo!”, canticchiò senza curarsi della gente che lo osservava sfrecciare su una Graziella.

Giunse, in pochi minuti, al numero 8 di via Mameli. Era un vecchio stabile che aveva un gran bisogno di essere ristrutturato.

Compose nuovamente il numero di Shamaloya che rispose quasi subito.

– “Pronto, ciao ammmmore!”
– “Ohulà! Sono sotto casa tua. Apri il portone!”
– “Sì, ammmmorre… tu viene al secondo piano.”
– “Oh eccome se vengo! hai voglia che vengo! Ti faccio vedere io come vengo! Yuppie!”

Salì rapidamente le scale e, giunto al secondo piano, diede un’occhiata al pianerottolo. C’era un lungo atrio con quattro porte, tutte chiuse e senza alcun genere di indicazione.

Rimase immobile a ponderare su cosa avrebbe potuto succedere se avesse bussato all’uscio sbagliato… magari era un ambulatorio dentistico, o lo studio di un notaio… e, a quel punto, cosa avrebbe potuto fare?

– “Buongiorno, io in realtà cerco Shamaloya… dovrebbe abitare qui vicino, lei non è che mi può indicare la porta giusta? No, non mi serve un’otturazione… quella voglio farla io, hehehehehehe!”; niente da fare, non si poteva fare.

Sentì un cigolio alla sua sinistra, sul fondo dell’atrio, una porta si aprì, proiettando, attraverso la fessura, una lama di luce rossastra.

– “AH-HA!”, esclamò Giorgiorgio schioccando le dita. Quindi si precipitò in quella direzione.

Entrò lentamente e osservò l’ambiente.

Le tapparelle erano abbassate. Era un monolocale: c’erano un divano di pelle chiara appoggiato a una parete e, al centro della stanza, un voluminoso letto a due piazze con lenzuola nere e due anelli di metallo che sporgevano dalla testiera. Due lampade alogene a luce rossa illuminavano lo scannatoio.

Musica a basso volume, appena percettibile: “Moments In Love” degli Art of Noise.

Il ragazzo mosse un altro paio di passi all’interno, la porta venne chiusa alle sue spalle e lui si voltò a destra per vedere chi si nascondeva dietro la stessa.

Shamaloya do Brasssssìo.

Un metro e novanta di muscoli guizzanti, tonalità ebano chiaro.

Quinta di seno.

Capelli corvini neri fino a metà schiena.

Negligé di pizzo nero.

Calze di nylon autoreggenti dello stesso colore.

Tacchi a spillo di almeno una decina di centimetri.

Pene lungo almeno il doppio dei tacchi a spillo, pendulo e sornione tra le cosce di Shamaloya do Brasssssìo.

Non eretto.

Non ancora.

– “Ciao ammmorre.”
– “Ciao…”, Giorgiorgio deglutì. Una goccia di sudore scese da una delle sue tempie fino allo zigomo.
– “Tu vuole ammmmore especial de Rio De Janeiro, vero?”
– “Io…”
– “Tu ha portato soldi?”, Shamaloya osservò il borsello che il ragazzo teneva stretto nella mano destra.
– “Sì ma, a ripensarci, io sono uno studente fuori-sede di scienze della comunicazione e la mia ragazza studia in un’altra città… e io sono sempre solo… sì, insomma, è stato un momento di debolezza da parte mia. Tu capisci, vero? Come dire… non me la sento di fare una cosa del genere perché lei mi ama e so che non farebbe mai uno… ahem… sgarro così turpe a me. È stato un errore. Be’, allora grazie di tutto, scusi per il disturbo e arrivederci.”, Giorgiorgio fece un passo indietro.
– “Muito rapido, eh?”, Shamaloya fu più veloce e si mise di mezzo tra la porta e il ragazzo; “Quando tu prende appuntamento da dottore, tu va e lui te visita… quando tu prende appuntamento con mi por ammmmmorre de Rio De Janeiro, tu fa ammorre de Rio De Janeiro… e paga. Antes!”, aggiunse. Quindi sferrò un poderoso pugno allo stomaco di Giorgiorgio e gli sfilò il borsello dalla mano.

Shamaloya si mosse verso il letto al centro della stanza, afferrò qualcosa che somigliava a un grosso cubo di velluto nero da dietro la testiera e lo sistemò sulle lenzuola. Quindi tornò dal ragazzo ancora tramortito e rannichiato in posizione fetale sul pavimento, lo afferrò da dietro per l’orlo dei jeans e, senza alcuno sforzo, lo sistemò di peso prono sul cubo. Aprì il cassetto del comodino e ne estrasse due paia di manette con le quali assicurò i polsi di Giorgiorgio agli anelli metallici che sporgevano dalla testiera.

