Il Cipresso Dell’Arizona

Premessa: questa storia è vecchia e la conoscono (quasi) tutti. A me l’hanno raccontata quando ero ancora alle superiori.

In due giorni.

Esatto: quello che mi ha tenuto col naso per aria ad ascoltare le sue stronzate ha distribuito il racconto in due giornate dato che ci ha ficcato dentro ogni genere di particolare inutile. Al termine della “prima puntata” ha detto: “Bon, adesso devo andare via, finisco di raccontarti domani. Ciao, Dio can.”

La mia reazione ai “titoli di coda”? Volevo aprirgli il cranio a mani nude. Ma poi, trascorso qualche secondo, ho iniziato a ridere e l’ho solo mandato a cagare.

Ok, per chi ha il coraggio di andare avanti con questa merda…

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IL CIPRESSO DELL’ARIZONA
(DC-DB-DB)

Faceva un caldo dannato e l’impianto dell’aria condizionata del suo bilocale era passato a miglior vita la notte precedente. Quindi l’unica soluzione per sfuggire alla canicola era montare in macchina e fare un giro a Tempe per godersi l’aria condizionata dell’Arizona Mills, il centro commerciale più grande di Phoenix.
Kieran scese le due rampe di scale di corsa e si gettò all’interno dell’abitacolo della sua Civic maldridotta, c’erano almeno quarantatré gradi all’aperto e l’interno della vettura sembrava uno dei gironi dell’inferno. Anche l’impianto di condizionamento della sua vecchia carriola non funzionava come avrebbe dovuto così il ragazzo abbassò i finestrini e, una volta entrato nella Papago Freeway, spinse sull’acelleratore. Giunse a Tempe in poco meno di una decina di minuti e parcheggiò la macchina di fronte all’ingresso nord dell’Arizona Mills.
Entrò e fu subito investito da un rigenerante getto di aria congelata sul collo e le spalle.
Non aveva alcun piano, voleva solo rimanere là dentro il più a lungo possibile, magari fino al tardo pomeriggio, fino a dopo che il sole fosse calato dietro le colline rosse che circondano Phoenix; così cominciò a vagare senza meta all’interno del centro commerciale fino alla food court.
C’era solo l’imbarazzo della scelta: con qualche dollaro ci si poteva concedere un più che discreto carico di calorie e grassi saturi.
Si sedette a un tavolino al centro della sala e controllò quanta grana avesse a disposizione. Sfilò il portafogli dalla tasca posteriore dei suoi jeans sdruciti e diede un’occhiata all’interno.
Sei dollari e venticinque cents, hey! Avrebbe dovuto recarsi all’ATM più vicino per raschiare il fondo del suo misero conto corrente. Si aspettava che un impiegato della banca lo chiamasse per fargli sapere che aveva un debito a tre zeri con la società. Ci sarebbe stato da divertirsi a fargli sapere che lui era uno studente della ASU e che, il suo lavoro part-time da Pizza Hut, gli bastava appena per pagare l’affitto del suo sgabuzzino senza aria condizionata.
Avrebbe potuto chiedere aiuto ai suoi vecchi ma non se la sentiva di farsi spedire altri soldi dopo che sua madre gli aveva mandato un paio di cento dollari la settimana precedente perché era in ritardo con la bolletta del telefono. O meglio: con la sua parte di bolletta del telefono.
Proprio così: la “sua parte” era il vero problema perché il bilocale con bagno era condiviso con un altro studente che, contrariamente a Kieran, riusciva sempre ad arrivare alla fine del mese senza essere in ritardo con i pagamenti.
La fortuna di avere genitori con un conto in banca ipertrofico: il loro moccioso aveva sempre a disposizione i duecentocinquanta verdoni mensili per pagare la sua quota di affitto.
Cinquecento dollari per un bilocale puzzolente e mal arredato senza aria condizionata. Quella sì che era una rendita niente male, hey! Essere il padrone di un bilocale avrebbe potuto risolvere una buona parte dei suoi inconvenienti economici. Se avesse avuto a disposizione sessatamila bigliettoni, avrebbe potuto acquistare due buchi di culo di appartamenti, affittarli a quattro bastardi studenti o a messicani, chissenefrega?, e tirare su mille dollari al mese senza alzare un dito.
Manutenzione? Fanculo la manutenzione. Il padrone del bilocale dove viveva non metteva mano al portafogli per sistemare quel cesso di posto da almeno una decina d’anni.
Kieran digitò il PIN e diede un’occhiata al suo estratto conto.
Centosessantatré dollari e ventidue centesimi.
Avrebbe potuto comprarsi un sandwich da subway e mezzolitro di strawberry lemonade.
Prelevò cinquanta verdoni e si diresse nuovamente alla food court per riempirsi lo stomaco mentre aprofittava dell’impianto di condizionamento.
Decise che, a paranzo finito, sarebbe rimasto per un po’ col culo piantato sulla sedia a osservare la gente che passava, magari per guardare il culo delle ragazze e immaginare come sarebbe stato sfilare le mutandine a quella con i glutei più torniti.
Un modo come un altro per far passare il tempo e cercare di dimenticare che, per almeno dieci giorni, avrebbe dovuto cavarsela con pochi spiccioli. Be’, se ce l’aveva fatta fino ad allora, non c’erano ragioni per cui non sarebbe riuscito a tirare avanti fino all’ultima settimana del mese, giusto?
