Ship of Fools, il finale giusto.

La prima parte de “Ship of Fools” è qui.

Primo giorno, a bordo

Chiuse la porta della cabina dietro di sé e si accomodò sul letto. Osservò le proprie lunghe e flessuose gambe per qualche istante, quindi si alzò in piedi e si diresse all’oblò. All’esterno il mare era calmo, il sole stava tramontando all’orizzonte. Aveva a disposizione due esemplari maschi di età considerevolmente inferiore rispetto alla vecchia scopa che aveva affittato l’imbarcazione dopo aver piantato in asso la moglie e tre figli. Gli sarebbe costata cara quella stronzata una volta che fosse giunto a riva, avrebbe dovuto cercarsi un buon avvocato divorzista. Oppure avrebbe potuto infilarsi il poco di dignità che gli rimaneva in tasca, fare finta di niente, strisciare a casa, chiedere perdono, giurare e spergiurare che non sarebbe più ripetuto e incrociare le dita sperando che la moglie fosse sufficientemente idiota.
Un prezzo decisamente salato. Ma non tanto quanto avrebbe potuto lasciare sul piatto se non fossero capitati i tue mocciosi che avevano preso il suo posto convinti di essersi guadagnati una crociera gratuita su un’imbarcazione di lusso in compagnia di un pezzo da scopaggio di altissimo livello.
Galina sorrise anche se non aveva ancora chiaro cosa significasse il gesto. Il simulacro che indossava era un prodigio dell’ingegneria bionica e tutti i caratteri della specie umana vi erano stati integrati in modo pressoché perfetto. Sorridere era quindi la cosa più appropriata da fare seguendo la logica della situazione e il corso dei suoi ragionamenti. Anche pensare “Razza di idioti, teste di cazzo, coglioni.” faceva parte del corredo comportamentale del simulacro.
Non avevano lasciato niente al caso, osservavano la razza umana e il pianeta Terra da un bel po’ di tempo. Erano passati esattamene milleseicentosettantatré anni terrestri da quando avevano inviato il primo simulacro a studiare la specie. Nessuno si era mai accorto di nulla. A dire il vero, c’erano un sacco di rompicoglioni che si erano accorti che c’era qualcosa che non girava per il verso giusto ma, fortunatamente, venivano quotidianamente sbugiardati dalla logica scientifica che non tollerava in alcun modo deviazioni al suo corso. Così loro potevano scorrazzare liberamente in lungo e in largo e, di tanto in tanto, prelevare qualche sfortunato e farne ciò che volevano mentre orbitavano attorno al pianeta. La gente scompariva tutti i giorni, la polizia indagava, i corpi non venivano ritrovati e, dopo un po’ di tempo, il caso cadeva nel dimenticatoio e fanculo a tutto.
Alcuni, più fortunati di altri, venivano scaricati nelle vicinanze dei luoghi in cui erano stati addotti e non ricordavano più niente. Nemmeno sotto ipnosi regressiva. Erano solitamente ritrovati in stato confusionale, le loro famiglie ne gioivano e, irrimediabilmente, il caso veniva archiviato assieme a una cartella clinica inusuale.
Adesso aveva per le mani questi due giovani esemplari maschi. Non ci si poteva lamentare nemmeno un po’, nossignore. C’erano un bel po’ di test da condurre, non aveva idea se questi sarebbero stati fatti attorno all’orbita terrestre o se chi comandava preferisse portare le cavie a casa per poter operare con maggiore tranquillità.
Galina guardò la propria immagine riflessa sullo specchio che troneggiava al di sopra del letto matrimoniale. Quella superficie riflettente era stata la ragione principale per cui l’imbecielle che l’aveva rimorchiata aveva affittato proprio quell’imbarcazione. Per qualche ragione gli piaceva un sacco guardare in alto mentre lei gli stava sopra e lo cavalcava. O meglio: mentre il simulacro lo cavalcava.
Forse avrebbe potuto concedere una sgroppatina anche ai due imbecilli, in fin dei conti, all’interno, non si sentiva nulla e sarebbe stato sufficiente programmare l’unità comportamentale in modo adeguato per fare in modo che tutti fossero felici e contenti; un sospiro qua, un mugolio là, un paio di movimenti pelvici ben assestati e il gioco era fatto: quelli non si sarebbero schiodati da lì nemmeno scannati.
Magari non avrebbe concesso le grazie del simulacro immediatamente perché l’unità comportamentale suggeriva che ciò avrebbe potuto destare qualche sospetto anche in due miserabili idioti come quelli. Non avrebbe concesso proprio un bel niente. Gli sarebbe bastata l’epifania di un gluteo scoperto, o forse avrebbe preso il sole sul ponte a seno nudo. Aveva imparato che l’onanismo era un ottimo succedaneo dell’accoppiamento.
Il simulacro proiettò, sull’iride, una mappa tridimensionale della Via Lattea. L’imbarcazione sarebbe stata prelevata assieme a tutto il suo carico di lì poco più di tre giorni. Sarebbe riuscita a trattenere i due mocciosi abbastanza a lungo, in un modo o nell’altro. Tutto ciò che doveva fare era portare lo yacht sufficientemente al largo in modo che, al momento giusto, non ci fosse nessuno attorno che potesse interferire. E comunque, anche se ci fosse stato qualcuno lì attorno, sarebbe andato tutto per il verso giusto in ogni caso.