– “Ora tu è pronto per ammmore de Rio De Janeiro.”, Shamaloya lo osservò dall’alto allo stesso modo in cui un gatto affamato guarda una ciotola piena di crocchette di manzo.

Giorgiorgio si riebbe e, girandosi, si accorse, sgomento, che il pene non era più flaccido tra le cosce di Shamaloya ma si ergeva maestoso e aveva acquistato qualche centimetro in lunghezza e circonferenza.

– “Oh porca troia… no! Senti, i soldi puoi tenerli: dentro il borsello ci sono duecentosessantaquattro euro in monetine. Tutti tuoi, slegami e amici come prima, ok?”
– “Niente da fare, amico. Io sono un cazzo di professionista. Tu paghi? Be’, io eseguo quello per cui vengo pagato… voglio dire pagata.”
– “Hey, com’è che hai perso di colpo il tuo accento portoghese?”
– “Quella è una stronzata che ho imparato a fare col tempo perché piace ai clienti. Io, in realtà, mi chiamo Aronne e sono di Quinto di Treviso.”
– “Fanculo… ma sei negro!”
– “Nah, mi strafaccio di carote e raggi UVA. È tutta una messa in scena, ragazzo.”
– “Be’, a prescindere da come la vedi tu, io ho intenzione di rimanere vergine di culo. Quindi, se non ti dispiace, toglimi queste stronze manette e vattene a fare in culo! Tu, l’amore di Rio De Janeiro, i raggi uva e…”
– “Questo dici?”, Aronne sorrise e puntò l’indice in basso, vero il suo cazzo inverosimile.
– “Esatto anche quello! Ce l’hai il porto d’armi per andare in giro con quell’affare? Cristo, che schifo!”
– “Hey, non disprezzarlo così tanto finché non l’hai provato.”, Shamaloya/Aronne si grattò lo scroto e, con l’altra mano, si liberò della parrucca corvina. Aveva la testa perfettamente rasata.
– “Oh no… Gesù Cristo, no! Ti prego, sarò buono! Non voglio essere deflorato analmente da Kojak con la quinta di reggiseno.”, Giorgiorgio si mise a piangere.
– “Dacci un taglio, vedrai che ti piacerà un sacco e dopo non potrai più farne a meno!”, lo rassicurò Aronne, poi si avvicinò, estrasse da qualche parte un bisturi e, con lo stesso, tagliò con grande maestria i jeans e le mutande che indossava il ragazzo.
– “No! Posso darti un sacco di soldi se mi lasci andare! I miei hanno un mucchio di grana, mio padre è avvocato! Un avvocato cazzutissimo! Vuoi una macchina nuova? Una macchina fica, dico! Una di quelle col GPS e il tettuccio elettricAAAAARRRRGHHHH!”, fu come se una lontra avesse scelto il suo buco del culo come tana per il letargo invernale. Una lontra? Un elefante marino con le pinne e tutto quanto, piuttosto.
– “Si lamentano tutti all’inizio… PRENDI QUESTO! E QUESTO, TROIETTA! Ma, una volta che superano lo shock iniziale… E ANCHE QUESTO, PUTTANELLA! È tutta un’altra storia e si mettono a miagolare più cazzo!, ancora cazzo! e avanti così.”, Shamaloya non gli diede tregua.

La tortura proseguì per quella che a Giorgiorgio sembrò un’eternità finché, finalmente, lo shuttle Discovery che gli era violentemente penetrato nel colon uscì dall’orbita del suo intestino.

– “Non dai proprio soddisfazione, ragazzo.”, si lamentò Shamaloya/Aronne, “Di solito, quando incasso, porto il lavoro a termine ma con te non c’è davvero speranza. Uno può sudare finché vuole ma farti godere è come cercare di scaldare un iceberg. Io ci rinuncio, anche se per me è una sconfitta professionale.”, liberò i polsi del ragazzo.

Giorgiorgio rotolò sul materasso e finì sul pavimento.

