La putrella

C’era una volta un ometto che abitava a Treviso e lavorava otto ore al giorno, dalle otto del mattino a mezzodì e mezzo, dalle tredici e trenta alle diciassette. Un giorno il suo capo, a causa della cattiva congiuntura economica, si accorse che non poteva permettersi di assumere altra gente e che il personale sottodimensionato dell’azienda doveva arrangiarsi come poteva per fare fronte agli ordinativi e alle consegne e che, gente mi dispiace tanto e tutto il resto, ma non c’era proprio un cazzo da fare perché così era e non si poteva far altro che tirarsi su le maniche e darsi agli straordinari come se piovesse.

– “Ma porco iddio?”, disse l’ometto.

– “Porco iddio un cazzo!”, rispose con decisione il capo, “qua c’è da consegnare le putrelle per l’appalto che abbiamo vinto e non si può fare a meno che farlo con le risorse che abbiamo a disposizione… perché il lavoro rappresenta tutto ciò per cui i miei genitori mi hanno cresciuto. Inoltre vorrei ricordare a tutti che il lavoratore del nord-est, razza Piave, ha superato di gran lunga l’uomo del Giappone. E ciò dovrebbe riempirvi l’anima di orgoglio.”

– “Superato l’uomo del Giappone? In che senso?”, esclamò l’ometto, grattandosi la nuca.

– “Secondo quanto riportato dalla rivista bimestrale dell’associazione di categoria, il lavoratore del nord-est lavora in media un bel po’ di più del lavoratore medio del Giappone.”

– “Ah, che culo!”, disse l’ometto, osservandosi i palmi delle mani mentre il suo mento sfiorava il pavimento. “Quindi, se non fosse per noi che teniamo su il PIL come possiamo, questo paese sarebbe davvero una merda.”

– “Questo è lo spirito giusto!”, vociò il capo sferrando un poderoso pugno sulla superficie della sua scrivania in acero tigrato.

– “Allora corro subito in produzione ad assemblare un altro paio di cento putrelle. Il tornio è già caldo al punto giusto. E a me piace lavorare, dio fesso!”

– “Ottimo!”, il capo sorrise.

– “Guardi, adesso che ci penso meglio, a sentirla parlare così… sì, insomma, mi viene voglia di mandare mia figlia di diciassette anni a lavorare nei campi così le raddrizzo la schiena, a quella troia! Altro che liceo artistico.”

Il capo osservò l’ometto correre affannosamente fuori dal suo ufficio e si grattò il mento con fierezza bellica: il 2o10 sarebbe stato l’anno in cui il Giappone sarebbe completamente sprofondato nelle classifiche dell’olio di gomito. Allungò una mano, estrasse dal primo cassetto in alto a destra della sua scrivania in acero tigrato il pamphlet con la mission e la vision aziendali e scorse le prime righe delle stesse.

Vi lesse “imprenditori di noi stessi”, “per una fattiva collaborazione”, “dove l’individuo è il centro del mondo” e “idee che piegano l’acciaio”.

Le labbra dell’uomo si allargarono a formare un sorriso traboccante di orgoglio. Si alzò e andò alla finestra che troneggiava sullo stabilimento. Osservò il tetto del capannone sotto il quale l’ometto lavorava al fine di squassare l’ordine mondiale e ficcare il Giappone dove avrebbe dovuto stare fin dalla notte dei tempi: Il Girone Del Bukkake e Mazinga Zeta.

Quindi diede un’occhiata al quadrante del suo Rolex, erano le 19:30, il turno lavorativo avrebbe dovuto terminare da ormai due ore e tuttavia gli ometti si facevano in quattro per incrementare il fatturato. Non era un’azienda, era una famiglia! Il mondo era un bel posto, nonostante la Grecia.

L’entusiasmo si impossessò di lui, lo inebriò a tal punto che decise che sarebbe sceso in produzione per dare un’occhiata al processo cosmogonico delle putrelle in acciaio acciaioso. Così afferrò il cellulare (perché non si poteva mai sapere: una commessa poteva scaturire in qualsiasi momento attraverso una semplice chiacchierata casuale… una commessa era sempre una commessa! Dio nato da un can! Significava altri straordinari e un ulteriore declassamento dei musi gialli! Stronzi musi gialli, vi faccio vedere io!) e scese gli scalini in marmo nero che portavano all’ufficio acquisti, attraverso il quale, varcando una porta in ghisa, si accedeva direttamente al Sancta Sanctorum dei locali della produzione.