Si incamminò verso il bancone di Subway e si mise a osservare gli ingredienti di scarsa qualità disposti davanti a lui.
Verdura, salse e affettati di seconda scelta, se abbinati nel modo corretto, riuscivano a creare una sbobba che riempiva lo stomaco e non sapeva di topo morto, l’importante era saper scegliere bene.
Una ragazza se ne stava seduta dietro il bancone e lo osservava svogliatamente; probabilmente aprofittava di un momento di calma per far riposare le gambe dopo un lungo e noiosoissimo turno lavorativo. Conosceva la routine, anche lui aveva un bastardissimo impiego da quattro soldi che bastava solo a mettere assieme il denaro sufficiente per non essere sfrattato.
“Posso aiutarti?”, lo interrogò.
“Tranquilla, sto ancora dando un’occhiata a ciò che offre il menu.”
“Ok, io non mi muovo di qui per altri cinque minuti… spero che la mia collega non ritardi come al solito.”
“È uno schifo quando succede, vero?”
“Puoi dirlo forte.”
“È una delle ragioni per cui cerco sempre di avere l’ultimo turno: posso arrivare in ritardo, far incazzare chi mi precede, inventarmi una giustificazione fantasiosa ma poco credibile e guadagnare dieci minuti che mi pagano comunque.”
“Sei un sacco di merda rirardatario anche tu.”
“Hey! Il cliente ha sempre ragione. Stavo solo suggerendo di farti assegnare un altro turno lavorativo. Non possono rifiutarsi di farlo se hai una buona scusa in tasca. Gli dici che devi accompagnare tua madre al lavoro, che c’è una sola macchina in casa e che purtroppo non c’è altra soluzione. Una volta che ti danno un altro turno, puoi rendere la pariglia a chi ti ha fatto aspettare fino a oggi, giusto?”
“Allora cosa devo ficcare dentro il tuo sandwich?”
“Roba grassa e calorica, è tutto ciò che posso permettermi oggi. Devo riuscire a mettere in corpo la maggior quantità possibile di calorie in modo da arrivare fino a domani senza spendere un centesimo in più del budget quotidiano.”
Kieran diede un’occhiata alla ragazza e notò che non sembrava avere intenzione di alzarsi. Evidentemente la popolazione di fede “posso farlo più tardi” era in continuo aumento. Era circondato da confratelli della sua stessa religione, lo confortava non sentirsi solo nell’universo.
“Lavorare è una merda, dico bene? Proprio non ti va di schiodare il culo dalla sedia, giusto? Così si fa, hey!”, allungò lo sguardo per leggere il nome sul cartellino appeso al petto della ragazza.
“Specialmente se chi ti deve sostituire è in ritardo.”
“Prenditela comoda, Maeve.”
“Grazie, signor Sconosciuto.”
“Mi chiamo Kieran. Maeve è un nome irlandese, se non sbaglio.”
“E io non sono irlandese. Piaceva a mia mamma e basta. Ha consultato un dizionario dei nomi, ha scoperto che Maeve, in gaelico, significa inebriante e ha deciso che mi si adattasse alla perfezione.”
“Io invece sono irlandese dalla parte di mio padre. Il nome l’ha scelto lui e non ho mai cercato il significato su un dizionario dei nomi. Per quanto ne so, potrebbe anche significare figlio di troia.”
Maeve si mosse lungo il bancone senza alzarsi.
“Allora, come lo vuoi il tuo panino imbottito?”, gli chiese.
“Cosa diavolo… hai una… o mio Dio… sei su una sedia a rotelle…”
“Non ti si può nascondere niente, Sherlock.”
“Che razza di idiota sono… scusa per quello che ho detto prima… che figura di merda…”
“Lascia perdere, non è niente.”
Kieran si sentì mortificato. Non era la prima volta che qualcosa di inappropriato gli sfuggiva. Non sapeva cosa dire, non gli veniva in mente niente. Solitamente se la cavava con una battuta di spirito ma, quando hai a che fare con una paralisi dalla vita in giù, l’humor non è mai la soluzione ideale per risolvere un’uscita infelice.
“Tieni il becco chiuso ogni volta che hai a che fare con uno sconosciuto per evitare situazioni imbarazzanti del genere.”
Conosceva la regola ma non gli riusciva quasi mai di metterla in pratica perché era sempre troppo impegnato ad aprire la fornace e far uscire tutto ciò che gli passava per la testa senza pensarci su troppo.
“Scusami, sono stato davvero stupido.”
“Ho detto che non fa niente, non sei il primo e nemmeno l’ultimo. La colpa è del bancone che nasconde la sedia a rotelle.”, disse Maeve.
“La colpa è della mia boccaccia.”
“Sta arrivando la mia collega, in ritardo come sempre. Ti dispiace farti servire da lei? Io taglio la corda, non mi hanno mai dato un cent per gli straordinari.”
“Al diavolo il sandwich!”, Kieran fece un gesto con il braccio.
“È così grave? Ti è passato l’appetito?”, lo canzonò Maeve.
Kieran ebbe un’illuminazione.
“Non prendere quello che sto per dire in modo inappropriato. Hai qualche programma adesso?”
“L’autobus che mi riporta a casa, ecco il mio programma.”
“Senti che facciamo: ti riaccompagno a casa io e, per strada, ci fermiamo a mangiare da qualche parte. Non ci sto provando, voglio solo rimediare a una battuta infelice, ok? E so che non è un rimedio efficace ma serve solo a farmi sentire un po’ meno idiota.”
“Non fa niente. Ciao Kelly, grazie per essere puntuale come un orologio svizzero.”, Maeve si rivolse alla collega che si stava infilando il grembiule con il logo di Subway.”