– “Per colpa tua non riuscirò più a cagare giusto per il resto della mia vita, razza di bastardo pentasessuale figlio di puttana!”, era più incazzato che dolorante.
– “Oh andiamo, non metterla giù così dura. In fin dei conti hai provato qualcosa che non avevi mai fatto prima, no? Vedila da un’altra prospettiva: si tratta di un formidabile e freschissimo argomento di conversazione, grazie a me sei una persona più interessante, puoi parlare di questa nuova eccitante esperienza, hey!”, Aronne si stava pulendo il glande con la carta igienica.
– “Brutto sacco di merda con le tette finte! Mi hai anche fottuto duecentosessantaquattro euro. Inculato due volte. E mi hai tagliato i jeans… e le mutande! Come ci torno a casa adesso?”
– “Come sei arrivato fin qui, credo.”, Shamaloya spalancò le ante dell’armadio e cominciò a frugare in mezzo ai vestiti.
– “In bicicletta? Dovranno passare almeno un paio di settimane prima che riesca di nuovo a stare seduto su una sedia foderata con dieci cuscini di piumino d’oca! Come cazzo pensi che riesca a pedalare fino al mio appartamento? Nudo per giunta!”, stava schiumando di rabbia.
– “Infilati questo e vattene a cagare fuori di qui.”

Giorgiorgio si chinò e raccolse da terra una sottoveste rosa a fiori.

– “Mi prendi per il culo?”
– “Sempre meglio che girare per strada con le chiappe al vento, no? Aria adesso.”
– “VAFFANCULO!”

Giorgiorgio si infilò la sottoveste e uscì dal monolocale sbattendo la porta.

Per strada tutti lo guardarono. Alcune ragazze adolescenti puntarono l’indice in sua direzione, si dissero qualcosa all’orecchio e risero tra loro.

Da parte sua, il ragazzo era troppo infuriato per prestare attenzione al pubblico; era talmente fuori di sé che quasi non avvertiva più il bruciore alla sua fabbrica di cioccolato.

Giunse alla fermata dell’autobus davanti alla stazione. Non aveva con sé il portafoglio dove teneva l’abbonamento delle autovie urbane e le sue tasche erano vuote. Già, non aveva più nemmeno le tasche dato che aveva lasciato i brandelli dei jeans sul pavimento dello scannatoio di Shamaloya/Aronne.

Si sedette sulla panchina.

La donna di mezza età che occupava il posto vicino a lui si alzò immediatamente allontanandosi di qualche passo.

Di lì a qualche minuto l’autobus si fermò davanti alla panchina.

Giorgiorgio si alzò e salì.

Anche all’interno del mezzo pubblico tutti lo guardarono con un misto di curiosità, disprezzo, divertimento e schifo.

Il ragazzo continuò a far finta che la cosa non lo riguardasse tanto, ormai, la giornata era andata come era andata e non c’era modo di porvi rimedio. Voleva solo arrivare a casa, farsi un bidet di tre ore, buttarsi a letto e dimenticare tutto, anche se l’infiammazione all’uscita d’emergenza posteriore non gli avrebbe semplificato il piano per niente.

E poi accadde.

All’improvviso.

Una luce abbagliante lo accecò.

Cadde a terra.

– “Hey, tutto bene?”

Giorgiorgio aprì gli occhi. Era sdraiato a terra, sul marciapiede.

Attorno a lui c’erano alcune persone che lo guardavano dall’alto.

– “Sta rinvenendo.”, disse qualcuno.

La testa gli faceva male e parlare gli sembrava una missione impossibile. Ma si sforzò comunque di farlo.

– “Cosa mi è successo?”, chiese al paramedico che lo osservava.
– “Ti sei trovato a essere il protagonista involontario di un inseguimento a piedi. O meglio: un tabaccaio appena derubato ti ha travolto mentre correva dietro a un drogato che gli aveva fottuto l’incasso e tu sei finito, di peso, col culo su un palo di ghisa e, subito dopo, con la testa sul sanpietrino e hai perso i sensi per… be’, per un bel po’ di tempo. Probabilmente non è nulla di grave ma ti portiamo comunque al pronto soccorso per accertamenti.”
– “Com’è che si chiama?”, chiese Giorgiorgio all’infermiere dopo che i suoi occhi ancora annebbiati erano casualmente finiti sulla sua targhetta identificativa.
– “Aronne.”

Il ragazzo perse nuovamente i sensi.

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16 responses to this post.