Sorrise di nuovo.
Questa volta cominciò a prenderci gusto e a capire, forse, il senso del gesto.

Giorgiorgio portò la mano dietro le spalle e sistemò il tessuto degli shorts che gli era penetrato tra i glutei. Poteva andare peggio: era a bordo di un lussuoso yacht e non aveva tirato fuori un solo centesimo per quella gitarella in mare. Non si sarebbe mai aspettato che gli eventi avrebbero preso una piega del genere, hey. Se pensava a quanto era accaduto negli ultimi mesi, quella si poteva considerare la prima vera botta di culo dopo un periodo di merda. Si stirò sulla morbida pelle del sedile, lasciò che il lieve movimento delle onde lo cullasse e che il sole gli abbrustolisse la pelle.
Si chiese perché diavolo quella non li avesse ributtati in mare. Pareva una che se la sapeva cavare alla grandissima anche senza di loro. Aveva finto di non conoscere nemmeno una parola di italiano per un bel po’ di tempo e quello che aveva affittato la barca sembrava tutt’altro che uno sprovveduto. “Evidentemente, quando si ha a che fare con una fica imperiale del genere, tutto passa in secondo piano…” elucubrò.
C’era comunque qualcosa che non gli ronzava infondo alla testa. Ma decise che ci avrebbe pensato più tardi. Per ora si sarebbe limitato a combinare il meno possibile, guardare di nascosto il culo di Galina e lasciare che le cose accadessero. Del resto era solo una femmina. E loro erano in due. Se avesse provato a fare qualcosa di sospetto, lui ed Eusebio avrebbero potuto prenderla a calci in culo e rimetterla al suo posto in qualsiasi momento.
– “Fanculo…”, biascicò e si addormentò beato.

Si risvegliò qualche ora più tardi. Il sole stava tramontando ma, prima di sparire dietro l’orizzonte, aveva lasciato il segno sulla sua pelle. La metà sinistra del corpo di Giorgiorgio aveva assunto una tonalità che oscillava dall’arancione acceso al rosso granata.
Era cotto a puntino, somigliava a un’aragosta appena tolta dalla griglia. Il dolore arrivò a tutta, come un cavallo che gli galoppava sulla cute con tutti e quattro gli zoccoli arruginiti.
– “Oh, cazzo… no…”, sussurrò mentre una lacrima gli percorreva lo zigomo sinistro.
Eusebio lo osservava divertito da una poltrona a qualche metro di distanza.
– “Serve che ti dica che somigli a un segnale stradale o lo sai già?”, lo canzonò.
– “Da quanto tempo mi stai guardando?”, cercò di mettersi a sedere ma la bruciatura gli impedì di piegare il corpo, “Oh vaffanculo!”, era sul punto di lasciarsi andare e mettersi a piangere per la sofferenza.
– “Aspettavo che ti svegliassi da almeno mezz’ora. Non potevo perdermi una cosa del genere.”
– “Perché non mi hai svegliato prima, razza di bastardo?”
– “L’inverno scorso mi hai invitato a passare la notte da te dopo che ci eravamo scolati un paio di barili di ogni genere di sostanza alcolica e, il mattino seguente, quando per sbaglio ti ho messo un piede sulla schiena interrompendo il sonno dei giusti, ho avuto la nettissima sensazione che volessi infilarmi una mazza da baseball nel culo. Quindi ho pensato che fosse il caso di aspettare che recuperassi le forze fino in fondo.”, Eusebio ridacchiò.
– “Figlio di puttana…”, piagnucolò Giorgiorgio facendo forza con le braccia per cercare di rimettersi in piedi.
– “Oh mio Dio…”
I ragazzi si voltarono in direzione della voce. Galina era uscita dalla cabina nella quale aveva speso gran parte del pomeriggio e osservava la cute arrossata di Giorgiorgio con la mano destra davanti alla bocca spalancata.
– “Oh, non è niente.”, la rassicurò Eusebio, “È capitata la stessa cosa anche a me due anni fa ma non solo a metà, mi sono abbrustolito tutta la parte anteriore del corpo, io. Comincerà ad assumere una tonalità umana nel giro di un paio di giorni.”
Galina non diede l’impressione di averlo ascoltato, si avvicinò a Giorgiorgio che rimase esanime sulla poltrona, si sedette vicino a lui e gli diede un’occhiata più da vicino.
– “Potresti aver riportato un’ustione piuttosto seria…”, disse, “fortunatamente credo di avere qualcosa che ti farà stare meglio giù in cabina.”
– “E cosa sarebbe? Un barile di azoto liquido? Cazzo, fa malissimo…”, Giorgiorgio aveva iniziato a piangere senza alcun ritegno, il dolore gli aveva fatto superare la barriera della dignità.
Galina si alzò e sparì all’interno delle viscere dell’imbarcazione, ricomparve qualche attimo dopo tenendo in mano un contenitore di metallo cilindrico che somigliava a un thermos ma che doveva essere qualcosa di più elaborato. Con la mano fecce pressione sulla parte superiore dello stesso e, con un sibilo, questo si aprì. Ne scaturì del vapore.
– “Forte! È ghiaccio secco?”, esclamò Eusebio allungando il collo.