“Scusa, Maeve.”, rispose la ragazza.
“Dev’essere la hit del giorno, quella.”, Maeve si mosse sulla sedia a rotelle e uscì da dietro il bancone. Kieran la seguì.
“Dico sul serio, non sono un maniaco o qualcosa del genere. Posso mostrare la mia carta d’identità alla tua collega, le do anche il numero di previdenza sociale. Voglio dire: se ti succede qualcosa, gli sbirri verranno da me e tutto il resto. Andiamo, lascia che mi senta meglio e che ti offra il pranzo.”, Kieran insisté.
“Davvero non fa niente.” Maeve sorrise divertita.
“Aspetta un attimo.”, Kieran si girò verso la collega ritardataria ed estrasse il portafogli dalla tasca posteriore dei jeans, incamminandosi verso di lei. “Hey Kelly!”, la chiamò a voce alta. La ragazza dietro il bancone si girò a guardarlo. “Mi chiamo Kieran O’Leary, abito al 747 di 7th Street, subito dopo l’incrocio con Camelback. Lo stabile si chiama Cambridge Court. Questa è la mia carta d’identità, questo invece è il mio numero della previdenza sociale. Sto per offrire il pranzo a Maeve. Se dovesse succederle qualcosa, sono stato io, ok?”
“Ok.”, rispose svogliatamente Kelly.
“Perfetto. Direi che, a questo punto, ti puoi fidare. Andiamo in un posto senza grosse pretese, offro io. Se vuoi puoi occuparti della mancia.”
“Non molli facilmente.”, Maeve sorrise. Era carina, capelli castani chiari lisci, occhi verdi e lentiggini.”
“È il mio modo di rimediare alle gaffes, hey! È la ragione per cui sono sempre al verde, devo imparare a tenere la boccaccia chiusa altrimenti finirò sotto un ponte… e a Phoenix ce ne sono davvero pochi.”
Maeve rise di gusto. Gli piaceva anche la sua risata, era una specie di esplosione.
Si chiese se fosse il caso di spingerla fino al parcheggio ma non era sicuro che fosse appropriato. Tanto valeva lasciare che le cose accadessero; se l’avesse vista in difficoltà, l’avrebbe aiutata senza chiederle il permesso di farlo.
Prese nota mentalmente di questa nuova regola che, in ogni caso, non sarebbe riuscito a seguire.
I buoni propositi lo avevano assillato lungo il corso di tutta la sua esistenza, per lo meno da quando era entrato in quella fase della vita che avrebbe dovuto comportare l’inizio della maturità.
Le fasi della vita, oh eccome.
Qualcuno che era venuto prima di lui si era inventato momenti fondamentali e obbligatori attraverso cui tutti dovevano passare per diventare maturi. C’era stato un bastardo che aveva definito con criteri rigidissimi il concetto di “maturità” e nessuno, in seguito, si era permesso di metterlo in discussione. “Buon senso”, lo chiamavano. Pareva che l’intera popolazione terrestre fosse d’accordo sul fatto che, all’età di Kieran, un individuo dovesse conoscere le proprie finalità e il proprio posto nel mondo per essere in grado di dare un’identità precisa a se stesso.
“Che caldo dannato!”
Kieran si scosse dal suo flusso di coscienza, stavano camminando all’esterno dell’Arizona Mills.
“Come?”
“Fa un caldo schifoso oggi.”, disse Maeve.
“Arizona del Sud, siamo in mezzo al deserto e ci sono cactus dappertutto. Tutto è esattamente come dovrebbe essere.”, disse Kieran.
“Mi stai dicendo che sono una conversatrice noiosa?”
“Mi stai dicendo che è meglio che tenga la boccaccia chiusa?”, sorrise.
“Sì, prima che cambi idea e decida che mio padre ha ragione quando mi insegnava a non parlare con gli sconosciuti né accettare i loro inviti a pranzo.”, scherzò.
“Hai così tanta voglia di salire su un autobus e sfanculartene a casa per conto tuo? Oppure è solo un modo come un altro per scaricarmi?”, acquistava confidenza col passare dei minuti; non era difficile andare d’accordo con Maeve. E quel sorriso, oh Dio, se lo avesse utilizzato nel modo giusto, avrebbe potuto ottenere qualsiasi cosa.
Arrivarono alla Civic, non avevano percorso nemmeno un centinaio di metri ma entrambi avevano la fronte imperlata di sudore. La canicola era davvero insopportabile quel giorno: il riverbero dell’aria bollente facreva fluttuare i contorni di ciò che li circondava.
“Ok, immagino che adesso dovrò prenderti in braccio o qualcosa del genere…”
“Spero di non dover essere costretta a chiamare la polizia perché uno sconosciuto mi molesta.”, disse Maeve, sorridendogli.
Kieran la guardò e avvertì qualcosa; un brivido lungo la schiena, una nuvola di farfalle nello stomaco. Cercò di non farci caso.
“Mettimi un braccio attorno al collo”, le disse, “Non pensavo che fosse così facile farsi gettare le braccia al collo da una ragazza”, scherzò, “Lo sportello è un po’ basso ma dovrei riuscire ad appoggiarti sul sedile senza problemi se abbassi la testa… uno, due, tre…” la sollevò e fu sorpreso dalla sua leggerezza. Si rese conto che, se avesse potuto stare in piedi, gli sarebbe arrivata al mento.
“C’è un modo per riporre questo affare?”, le chiese dopo averla fatta sedere al posto del passeggero.
“C’è una leva di sicurezza a sinistra, spingila in avanti. Il sedile dovrebbe chiudersi su se stesso.”, gli spiegò.