Entrò, estrasse dal taschino dei pantaloni un megafono pieghevole costruito in Cina, e parlò agli ometti che lavoravano.

– “AMICI!”, disse.

Tutti si fermarono voltandosi in direzione dell’amministratore delegato, alcuni con un certo disappunto in quanto erano intenti a calandrare come dei forsennati.

– “Mi dispiace interrompere la vostra attività ma sappiate che è per una ragione che, definire meno che fondamentale, sarebbe uno schifo, un atto indegno, una merda!”

Tutti gli ometti pendevano dalle sue labbra. Alcuni avevano ancora le leve che comandavano i torni tra le mani.

– “C’è qualcuno che sostiene che lavorare sia una merda!”

– “STRONZO!”, esclamarono con disappunto gli ometti.

– “Be’, costoro, questi stronzi, come li chiamate giustamente, parlano perché non sanno cosa fare della loro inutile esistenza, o qualcosa del genere, bu non so. Comunque ciò che davvero conta è che voi siete il motore di questa terra!”

“Grande!”, un applauso scaturì spontaneo dall’assemblea degli ometti.

– “Ci sono anche alcuni che sognano di vincere al Superenalotto… be’, sappiano che una botta di culo che cambia la vita è assolutamente improbabile, le possibilità di beccare i numeri giusti sono una su un cazzigliardo. Pura follia! FOLLIA! FOLLIA!”, si colpì la fronte con un pugno per sottolineare il concetto di “follia”. “E, anche se c’è qualcuno che, ogni tanto, mette in tasca qualcosina, si tratta comunque di cifre del tutto risibili. Cosa sarà poi un milione di euro?”

– “UN CAZZO!”, rispose l’assemblea degli ometti agitando i pugni in cielo.

– “Esatto! Con un milione di euro si comprano due torni. E due torni non cambiano la vita a nessuno!”

– “Due torni non sono un cazzo!”, urlò qualcuno.

– “Giusto… ma non corretto, non del tutto, dico. Un tornio, nelle mani di un operaio capace, può far scaturire dalle sue industriose fauci automatizzate putrelle fatte a regola d’arte. E, come tutti voi sapete, sono le putrelle che mandano avanti il mondo. L’intero universo ha come base teorica la putrella.”

– “È vero! Viva la putrella!”, altri applausi spontanei.

Il capo fece un ampio gesto con la mano per quietare l’entusiasmo degli ometti quindi, abbassando il tono della voce e assumendo un’espressione grave, estrasse da una tasca interna della sua giacca di Etro la rivista di categoria e, con un gesto plateale, mostrò la copertina della stessa all’assemblea volonterosa del nord-est razza Piave.

– “Osservate!”, disse, “Qui, in fondo a destra, c’è scritto qualcosa… il corpo del carattere non è molto grosso in quanto il direttore, quel coglione!, ha ritenuto che la delocalizzazione della Intermondialsiderpetrolcolon S.p.A. in Malesia fosse una notizia più importante.”

– “BUUUUUU!”, fischi di disapprovazione nei confronti del direttore.

– “Lasciate che vi legga cosa dice il titolo… dice… errr… oh, fanculo!, dice che IL GIAPPONE È STATO BATTUTO DAL NORD-EST! LETTERALMENTE UMILIATO DALLA RAZZA PIAVE! DICE CHE I LAVORATORI DI TREVISO SONO I MIGLIORI DI TUTTI! NESSUNO SPENDE TANTE ORE COME NOI A LAVORARE! SIAMO I MIGLIORI! I MIGLIORI DI TUTTI!”

Il reparto produzione putrelle in acciaio acciaioso esplose. Letteralmente. Gli elmetti di sicurezza vennero lanciati in aria in un tripudio di gioia mentre calde lacrime di felicità scendevano sulle guance dell’amministratore delegato il cui mento tremava per l’emozione.

C’era gente là fuori che si commuoveva per la nascita di un moccioso, padri che piangevano al matrimonio della figlia, madri che versavano lacrime per il dottorato di ricerca in astrofisica del figlio.

Tutte stronzate.