  1. Sei un fottuto scrittore. Me la sono proprio goduta questa

    Rispondi

  2. Posted by Anonymous on marzo 1, 2010 at 08:13

    “Io, in realtà, mi chiamo Aronne e sono di Quinto di Treviso”
    LOL
    E anche kojak con la 5a di reggiseno 🙂


    Nadja Jacur

    Rispondi

  3. no, vabbe’. vabbe’… vabbe’! e’ un fottuto capolavoro! 😀

    Rispondi

  4. Cazzo, questa è l’apoteosi del capolavoro! Cazzo, la professionalità di Aronne nel sogno mi ha commosso…

    Cordialità

    Attila

    Rispondi

  5. Troppo gentili. Arrossisco. Comunque, alla fine, è sempre puro cazzeggio a 24 carati.

    Rispondi

  6. Arpioni for Pulitzer.

    Senti…a me Giorgiorgio comincia a stare simpatico, hai tenuto presente di questo drammatico fattore?

    Stai per caso creando un Frankenstein?

    I commenti dal furry sono davvero moderati? Ho letto Treviso a mano Armata e sono morto.

    Stavo preparando Dragomir…che dici provo?

    Rispondi

  7. Fino ad ora è passato tutto, perfino “ki non okkupa preokkupa” di PDG. Quando ha risposto a me la prima volta dicendo che lei non è a favore della lotta armata, ho davvero rischiato un embolo.

    Rispondi

  8. Colpisco, get ready for that guys.

    Yossarian con il logging sbagliato pronto a colpire

    Rispondi

  9. Vai tranquillone, tanto ormai le abbiamo già irrimediabilmente inchiavicato il blog. 🙂

    Rispondi

  10. Fatto, commento in moderazione.

    Il testo te l’ho inviato via mail.

    Rispondi

  11. “Mi sono laureato in filosofia quattro anni fa, e dopo quattro anni di lavori in call centre, supermercati et similia, da circa un anno faccio il Master di BDSM (Bondage & Discipline Sadochism & Masochism).”

    Tu mi vuoi vedere stramuortokitammuorto.

    Rispondi

  12. Davvero notevole, complimenti!

    Rispondi

  13. Posted by Anonymous on marzo 2, 2010 at 00:51

    Arpioni, non ci credo se l’e’ bevuta TUTTA!

    HAHAHAHAHA

    vai a vedere , andate a vedere

    STO MAAALE

    ROTFL

    Yossarian sloggato

    Rispondi

  14. Il master BDSM comunista merita, da solo, un academy award. Come cazzo ti è venuto in mente? Come???

    In ogni caso tutta la vicenda merita un post che preparerò nei prossimi giorni.

    Bon, adesso scusatemi ma mi riattacco alla bombola d’ossigeno.

    Rispondi

  15. Arpions, stavolta fra me, te, Nadia, Pedro Vive, e Treviso a Mano Armata, mi sono letteralmente mutilato dalle risate.

    Se fai il post ovviamente lo segnalero’ da me.

    Grazie a Nadia, PDG, te, e gli altri.

    Mi avete fatto collassare.

    Rispondi

  16. Posted by Anonymous on marzo 5, 2010 at 20:17

    Perché non ti diverti con questo gruppo su fb ?

    http://www.facebook.com/group.php?v=wall&ref=mf&gid=152635014080

    Riporto:

    Nome gruppo : Tessera Virtuale Rifondazione Comunista

    Ci sono interventi arguti e notevoli come questo che riporto:

    Luigi Guevara io nn vi darò neanke un centesimo +…
    perchè dare soldi a ki si vergogna di definirsi e chiamarsi comunista???
    xkè invece della FEDERAZIONE DELLA SINISTRA NON SI TICOSTITUISCE IL PARTITO COMUNISTA???quanto vi piace quella poltrona…
    raccogliamo le firme nelle varie sezioni e ricostituiamo noi IL PARTITO COMUNISTA ITALIANO…
    NON ABBIAMO D CERTO BISOGNO D FERRERO DILIBERTO FERRANDO TURIGLIATTO ETCETC…
    IL PARTITO SIAMO NOI,NOI CHE TTT IL GIORNO CERCHIAMO DI FAR CAMBIARE IDEA A TUTTI ,DALLA FAMIGLIA AGLI SCONOSCIUTI…
    E A QST PUNTO XKè VOTARE QST ESEMPLARI SE NN CI RAPPRESENTANO +???
    PERCHè ALTRIMENTI VINCE LA DESTRA???
    BEH…PREFERISCO ESSER VINTO CONTRO UN MURO A TORSO NUDO CHE CANTARE LA VITTORIA BEN PROTETTO DA UNO SCUDO…
    VIVA IL COMUNISMO E LA LIBERTà…
    GENTE SVEGLIAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA

    Ovviamente c’è un eccesso di utenti con, come avatar, uno screenshot del che dal film di Soderbergh che, secondo me, crede che sia quello vero…

    Rispondi

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