Kieran piegò la sedia a rotelle e la sistemò sul portabagli della Civic. Si sedette accanto a Maeve, avviò il motore, incrociò le dita e regolò l’aria condizionata alla massima potenza. Il motore della Honda perse immediatamente un po’ di giri e il ragazzo pigiò il piede sull’acceleratore per evitare che la macchina si spegnesse.
“Ti piacciono le bistecche? C’è un posto a Scottsdale dove si mangia la migliore carne dello Stato. C’è una griglia sistemata al centro della sala da pranzo. Tu prendi il pezzo di carne che preferisci e te lo abbrustolisci per conto tuo.”
“È il Benton’s Grill, giusto?”
“Sì, non esattamente quello che si dice un posto di classe ma è tutto ciò che posso permettermi, non racconto balle.”
Uscirono dal parcheggio dello shopping center e si immisero immediatamente nella freeway. Le rocce rosse scorrevano ai lati della strada.
Kieran si girò a osservare Maeve.
Era carina.
No, era indiscutibilmente bellissima: aveva abbassato il finestrino di qualche centimetro e l’aria le scompigliava i capelli, teneva il mento sollevato per evitare che il sole le finisse sugli occhi e continuava a sorridere.
Il ragazzo si sfilò gli occhiali scuri e li porse a Maeve.
“Hey, grazie!”, sorrise di nuovo e lui cominciò a sentirsi perduto, “Stai guidando, credo che servano più a te.”
“Mettili e niente discussioni.”, sorrise a sua volta.
Giunsero al Grill, il parcheggio era vuoto, erano gli unici clienti. Evidentemente il caldo non predisponeva la gente a mettersi a cuocere carne alla griglia quando, per qualche dollaro in meno, si poteva andare al fast food e starsene svaccati su un tavolo di formica lasciando che del lavoro sporco si occupassero quelli sul retro.
Kieran estrasse la sedia a rotelle dal retro della macchina e la aprì sull’asfalto. Quindi andò da Maeve, la prese in braccio e la fece accomodare. Senza chiederle il permesso, la spinse fino all’interno del locale.
“È aperto, vero?”, chiese Kieran all’uomo dietro il banco della carne.
“Fino a mezzanotte, amico.”
“Possiamo scegliere il tavolo che vogliamo.”
“Accomodatevi.”
Guidò Maeve a un tavolo vicino a una finestra che dava sulla strada.
“Non è esattamente un posto romantico ma, se non ti piaccio io, ti piacerà la bistecca. Ci so fare con la griglia.”
“Ho sempre trovato estremamente sexy gli uomini che cucinano per me.”
“Stai flirtando deliberatamente.”
“Continua a sognare.”
Si rese conto, all’improvviso, che l’handicap che aveva ingiustamente segnato l’esistenza di Maeve stava, in breve tempo, perdendo significato e importanza.
Non gliene fregava niente della sua condizione fisica: avrebbe potuto uscire con lei, presentarla ai genitori; non gli sarebbe dispiaciuto che diventasse la sua ragazza. Stava correndo un po’ troppo ma era da molto tempo che non provava qualcosa del genere, da quando aveva smesso di credere nei colpi di fulmine e nell’amore a prima vista perché aveva pescato dal mazzo l’ennesimo due di picche.
A dirla tutta, aveva smesso anche di credere nelle struggenti e appassionate storie d’amore; si trattava di materiale buono per i film con Julia Roberts e Hugh Grant, non per chi viveva in un bilocale senza aria condizionata.
Forse aveva incontrato le persone sbagliate e si era lasciato andare troppo presto. Tutta la sua vita era cosparsa di “troppo” e “troppo poco”; non era autocommiserazione, era la realtà dei fatti e non aveva alcuna intenzione di dare colpe ad altri o a ciò che lo circondava.
Cercò di indirizzare i pensieri in un’altra direzione.
Scelse due fette di carne di manzo magro, pagò e si diresse alla griglia ancora in preda al suo flusso di coscienza. Appoggiò il piatto con le bistecche crude sul ripiano vicino alla lastra bollente e si girò verso Maeve mostrandole il pollice per farle capire che aveva tutto sotto controllo. Buttò la carne sulla griglia e tornò al tavolo.
“Birra?”
“Acqua minerale, sono astemia.”
“Non fare complimenti.”
“Acqua non gassata, andrà benissimo.”
Kieran andò al bar e ordinò una bottiglia di acqua minerale e una birra per sé. Quindi tornò alla griglia per girare la carne. Sentiva lo sguardo di Maeve su di sé e ne fu lusingato. Evidentemente non era del tutto indifferente alle sue attenzioni.
Afferrò due piatti e vi depose sopra la carne cotta a puntino. Aggiunse un po’ di sale e qualche spezia che era a disposizione in una mini-rastrelliera nelle vicinanze della griglia, quindi andò a sedersi al tavolo.
“Buon appetito.”
“Sei gentile, sembri una persona a posto e sai cucinare la carne alla griglia. È la mia giornata fortunata.”, disse Maeve.
“Maeve… inebriante…”, sussurrò Kieran guardandola negli occhi, “I tuoi genitori hanno scelto il nome giusto. Ti si adatta alla perfezione.”, si trattava di un complimento che veniva dal cuore, il suo viso si schiuse in un sorriso radioso. “Non pensare che stia correndo troppo, di solito sono timido e non sono abituato a dire ciò che sto per dire a tutte quelle che incontro. Ci conosciamo da sì e no un’ora e so che dovrei aspettare prima di chiederti una cosa del genere.”, osservò il viso di Maeve, lei non smise di sorridere, i suoi occhi brillavano. “Vorrei rivederti, vorrei uscire di nuovo con te, mi piacerebbe davvero.”