– “Non proprio…”
– “E che razza di merda sarebbe quella?”, Giorgiorgio guardò il contenitore con un misto di speranza e timore. I suoi occhi sembravano le cascate del Niagara.
– “Rilassati, ragazzo.”, lo rassicurò Galina, “È un preparato che… ehm… un unguento lenitivo che fa bene in questi casi, è fatto con estratti vegetali, la ricetta me l’ha insegnata mia nonna che abitava in una zona impervia della Russia, tutta opera delle mie manine. Appena questa roba verrà a contatto con la tua epidermide, ti dimenticherai di esserti addormentato nel posto sbagliato.”
– “Perché fa tutto quel fumo?”, Giorgiorgio ansimava.
– “E che ne so? Io l’ho solo preparato. Peggio di così non ti farà stare in ogni caso, giusto?”, Galina si avvicinò.
– “Hey, quella sta per spalmarti la sua merda fumante dappertutto. Non è che, per caso, ti sei scottato anche lo scroto?”
– “Vaffanculo!”
– “Non c’è assolutamente bisogno di prendersela così, stavo solo cercando di tirarti su il morale, amico!”, Eusebio assunse un’espressione offesa. – “Vedila dal lato buono: normalmente una femmina del genere non avrebbe nemmeno tempo di accorgersi che ha calpestato un cagata di cane come te con la parte esterna del tacco… ma adesso è sul punto di spalmarti una cazzo di crema fumante sulle palle. Fa venire voglia di buttarsi dentro a un fottuto calderone pieno di braci ardenti, di fare il bagno nell’olio bollente, di darsi fuoco ai peli del culo con uno zippo, di…”
– “CHIUDI LA MALEDETTA FOGNA!”, urlò Giorgiorgio tra le lacrime.
Galina, nel frattempo, aveva del tutto ignorato lo scambio di vedute tra i due e stava versando una generosa quantità del contenuto del cilindro nel palmo della mano sinistra. Un denso fluido verde.
– “Vedi? Non fa male.”, lo rassicurò.
– “Cosa c’è là in mezzo?”
– “Prevalentemente erbe, non serve che ti dica di che genere di vegetali si tratta dato che conosco solo il nome scientifico degli stessi e tu, con ogni probabilità, rimarresti con la medesima quantità di informazioni di sempre. Ti farà stare meglio, è tutto ciò che hai bisogno di sapere.”
Appoggiò la mano coperta della sostanza sulla pelle ustionata del ragazzo. Giorgiorgiò trasalì, quindi si rilassò. La ragazza afferrò nuovamente il cilindro e versò dell’altro liquido sulla cute arrossata.
– “Penso che tu possa andare avanti per conto tuo, adesso.”, disse.
Giorgiorgio si mise a sedere sulla poltrona, sembrava molto meno sofferente di qualche istante prima. Distribuì l’unguento per tutta la lunghezza della gamba ustionata, poi si massaggiò il ventre e diede un’occhiata alla pelle del braccio sinistro. Era talmente rossa che, al buio, avrebbe potuto essere luminescente. La sua mano era impregnata del liquido verde. La appoggiò sulla pelle del braccio e si massaggiò la zona compresa tra il polso e il gomito. Il rossore cambiò di intensità all’istante e, nel giro di pochi attimi, la scottaturà sparì.
– “Che razza di…”, il mento del ragazzo stava sfiorando il pavimento.
– “Non somigli più a una mongolfiera, amico. Quella roba è miracolosa.”, disse Eusebio.
Giorgiorgio osservò Galina, la guardò in faccia… normalmente si sarebbe soffermato sulla quantità di pelle che il suo bikini nero lasciava scoperta. La ragazza sorrideva. Una specie di “te l’avevo detto” pronunciato nella lingua dei denti.
Gli parve che ci fosse altro celato dietro l’espressione di Galina. Per un istante brevissimo, vi colse anticipazione, qualcosa di simile allo sguardo di un gatto che tiene tra le zampe un topo, lo lascia andare, lo riprende, lo lascia andare un’altra volta e, alla fine quando si è stancato del gioco, lo divora.
Avvertì qualcosa di gelido calare su di sé.
Un momento di deja-vu, tuttavia questa volta sensazione fu più netta e durò più a lungo.
Ciò che, prima di addormentarsi, non gli tornava, assunse dimensioni considerevoli.

Galina si era ritirata nella sua cabina e i due ragazzi erano ancora sopra coperta a osservare le onde. Giorgiorgio era piegato su se stesso e continuava a studiare la pelle alla luce di uno dei faretti che illuminavano il ponte dello yacht.
– “È da quando quella ti ha passato la sua merda miracolosa addosso che non la smetti di guardarti l’ombelico.”, disse Eusebio.
– “Onestamente, avevi mai visto qualcosa del genere?”, gli chiese Giorgiorgio.
– “Una stanga del genere che ti massaggia le spalle, dici? No, è qualcosa di completamente inedito; tieni conto che ti conosco da quasi due anni.”
– “Non stavo parlando di quello.”
– “Ah no? E di cosa stavi parlando?”
– “Quella roba che mi ha fatto sparire in pochi istanti la scottatura. Non credo che esista qualcosa del genere da nessuna parte. E poi la tizia viene dalla Russia, ha detto che è un intruglio che ha imparato a preparare da sua nonna. Quando pensi alla Russia, non è il sole la prima cosa che ti viene in mente, giusto? Quella non ce la racconta giusta nemmeno un po’.”