Ciò che davvero contava, perdonate la ridondanza, era la putrella di acciaio acciaioso.

Quello.

E il fatto che oggi, mercoledì 9 Giugno 2010, finisce l’anno scolastico e io, fino a metà Settembre, non faccio un cazzo di niente.

Ciao stronzi! AHAHAHAHAHAHAHAHA, che ridere, Dio pus.

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14 responses to this post.

  1. La putrella come fondamento ontologico dell’Uomo, merita un nobel ma l’acero tigrato è meglio usarlo per farci le chitarre ed i bassi.

    Da farci un film.
    Complimenti e buone vacanze.

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  2. “Dio nato da un can”

    ti amo

    bixx

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  3. Potete ridere finché volete ma una buona parte di quanto riportato, diciamo un pulitissimo 70%, è successo davvero.

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  4. @BCLD
    è successo davvero
    Non faccio fatica a crederlo.
    Il post per come è scritto lo definirei “grottesco” e riuscire a rendere quella sfumatura non è cosa da poco.
    Quindi più che il riso a me ha ispirato un’amaro sorriso.
    (dio karl kraus! che minchia di pippone!!)

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  5. Cinque anni di nord-est mi sono fatto. Andavi in produzione per la pausa macchinetta-del-caffè, arrivava un operaio con la faccia stravolta, ti guardava e faceva “TRE ANI! TRE ANI CHE NO VADO IN FERIE, DIO ONTO! TRE ANI!”. Io lo guardavo, gli davo una pacca sulle spalle e dicevo “Coraggio…”

    Sempre così, quasi tutti i giorni. Adesso è passato un po’ di tempo. Chissà se gli anni in cui non ha fatto ferie sono rimasti sempre tre.

    Il Nord-Est… mah…

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  6. Bellissimo. Ti capisco, io per un estate ho fatto la stiratrice industriale (Stiravo le giacche col vapore, una roba straziante) e le operaie mi imploravano “Studia buteleta, studia!!!! Che non te deventi come mi, desfà a quarant’ani, eto visto ferie ti?”

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  7. Anna, il Nord-Est è malato. È solo che ci ho messo cinque anni a capirlo. Meglio tardi che mai, giusto?

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  8. Entrare in una qualsiasi fabbrichetta del Nord Est è come fare un viaggio psichedelico strafatti di produttivismo.

    BCLD, però non riesco ad invidiarti: la Grande Multinazionale Bastarda mi obbliga, per politica aziendale, di tenere alcune lezioni sia presso qualche Università, sia presso qualche liceo un paio di volte l’anno. Non so come ma alla prima domanda del cazzo che qualche sbarbo che si crede più furbo degli altri (tipo “perchè non devolvete tutti i guadagni all’Africa?”; “perchè non mettete le pale eoliche in copertura quando costruite?”; “perchè non lasciate i campi invece di costruire?”) non riesce a tenere in gola per più di 20 minuti dall’inizio del mio intervento, a me viene voglia di mettergli le mani al collo e vedere quanti colori riesce a cambiare in 4 secondi netti; invece mi tocca sorridere e dare una risposta sensata ad una domanda idiota, ma il mio fegato patisce come un cane.

    Ma un giorno o l’altro farò un post sull’argomento.

    Cordialità

    Attila

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  9. Altra domanda che va molto di moda tra gli sbarbi “impegnati”: “Perché ci sono le basi NATO in Italia?”

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  10. Posted by Anubi, il dio cane on giugno 10, 2010 at 19:10

    dio NATO.
    Da chi lo sappiamo tutti ormai.

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  11. Ca-po-la-vo-ro!
    (L’acero tigrato, SBRUOTFL!)

    Scolta qua: tu devi raccoglierla, tutta questa roba. Bisogna pubblicarla, pubblicizarla, il Mondo deve sapere cosa ne pensiamo di treviso e del giappone, Dio gheisha!

    Sul serio.
    Se trovo qualcuno interessato, tra le mie conoscenze, ti faccio sapere.
    Que viva il mossasd!


    Nadja Jacur

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  12. Il bello è che, nonostante la mia esperienza all’interno del Nord-Est sia limitata a cinque anni, ne ho da raccontare per ORE.

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  13. Porco cazzo maledizione. Meglio Vicenza!!

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