“Sono una ragazza che si porta dietro qualche problema.”, lo ammonì, “Non ti sto respingendo… è solo che mi è già capitato di uscire con altri ragazzi che, all’inizio, sembravano essere pronti a tutto ma che, in breve tempo, si sono resi conto che non posso ballare, non posso camminare tenendoli per mano in spiaggia e tutto il resto… ci sono un sacco di cose che non posso fare, Kieran.”, spiegò.
“Mi sono dimenticato dei problemi che ti affliggono mentre guidavo. Non prenderla nel modo sbagliato… sto solo dicendo che, onestamente, la tua condizione fisica è del tutto ininfluente. Non so come il futuro potrebbe essere, so solo che non voglio che tu mi sfugga tra le dita.”
“Mi piaci. Davvero.”, disse, “Sto solo cercando di difendermi… se dovessi innamorarmi di te e tu dopo non te la sentissi di…”
Kieran non ebbe bisogno di sentirle dire altro. Si alzò, le afferrò il viso tra le mani e la baciò sulle labbra, interrompendola bruscamente. Lei rispose con passione, accarezzandogli il collo e la nuca con la mano.
“E adesso?”, la guardò negli occhi.
“Non avresti dovuto farlo.”, rispose Maeve e lo baciò di nuovo.
“Ci sono un sacco di cose che non avrei dovuto fare e questa non assomiglia a nessuna di quelle.”, le disse facendola sorridere ancora. Si sedette, allungò la mano e intrecciò le dita alle sue. “Allora, a che ora passo a prenderti questo finesettimana?”, insisté.
“Lavoro il finesettimana.”
“Ok, allora verrò al Mills e ti guarderò preparare sandwich.”
“Questo è stalking.”, scherzò Maeve. “Giovedì ho la giornata libera.”, aggiunse.
“Perfetto. Giovedì staremo assieme tutto il giorno. Pensa a dove vorresti andare. Guido io.”
“Sedona. Voglio andare alla Bell Rock e guardare il tramonto da là sopra.”
“Ti ci porto in braccio io.”
“Non ce n’è bisogno.”, sorrise Maeve, “C’è un sentiero lastricato, è sufficiente che tu mi spinga nei tratti più ripidi.”
“Affare fatto… hey… aspetta un attimo! Hai terminato il turno oggi, giusto? Da qui a Sedona sono solo due ore di macchina, possiamo andarci adesso.”
“A casa mi aspettano, non ho avvisato nessuno e sono già in ritardo.”
“Chiamali, ci parlo io.”
“Non si può fare.”
“Maeve.”, la guardò negli occhi, “Voglio stare con te il più a lungo possibile. Chiama a casa e di’ ai tuoi che esci con me. Non rientreremo tardi, promesso.”
“Sei un tesoro… io davvero non so…”
“Chiama!”, insisté Kieran.
Maeve estrasse il cellulare dalla borsa.
Terminarono velocemente il pasto e uscirono.
L’uomo corpulento con i capelli lunghi legati sulla nuca che lavorava dietro il bar fece l’occhiolino a Kieran e gli mostrò il pollice della mano destra in un gesto di approvazione. Il ragazzo sorrise e, passandogli vicino mentre spingeva Maeve, lesse il cartellino che aveva appuntato al petto: “Broderick Lancelot Burrowes”, un nome nobile che poco si adattava a un bestione del genere. Provò un moto di spontanea simpatia per lui.
Salirono in macchina e parlarono per tutto il tragitto. Parlarono di qualsiasi cosa venisse loro in mente, di ciò che speravano diventare, di quali fossero le loro aspirazioni, di ciò che amavano e di ciò che odiavano.
Kieran non lo chiese ma Maeve gli spiegò la causa della sua paralisi: era caduta dalla moto due anni prima. Un suo conoscente voleva portarla a fare un giro al Papago Park ma una macchina era sbucata improvvisamente da una strada laterale senza che il conducente si preoccupasse di guardare la strada; era impegnato a cercare una stazione radio decente.
Il suo amico non aveva fatto in tempo a frenare, la moto era finita contro la fiancata della vettura e loro due erano letteralmente volati.
Maeve si era fermata sull’asfalto dopo nove metri e aveva perso i sensi; si era svegliata al St. Joseph qualche ora più tardi. I suoi genitori erano seduti al lato del letto; suo padre stringeva la mano a sua madre e piangeva ma cercava di smettere. Era la prima volta che lo vedeva versare lacrime così aveva immediatamente capito che qualcosa era andato terribilmente storto.
Josh, il ragazzo che guidava la moto, se l’era cavata con una gamba rotta e avrebbe dovuto affrontare un lungo periodo di riabilitazione prima di poter tornare a camminare normalmente; lei invece non aveva bisogno di alcun genere di terapia riabilitativa: sarebbe vissuta su una sedia a rotelle per il resto dei suoi giorni, c’est la vie.
Kieran evitò di chiederle come avesse vissuto i mesi che avevano seguito l’incidente, rimase in silenzio per alcuni imbarazzanti secondi perché non gli veniva in mente niente di appropriato da dire.
Fu Maeve a cambiare argomento, volle sapere cosa facesse nella vita di tutti i giorni, la più generica delle domande. Ma andava bene comunque.
Lui le spiegò che era uno studente come tanti e che, come tanti, si chiedeva regolarmente se avesse scelto la facoltà giusta; le disse di avere qualche problema di ordine economico ma che i suoi lo aiutavano per quanto fosse loro possibile; aggiunse che la sua famiglia non era benestante e che lui cercava di tirare avanti come poteva in ogni caso.