– “Sai cosa penso io? Dovresti smetterla di farti tutte quelle seghe mentali e dedicarti al genere di masturbazione nella quale hai accumulato maggior esperienza nel corso di tutti questi anni.”
– “Molto divertente. Hai notato il contenitore di quella roba? Sembrava una fottuta merda tecnologica, hai visto come si è aperto? Fino a un attimo prima, la superficie era assolutamente liscia, priva di qualsiasi genere di fessura, ma poi la parte superiore è venuta via come se fosse un liquido. Sembrava mercurio… ma era comunque solido. Mai visto niente del genere.”
– “No, non mi sono accorto di un cazzo di niente. Ho continuato a guardare il culo di quella creatura meravigliosa per tutto il tempo..”, Eusebio si alzò e scomparve sottocoperta, “Hey, qua sotto c’è un’intera scorta di ogni genere di ben di Dio… Wild Turkey, c’è anche una bottiglia di quella merda che piace un sacco alle femmine, quel liquore al cocco, ha un altro nome ma è sempre la stessa stronzata. Hey Galina, possiamo servirci? Chi tace acconsente, wooohooo!”
Giorgiorgio rimase assorto nei suoi pensieri ancora per qualche attimo, era chiaro che Eusebio non aveva notato nulla di strano. Eppure era stata una guarigione miracolosa operata attraverso un liquido fluorescente completamente inodore che, a credere a quanto gli era stato detto, era fatto con alcune erbe secodo un’antica ricetta tradizionale russa tramandata da nonna a nipote. Forse avrebbe dovuto far finta di niente e continuare a godersi la gita in barca, con ogni probabilità il suo amico aveva l’atteggiamento giusto e lui era vittima di paranoie del tutto inconsistenti e prive di fondamento.
– “Te lo fai un bicchierino assieme a me, amico?”
Eusebio sapeva come essere convincente.
– “Fanculo a tutto.”, Giorgiorgio si alzò e raggiunse l’amico sottocoperta. Lo trovò intento a versare il contenuto di svariate bottiglie all’interno di uno shaker.
– “Ricetta russa il mio culo! Ti faccio vedere io come si preparara qualcosa in grado di spedire in orbita qualsiasi essere vivente, poi farlo rientrare in atmosfera completamente in fiamme e impattare con la superficie del pianeta pronto per la sepoltura.”, chiuse lo shaker e si mise ad agitare.
– “Cosa stai preparando?”
– “Eccheccazzo ne so? Ci ho ficcato dentro solo roba di primissima qualità perciò lasciami lavorare e non rompere i coglioni. Ti piacerà.”, scosse vigorosamente lo shaker per qualche secondo. Quindi afferrò un paio di bicchieri dalla mensola sopra il bar e vi versò il liquido all’interno, annusò e la sua faccia si accartocciò. “Wow!”, esclamò.
– “Che aroma ha?”
– “Sa di morte violenta.”
– “Passo.”
– “Ok, mettiamola così: chi non finisce tutto il bicchiere, paga da bere all’altro ogni finesettimana, fino a Capodanno.”
– “Dopo di te.”, Giorgiorgio afferrò il bicchiere e lo portò al naso. “Cristo santissimo!”, esclamò.
– “Alla salute, baby!”, Eusebio tracannò tutto quanto e il suo amico lo imitò.
Si misero a tossire entrambi all’unisono, piegati in due.
– “Ho bisogno di qualcos’altro per mandare giù l’inferno che ho in bocca. Qualcosa di forte.”, disse Giorgiorgio.
– “Rum?”
– “Andata, amico.”

Secondo giorno, a bordo

Li osservò addormentati entrambi uno sopra l’altro sul ponte. Quello che sembrava un po’ meno idiota era prono sulle tavole di tek del pavimento con le braccia spalancate e le ginocchia che premevano sull’angolo inferiore della poltrona dalla quale, con ogni probabilità, era crollato di sotto. L’altro invece, quello a cui pareva non fregasse un cazzo di niente, aveva un piede sulla parte bassa della schiena e il resto delle membra scomposte sul pavimento. Teneva la bocca aperta e stava russando come una motosega.
L’avevano spedita a raccogliere campioni su un pianeta tutt’altro che noioso e, col passare dei minuti, le era sempre più chiaro il significato di quello che gli umani chiamavano “ilarità”. Le labbra si schiusero di nuovo rivelando la perfetta autostrada di avorio che le decorava la bocca. Si meravigliò che solo in pochi notassero l’armonia dei denti del simulacro che indossava. Pareva che tutti si soffermassero su particolari più grossolani.
Continuò a osservare i due esemplari che sarebbero stati prelevati di lì a qualche ora. Considerò le variazioni del linguaggio terrestre; alcune di esse erano assolutamente godibili da un punto di vista strettamente semantico.
“Razza di inutili stronzi. Biglietto di prima classe per la cirrosi epatica precoce. Incapaci idioti cranioesenti discepoli ortodossi dell’onanismo. Concentrato di stronzaggine antropomorfa da campionato mondiale. Disordinato coacervo di coglionaccine equina. Campioni di raduno internazionale dello scemo del villaggio. Caotica accozzaglia di materiale a base carbonio comunemente detta merda.”, si stava divertendo un sacco a saccheggiare il dizionario del simulacro che le avevano messo a disposizione. Amava il suo lavoro. E aveva a disposizione venti lingue con i diversi accenti e le forme dialettali che alle stesse erano afferenti.