Quindi si voltò a guardare Maeve, lei sorrise. Sembrava che non sapesse fare altro ogni volta che qualcuno le parlava. Capì che stava lamentandosi della propria vita senza avere motivi a sufficienza per farlo e cambiò subito registro.
Le disse che era un ragazzo fortunato fortunato. Le prese la mano e la portò alle labbra per baciarla.
Lei ne fu deliziata e appoggiò la testa alla sua spalla.
La Honda Civic uscì dalla Interstate 17 e si immise sulla 179 che porta direttamente al centro di Sedona. Raggiunsero la Bell Rock in breve tempo. Avevano viaggiato per circa un paio d’ore ma a loro il tragitto era sembrato molto più breve.
La macchina si inerpicò lungo la tortuosa salita che portava al parcheggio.
Kieran scese e, dopo aver sistemato la sedia a rotelle, prese in braccio Maeve.
“Se ti dicessi che ti amo, penseresti che sono un idiota?”
“Perché me l’hai detto o perché mi ami davvero?”
“Per entrambe le ragioni…”
“Hai paura di dirlo?”, lo interrogò lei. Quindi avvicinò il suo viso a quello di Kieran e si baciarono.
“Ti amo.”
“È stato difficile?”
“È la verità, è un fatto. È come dire che la Terra impiega ventiquattr’ore per compiere una rotazione sul suo asse.”, gli occhi di Maeve brillavano.
Lui la fece accomodare sulla sedia a rotelle e cominciò a spingerla in direzione del sentiero che portava all’osservatorio sulla cima della Bell Rock.
Non c’era nessuno e Sedona si stendeva ai loro piedi.
Si fermarono all’ombra di un cipresso dell’Arizona e lasciarono che la brezza accarezzasse la loro pelle.
“Voglio sdraiarmi vicino a te.”, disse Maeve.
“Ti coprirai di polvere rossa.”
“Non me ne frega niente.”
“Ok, allora.”
Il ragazzo la adagiò delicatamente sul terreno, con la schiena appoggiata sul tronco dell’albero, quindi le si sedette accanto. Lei appoggiò la testa sul suo petto.
“Riesco a sentire il battito del tuo cuore.”, disse.
“È regolare?”
“Hmmm… non molto.”
“Dovrò prenotare una visita dal cardiologo allora. Ed è tutta colpa tua.”
Maeve lo interruppe premendo le labbra sulle sue, gli passò le dita sul torace e poi tra i capelli.
– “Parli troppo.”, lo rimproverò con un filo di voce.
Kieran rispose al suo bacio con trasporto e, in breve tempo, furono avvinghiati l’uno all’altra.
Le loro mani cominciarono a esplorarsi vicendevolmente con desiderio crescente.
Mentre le tenebre scendevano velocemente, cominciarono a rotolare sul terreno, uno sopra l’altra.
Le dita di Kieran si fecero più insistenti e si infilarono sotto il cotone della maglietta che indossava Maeve. Non indossava il reggiseno e, quando lui le pizzicò i capezzoli, lei inarcò la schiena e i suoi gemiti furono smorzati dalla bocca del ragazzo sulla sua.
Erano al buio, ai piedi di un albero, le uniche luci erano quelle della città più in basso.
Senza chiederle il permesso, le sfilò i jeans e la baciò sopra il morbido tessuto degli slip. Quindi spostò l’orlo di cotone e la leccò, allargando le grandi labbra con le dita, si spinse più a fondo che poté con la lingua.
La sentì muoversi sotto di lui e spingere la sua testa contro l’inguine con le dita tra i capelli.
“Ti voglio!”, ansimò, attirandolo a sé.
“Anche io!”, Kieran si liberò a sua volta dai jeans.
“Aspetta…”
“Cosa c’è?”, il ragazzo si allarmò, temendo che lei ci avesse ripensato.
“Voglio farlo… in piedi…”
Lui la osservò nella penombra.
“So che sembra insensato… ma mi fa sentire… normale… mi fa ricordare di come ero una volta.”
“Tu non sei normale, Maeve; sei eccezionale…”, era sincero.
“Dico sul serio… voglio farlo in piedi.”, insisté.
“E in che modo?”
“Sollevami e fammi afferrare quel ramo. Ho le braccia forti come tutti quelli che sono costretti a utilizzarle più di quanto dovrebbero… riuscirò a stare appesa senza fatica.”, spiegò Maeve.
“Ne sei certa?”
“Assolutamente.”
Kieran la prese in braccio e la sollevò in alto. Maeve afferrò con entrambe le mani il ramo del cipresso.
“Ci sono.”, disse.
“Sei sicura di volerlo fare così?”
“Prendimi, Kieran. Ti voglio. Prendimi adesso!”, gli ordinò.
Kieran la baciò ancora.
Le loro lingue si intrecciarono e il ragazzo sentì che si stava nuovamente eccitando.
Lei se ne accorse e cominciò ad ansimare.
La afferrò per i fianchi e il suo pene eretto cominciò a strusciare sulla morbida pelle del ventre di Maeve.
“Sì…”, sussurrò lei.
La penetrò. Piano all’inizio. Poi cominciò a muoversi contro di lei, tenendola stretta.
I colpi si fecero più intensi e più veloci.
“Ancora!”, lo incitò ansimando.
“Oh mio Dio… sei così calda…”, era in estasi.
“Fermati!”, gli ordinò lei dopo qualche minuto.
“Che c’è adesso?”
Il sudore colava dalla fronte di entrambi.
“Mettiti dietro di me.”, disse lei.
“Dietro?”
“Sì, voglio che tu faccia… tutto…”
“Tutto?”
“Andiamo… non farmelo dire… arrivaci da solo…”
“Se è come credo… voglio che tu sappia che non ho mai fatto… quel genere di cose con una ragazza.”
“E con un ragazzo?”, lo provocò lei.
“D’accordo.”
Kieran si mosse, posizionandosi alle sue spalle. Quindi si massaggiò il pene ancora eretto e lo spinse con forza tra le natiche di Maeve, strofinando l’asta tra i glutei della ragazza.