Avesse avuto a disposizione un po’ più di tempo, si sarebbe concessa un giretto in qualche zona meno battuta del pianeta solo per il gusto di insultare chi meritava di essere insultato secondo i canoni preprogrammati del simulacro.
Era certa che, all’interno del deposito mnemonico del simulacro, avrebbe trovato il menu adatto a trarre maggior ricreazione per il momento in cui i due “stratocumoli di somareria elevata alla settantanovesima” (meraviglioso!) si sarebbero svegliati con un purosangue che gli cavalcava nel cranio.
Peggio per loro, non avrebbe tirato fuori nessun contenitore magico questa volta. Niente da fare. Li avrebbe semplicemente osservati strisciare in condizioni pietose.

Giorgiorgio girò su se stesso e fece scendere le gambe a livello del pavimento. Quindi, appoggiando i gomiti a terra, si sollevò faticosamente a sedere. Eusebio era nel mondo dei seogni, steso a terra a pochi centimetri da lui.
Non ricordava cosa avesse assunto la notte precedente ma era comunque certo che si trattasse di roba che dava una buona sensazione al palato, altrimenti non si sarebbe sentito come un cane a cui hanno preso a calci la testa per tutta la notte. Si guardò attorno, qualcuno aveva ripulito il casino che avevano lasciato dato che non c’era traccia delle bottiglie vuote e semi-vuote di superalcolici che si erano lasciati alle spalle. Non poteva essere stato l’amico perché era ancora in orbita e, guardandolo scomposto sul pavimento del ponte, non gli dava l’impressione di quello che, nel cuore della notte, si mette a riordinare l’inferno che avevano combinato.
Doveva essere stata Galina che, appena svegliatasi, era uscita all’aperto e, non sopportando il disordine, come tutte le femmine, si era tirata su le maniche e tutto il resto. Probabilmente li aveva guardati dall’alto al basso e aveva cercato di stare più lontano possibile da loro. E pensare che li aveva presi a bordo perché tenessero l’imbarcazione pulita; con ogni probabilità non sarebbe stata di buon umore e loro due avrebbero dovuto rimettersi in pari per quello che avevano combinato sul suo yacht.
– “Buongiorno.”
Giorgiorgio si voltò. Galina aveva occhiali da sole, la montatura era talmente grossa che le copriva mezza faccia. Non sorrideva. Indossava ridottissimi shorts bianchi e una canotta dello stesso colore. Niente reggiseno, i capezzoli premevano contro il cotone.
– “Passata una nottata tranquilla?”
– “Abbiamo trovato qualche bottiglia là sotto e abbiamo pensato che fosse compresa nel prezzo dell’affitto della barca così, dato che nessuno l’aveva toccata, abbiamo fatto uno più uno e abbiamo capito che sei astemia… e che non ti sarebbe dispiaciuto se avessimo assaggiato un po’ di quello che c’era dentro..”
– “In realtà il frigobar non è compreso nell’affitto ma, in ogni caso, non sono io quella che ha messo la firma per questo affare.”
– “Hai ripulito tu il casino? Mi dispiace essermi svegliato dopo di te, avrei pensato io a tutto…”
– “È una canzone che ho già sentito in passato.”
– “Oh, andiamo… sono già abbastanza imbarazzato per quello che è successo.”
– “Non abbastanza imbarazzato da fare a meno di squadrarmi le tette.”
Giorgiorgio abbassò immediatamente lo sguardo e arrossì violentemente.
– “Lo prenderò come un complimento.”, Galina lo canzonò, quindi girò sui tacchi e scomparve all’interno della cabina. Ne uscì dopo qualche istante con un secchiello da champagne tra le mani. “Spostati!”, ordinò, quindi superò Giorgiorgio e si posizionò, a gambe divaricate, sopra il corpo esanime di Eusebio.
– “Stai per fare quello che penso?”, le chiese il ragazzo.
– “Goditi lo spettacolo.”, disse Galina, quindi vuotò il secchiello sulla faccia di Eusebio.
Il ragazzo scattò in avanti mettendosi a sedere boccheggiando. Tossì forte tenendosi la gola. Galina si ritrasse facendo un passo indietro e lasciò cadere a terra il secchio.
– “Bentornato nel mondo dei vivi.”, disse Giorgiorgio.
– “Dormito bene?”, lo interrogò Galina.
Eusebio non riusciva a parlare, l’acqua gli era finita in gola, continuò a tossire cercando di espellerla e non soffocare.
– “Stai avendo la tua prima esperienza Guantanamo, ragazzo. Potrai raccontarlo ai tuoi amici.”, disse la donna.
– “Sei una gran puttana.”, riuscì a gracchiare.
Galina sorrise fingendo di non aver sentito l’insulto. Eusebio appoggiò una mano sul sedile coperto di pelle bianca e, facendo forza, riuscì in qualche modo a rimettersi in piedi.
– “Ha svegliato anche te allo stesso modo?”
– “No, deve averti preso in simpatia.”, sorrise Giorgiorgio.