“Non temere di farmi male…”, disse lei in un sussurro pieno di allusioni.
“Non sono sicuro che tu lo voglia fare sul serio. Maeve, non sei costretta a fare qualcosa che pensi mi piaccia.”
“Ficcamelo nel culo. Non pensarci troppo. Infilami il cazzo nel culo, porco!”
Kieran si sputò sulla mano e lubrificò con la saliva il glande. Quindi con entrambe le mani afferrò il ventre di Maeve e spinse il pene all’interno del suo orifizio anale.
La sentì gridare.
Non di dolore.
Cominciò a penetrarla con maggiore entusiasmo mentre, con le dita, le solleticava il clitoride.
“Oh mio Dio… è bellissimo. Ancora! Ancora! ANCORA!”
“Prendi questo! E questo! E questo! Ti piace il cazzo?”
“Sì, fino in fondo.”
“Oh sissississì, se continuiamo così non sarai in grado di cagare giusto per una settimana!”
Sentì di essere prossimo al climax ma si trattenne.
Voleva che lei venisse assieme a lui, consapevole che comunque non sarebbe riuscito a resistere molto a lungo.
Si impegnò per riuscire a pensare ad altro ma quella era davvero una delle scopate più gratificanti della sua vita.
Fu lei a trarlo d’impaccio.
La sentì irrigidirsi di colpo e, improvvisamente, un caldo getto di liquido scaturì da in mezzo alle sue cosce. Maeve venne in modo violento, squirtando come un’idropulitrice.
Cominciò a dimenarsi e a ringhiare, letteralmente.
E tuttavia rimase appesa al ramo.
Lui venne nello stesso momento, dentro di lei, nel suo intestino.
Poi si accasciò a terra, sudato e stremato.
“È stato bellissimo.”, disse ansimando.
“È piaciuto tantissimo anche a me.”, sussurrò Maeve, ridacchiando. “Kieran?”
“Cosa c’è?”, era ancora supino sul terreno.
“Potresti tirarmi giù da qui, amore?”
“Oh, al diavolo… scusami. Sono un disastro.”
Si alzò in piedi con uno scatto, la afferrò con delicatezza e la fece sedere a terra con la schiena appoggiata al tronco del cipresso.
La baciò nuovamente sulle labbra.
“Vuoi andare subito a casa?”, le chiese.
“Sarebbe la cosa più sensata, ci vogliono due ore per tornare a Phoenix e domani devo svegliarmi presto per andare al lavoro.”
Kieran la aiutò a rivestirsi, quindi la fece accomodare sulla sedia a rotelle e, non senza qualche difficoltà, scesero con cautela fino al parcheggio.
Percorsero il tragitto di ritorno in silenzio, tenedosi per mano e, di tanto in tanto, scambiandosi un bacio.
Lui le ricordò più volte di essere pazzo di lei e Maeve sorrise deliziata ogni volta che se lo sentiva dire.
“Dove stai?”, la interrogò quando giunsero a Phoenix.
“Peoria.”
Gli indicò la direzione per arrivare fino a dove abitava.
“So che ti sembrerà strano… vorrei che non mi facessi scendere dalla macchina davanti casa mia.”
“Perché no?”, Kieran la guardò con aria interrogativa.
“Mio padre. Lascia che ti spieghi: è buono, non mi fa mancare niente ma è un uomo di altri tempi. Se mi vedesse arrivare con te, mi farebbe mille domande, vorrebbe sapere cosa abbiamo fatto assieme e tutto il resto. Credimi, è meglio che, per questa sera, non ti veda. Ecco… io abito in quella via, fermati prima di girare e fammi scendere, gli ultimi trenta metri posso farli da sola, ok?”
Kieran accostò vicino al marciapiede e scaricò la sedia a rotelle dal portapacchi. Quindi prese in braccio Maeve e, ancora una volta, la adagiò sul sedile; poi la baciò sulle labbra.
“Sei sicura di non volere che ti accompagni fino davanti casa?”, insisté.
“Kieran…”
“Maeve, dove sei stata fino a quest’ora?”, una voce li interruppe.
Si voltarono entrambi, spaventati.
Un uomo di circa cinquant’anni li stava severamente osservando.
Era in piedi sul marciapiede a pochi metri da loro. Indossava un berretto e aveva capelli grigi raccolti in una lunga coda di cavallo.
Teneva le mani nelle tasche dei jeans e una sigaretta spenta tra le labbra.
“Buonasera.”, disse Kieran, imbarazzato.
“Ciao, papà…”, sussurrò Maeve, “Questo è Kieran, non prendertela con lui… non è colpa sua, è davvero un bravo ragazzo.”
“Oh, lo so che è un bravo ragazzo, Maeve.”, il tono di voce avrebbe fatto capire a chiunque che non era il momento di scherzare.
Tuttavia nelle parole dell’uomo c’era qualcosa che non quadrava. Pensò a ciò che stava accadendo, a quanto era successo nel corso della giornata, al modo in cui gli eventi gli avevano fatto credere di essere nuovamente felice; le parole del padre di Maeve celavano qualcosa di assolutamente sbagliato.
“Mi scusi…”, disse.
“Che c’è, ragazzo?”, l’uomo, con un gesto brusco e minaccioso, rimosse dalle labbra la sigaretta spenta.
“Con tutto il dovuto rispetto… lei non mi conosce, io non conosco lei e ho incontrato sua figlia solo oggi… come fa a sapere che sono un bravo ragazzo?”
L’uomo, si avvicinò a lui, afferrò la tesa del berretto e la sollevò per poterlo guardare direttamente negli occhi.
“Vuoi davvero sapere perché credo che tu sia un tipo a posto?”, avvertì alcune gocce di saliva dell’uomo che gli colpivano le guance.
“Sissignore.”, Kieran tenne la testa alta e non distolse lo sguardo dagli occhi del padre di Maeve.
“Gli altri la lasciano sempre attaccata all’albero.”, disse.