– “Non la passi liscia, troia!”, Eusebio scoccò un’occhiata in direzione di Galina. La ragazza era appoggiata al corrimano e sorrideva osservandosi le unghie come a dire “conosco un trucco che vale due di quelli e non me ne frega un cazzo di te.”
Eusebio caricò all’improvviso. Balzò in avanti con le braccia sopra la testa. La donna piegò leggermente le ginocchia e scomparve, letteralmente, dal campo visivo del ragazzo che rovinò addosso al corrimano, rischiando di finire in mare.
Quando si girò per guardare dove era finita, la prima cosa che vide fu la bocca spalancata di Giorgiorgio. Immediatamente dopo Galina atterrò sul pavimento del ponte.
In piedi.
Sorridente.
– “Checcazzo?”, grugnì Eusebio, quindi caricò ancora una volta, mancando nuovamente il bersaglio. Riuscì a cogliere una frazione del movimento della donna prima che sparisse di nuovo dal suo campo visivo. Subito dopo avvertì qualcosa di poderoso tra le gambe, seguito dalla sensazione che qualcuno gli avesse fatto cadere un’incudine sullo scroto. Abbassò lo sguardo e, con le lacrime agli occhi, vide il piede di Galina che faceva capolino tra le sue cosce. Biascicò qualcosa di incomprensibile, cadde a terra e svenne per il dolore.

– “Cos’è successo?”, Eusebio era rivenuto da qualche minuto. Stava sdraiato su uno dei divani foderati di pelle bianca e gli pareva di avere una noce di cocco pulsante al posto dei testicoli.
– “Io ho visto tutto ma non sono sicuro di aver capito bene la merda che quella è riuscita a fare nel giro di pochi secondi. Perché le sei saltato addosso a quel modo?”
– “Perché stava per farmi soffocare con quella secchiata d’acqua congelata in faccia. Non riuscivo più a respirare. Razza di puttana.”
– “Quella non me la racconta giusta nemmeno un po’… mai visto niente del genere. Nemmeno nei film di Jason Bourne.”, Giorgiorgio si voltò in direzione della cabina.
– “Dov’è la stronza adesso?”
– “Appena ti ha atterrato, è andata nella sua cabina senza dire un cazzo. E non è più uscita… e, francamente, non ho intenzione di andare a bussare alla sua porta per sapere come sta.”
– “Allora?”
– “Allora cosa?”
– “Dimmi quello che hai visto.”
– “Quando le sei saltato addosso la prima volta, ha fatto una cazzo di capriola nell’aria ed è atterrata, in perfetto equilibrio, su quell’affare in alto…”, Giorgiorgio indicò un tubo di acciaio che percorreva la parte superiore della cabina, “Poi ha allargato le braccia, ha fatto un altro salto mortale proprio mentre tu ti giravi per guardarti alle spalle… ed è finita davanti a te. Allora tu hai deciso che non ne avevi avuto abbastanza e l’hai attaccata di nuovo e indovina un po’?”
– “Si è rimessa a fare acrobazie, giusto?”
– “Proprio così. Un’altra stronzata acrobatica del genere sopra la tua testa. Ti è finita alle spalle e ti ha fatto schizzare i coglioni in gola con un calcio in mezzo alle gambe.”
– “Puttana bastarda.”
– “Sei caduto a terra come un sacco di sabbia, amico.”
– “C’è altro?”
– “No.”, Giorgiorgio rimase in silenzio e tornò a voltarsi in direzione della cabina.
– “Andiamo…”, Eusebio insistette.
– “Oh cazzo…”
– “Sentiamo.”
– “Be’, quelli non erano salti.”
– “Cosa cazzo vuoi dire?”
– “È stato come se la gravità avesse cessato di funzionare così come la conosciamo. Un attimo prima era là… in piedi, subito dopo stava volando… e tutto come se fosse perfettamente calcolato, mi spiego? Quella sapeva cosa avresti fatto subito dopo. Conosceva i tuoi movimenti in anticipo. Merda stranissima.”
– “Magari suo padre era nel KGB e le ha insegnato un sacco di stronzate sulle tecniche di difesa e offesa. O magari era nella squadra nazionale di judo, magari è semplicemente una troia psicotica del cazzo con l’hobby del volteggio.”
– “Mh…”
– “Che c’è?”
– “Quella mi dà i brividi. Sul serio. Prima ha tirato fuori quel dannato cilindro metallico con quella roba verde inodore e, nel giro di qualche secondo, non ero più ustionato dal sole e la merda si è volatilizzata assieme alla bruciatura. Poi si è messa a fare capriole nell’aria come se le leggi della fisica non contassero un cazzo su questo yacht di merda. Infine ti ha steso con un calcio nei coglioni e se n’è sfanculata in cabina senza pronunciare mezza sillaba…”
– “Dici che sia una strega del cazzo?”
– “Dico che non è normale quello che le ho visto fare.”
– “Pensi che sia un’aliena?”
Giorgiorgio si voltò a guardare Eusebio negli occhi e rimase in silenzio.
– “Hahahaha… oh, fanculo! Mi fanno male i coglioni anche quando rido.”
– “Tu che ne dici? Onesto…”
– “Dico che quella conosce le arti marziali meglio di tutte le guardie del corpo del presidente degli Stati Uniti d’America e che le piace un sacco usarle per frantumare i testicoli a quelli che non le baciano il culo. Ecco cosa dico.”
– “Siamo su questa barca da quasi due giorni. L’hai vista mangiare qualcosa? O bere qualcosa? Tutte le bastarde fiche di questa terra si portano sempre dietro una bottiglietta di acqua rigorosamente non frizzante per regolare la diuresi ed espellere le tossine….”
– “Se ne sta tutto il tempo chiusa nella sua maledetta cabina. Probabilmente là dentro tiene un’intera dispensa di merda macrobiotica.”
– “Aveva detto che una delle cose di cui ci dovevamo occupare è prepararle da mangiare, ha detto che si sarebbe accontentata di qualche insalata e roba del genere. Fino ad ora pare essersi completamente dimenticata di averci nominati chef.”
– “La stai facendo più grande di quello che è. Andiamo: quella troia ha un sacco di roba che gli uomini vorrebbero poter acquistare al supermercato in un barattolo… e anche le donne. Sa muoversi bene e mi ha tirato un calcio ai coglioni che mi ha sollevato da terra ma, di qui a essere un essere soprannaturale, ne passa.”
– “Pensa quello che vuoi, io ho intenzione di tenere gli occhi aperti e non permetterle di fare altre cazzate. Per ora ci è andata bene ma tieni conto che siamo distanti dalla costa e che, anche se ci mettiamo a urlare a squarciagola, qui non ci può sentire nessuno.”
– “Ho dato un’occhiata in giro, c’è una radio. Se le cose dovessero mettersi male, possiamo sempre metterci in contatto con qualcuno e tutto il resto.”
– “Mentre tu eri nel mondo dei sogni, ho dato anche io un’occhiata in giro e indovina un po’? La radio non funziona. Non dà segni di vita. Letteralmente.”
Eusebio assunse un’espressione preoccupata, cominciò a guardarsi attorno, quindi si sollevò in piedi faticosamene e scrutò l’orizzonte.
– “Siamo in mezzo al nulla. Non c’è un cazzo di niente qua attorno e non ho la più pallida idea di quanto si distante la costa.”
– “Possiamo metterci al timone, puntare in una direzione qualsiasi e proseguire finché avvistiamo la terraferma.”
– “La puttana ha svitato via la bussola, quella ha pensato a tutto, non ha lasciato niente alle spalle. Quella la sa più lunga di me e te. Un sacco più lunga.”, sospirò Giorgiorgio.
– “Pensi che siamo nei guai?”
– “Non so cosa abbia in mente, quella. Dobbiamo stare attenti e guadarci vicendevolmente le spalle, per ora è tutto ciò che possiamo fare. Teniamo gli occhi aperti. E speriamo che vada tutto per il verso giusto…”
– “Possiamo tenderle un agguato, in fin dei conti siamo in due. Potremmo prenderla alle spalle, tirarle una botta in testa, riempirla di calci in culo.”
– “Hai lo scroto che somiglia a un pallone sonda e non sai nemmeno com’è successo di preciso. Nemmeno io, che ho visto tutto da un metro di distanza, so come ha fatto a stenderti in quel modo. Non ho assolutamente intenzione di mettermi a fare cazzate con quella stronza bionica, ci tengo alla discendenza.”
– “Quindi hai intenzione di non fare un cazzo. Vuoi solo aspettare che accada qualcosa, a prescindere da cosa potrebbe accadere.”
– “Ho solo intenzione di rimanere in salute più a lungo possibile. Fingiamo di non esserci accorti di niente.”
– “Pensi che dovremmo lasciare perdere tutte quelle bottiglie che ho trovato là sotto.”
– “C’è anche coca cola?”
– “Ce n’è un sacco.”
– “Allora limitiamoci a quella. E alle salsicce che ci sono in frigorifero.”

Galina spese il resto del pomeriggio e la notte da sola in cabina. Mancava poco al prelievo. Le sarebbe perciò stato sufficiente aspettare. Avrebbe mantenuto un profilo basso. Non sarebbe uscita all’aperto per nessuna ragione, non ne aveva voglia, non le andava di guardare in faccia il materiale sperimentale, né le andava di rispondere alle domande che le avrebbero posto. Aveva sistemato la radio e la bussola che, fino a qualche ora prima, era rimasta fissata in parte al timone, riposava da qualche parte in fondo al mare. Se le due cavie avessero tentato di avviare i motori e tornare a riva, non sarebbero riusciti a combinare niente dato che lei aveva deliberatamente strappato, a uno a uno, tutti i cavi dell’accensione. Non c’erano nemmeno gommoni di salvataggio, l’unico in dotazione allo yacht era stato utilizzato per spedire a riva la vecchia scopa piena di grana che aveva affittato, pagandola in anticipo, l’imbarcazione sulla quale si trovavano lei e le due cavie. Avrebbero sempre potuto buttarsi in mare ma, anche se non si trattava esattamente degli esseri più intelligenti del pianeta Terra, non erano nemmeno talmente idioti da tentare la traversata del Mediterraneo a nuoto.
Rimase, con la schiena contro il soffitto, a guardare il pavimento di tek della cabina.
Chiuse gli occhi e continuò ad attendere.

Terzo giorno, prelievo

– “La stronza ha messo fuori uso il motore, non c’è nemmeno più la bussola. Niente gps, non c’è più un cazzo di niente. Non sappiamo dove siamo, la radio è fuori uso. Fanculo la mia vita. Sapevo che c’era qualcosa che non stava andando per il verso giusto.”, Giorgiorgio si prese la testa tra le mani e si sedette a terra.