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11 responses to this post.

  1. Posted by Anubi, il dio cane on maggio 7, 2010 at 00:13

    AHUAHUAHAHA
    Rotolo dio schifoso.

    Non la conoscevo sta storia: sicuramente lei è una di quelle ce a scuola faceva la puttroia col prof.

    Rispondi

  2. questa sì che è letteratura che merita!

    il websense mi fa accedere al blogghe un’ora sì è un’altra no!
    azzo!

    Rispondi

  3. Cazzo, non la sapevo nemmeno io questa… grandiosa!

    Cordialità

    Attila

    Rispondi

  4. Posted by Anonymous on maggio 7, 2010 at 19:18

    iddiporc’ che spasso!

    upwiththepussy

    Rispondi

  5. questo per puntualizzare il fatto che ci sono i cipressi in arizona?

    Rispondi

  6. Posted by il Macellaio on maggio 10, 2010 at 11:44

    Cazzo, questo romanzo breve mi è proprio piaciuto. La storiella non la sapevo e me la sono goduta di gusto. Sono arrivato alla fine che stavo mangiando un panino. Beh, per poco non mi soffoco! Mi sono salvato in extremis con un “Dio can” a pressione che mi ha liberato la trachea.
    E comunque Baricco e Giordano possono leccarti il cazzo. Contemporaneamente.

    Rispondi

  7. Posted by Anonymous on maggio 10, 2010 at 12:20

    LOL, sempiata, ma scritta mooooolto bene.


    Nadja Jacur

    Rispondi

  8. Scrivi proprio bene! Io, che sono una cretina romantica, mi sono persa nella storia e non mi sono neanche incazzata alla fine. Scrivi-proprio-bene. E’ che poi potrebbe ben essere una storia vera…

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  9. Sei un genio del Male…

    Rispondi

  10. Ringrazio tutti per i complimenti. In realtà vorrei tanto che la storia fosse originale. Purtroppo non è così, l’ho solo riadattata. Grazie comunque :-).

    Rispondi

  11. Posted by Spappolator on maggio 11, 2010 at 09:14

    Io a metà del racconto speravo che si sposassero.

    Poi le parole del padre di Maeve mi hanno aperto gli occhi, ricordandomi come tutte le donne siano delle volgari puttroie.

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