– “Credo che dovremmo affrontare la troia e chiederle cosa ha intenzione di fare.”, propose Eusebio.
– “Non servirebbe a un cazzo.”
Eusebio girò sui tacchi e scomparve all’interno della cabina. L’amico lo seguì, in fin dei conti non avevano più niente da perdere, se quella gli avesse detto cosa aveva in mente, loro comunque non avrebbero potuto fare nulla. Tanto valeva andare a fondo portandosi dietro la dignità.
– “Hey! Puttana!”, strillò Eusebio.
Nessuna risposta e, dall’interno della cabina, non uscì alcun suono.
– “Vieni fuori così ti faccio fare un paio di salti mortali sul mio cazzo, troia karateca di merda!”
– “Credo che non abbia intenzione di prenderti in considerazione.”
Eusebio prese a sbattere i pugni contro la porta.
– “Apri la fottuta porta!”, afferrò la maniglia con entrambe le mani e, facendo pressione con i piedi sulla parete, il ragazzo cominciò a tirare verso di sé la porta con tutte le proprie forze.
Giorgiorgio osservò la scena per qualche istante. – “Credo si apra verso l’interno.”, disse.
Eusebio mollò la presa e girò la maniglia. La porta si aprì. Giorgiorgio diede un calcio all’uscio.
– “Allora, chi entra per primo?”
– “Andiamo assieme.”
Si mossero con cautela contemporaneamente. L’interno della cabina era spoglio. C’erano un letto matrimoniale sfatto e sormontato da uno specchio, un armadio fissato alla parete con delle assi metalliche e una piccola scrivania, anch’essa fissata alle pareti con delle assi di metallo. Nessuna traccia di Galina.
– “Quella ha tagliato la corda e ci ha lasciati da soli in mezzo al mare.”, disse Eusebio.
– “Non può essere: non ci sono scialuppe e, a meno che qualcuno non l’abbia prelevata con un elicottero, dev’essere per forza ancora sulla barca.”
– “Hai già dato un’occhiata in giro?”
Si guardarono entrambi negli occhi quindi uscirono di corsa e si misero a correre in lungo e in largo per tutta la superficie della coperta. Entrambi la insultarono a voce alta mentre guardavano in ogni angolo dello yacht. Alla fine si trovarono, faccia a faccia, sulla prua dell’imbarcazione.
– “Sparita.”, disse laconico Giorgiorgio.
– “Spero che i pesci se la abbiano divorata, psicotica del cazzo.”
– “Siamo bloccati in mezzo al mare e non possiamo farci niente.”
– “Possiamo solo sperare che passi qualcuno da queste parti e ci rimorchi a riva.”
– “Fortunatamente non siamo in mezzo all’oceano. Il Mediterraneo è una striscia di mare relativamente stretta e abbastanza trafficata.”
– “Quindi?”
– “Quindi adesso mi preparo un sandwich con la prima stronzata che trovo e mi piazzo lungo-disteso su una delle poltrone aspettando che accada qualcosa. A meno che tu non abbia un’idea migliore.”
– “Affare fatto, baby!”

Il cielo assunse tonalità aranciastre. Giorgiorgio diede un’occhiata all’orologio, erano passate le due del pomeriggio solo da pochi minuti, non poteva già essere l’ora del tramonto. Fu allora che si rese conto che c’era qualcosa di incredibilmente, terribilmente ed enormemente sbagliato.
Si voltò e, al di là della poppa, vide un grosso tonno che fluttuava nell’aria. Si dimenava come se fosse agganciato a un amo, solo che era in posizione orizzontale. Il ragazzo si sollevò dalla poltrona sulla quale aveva atteso che succedesse qualcosa fino a quel momento e, col piede, diede un calcio a Eusebio che si era, di nuovo, addormentato sul pavimento.
– “Che c’è?”
Giorgiorgio non gli rispose e mosse un paio di passi in direzione della poppa. Il tonno sparì dalla sua vista. Il ragazzo si appoggiò con le mani alla balaustra e, immediatamente, indietreggiò come se qualcosa lo avesse colpito in faccia.
Anche Eusebio si rese conto che c’era qualcosa che non andava per il verso giusto e si alzò in piedi; notò, a sua volta, che la tonalità del cielo non era quella giusta e rimase immobile sotto la cabina.
– “Cosa sta succedendo?”, esclamò.
Giorgiorgio sollevò lo sguardo e si mise a sedere sul pavimento di tek, sopraffatto da quello che vedeva. Eusebio, incuriosito, decise che fosse ora di dare un’occhiata.
Si trovavano a circa duecento metri d’altezza dal livello del mare. La barca stava galleggiando nell’aria e continuava a salire verso l’alto dove una gigantesca sfera luminescente di color arancione li sovrastava.
– “Sapevo che quella puttana aveva qualcosa che non andava, quella fottuta visitor del cazzo.”, Giorgiorgio piagnucolò.
– “Fanculo a tutto!”, Eusebio prese la rincorsa e si gettò oltre la balaustra. Precipitò per qualche decina di metri prima che la caduta si interrompesse gradualmente e lui cominciasse a risalire lentamente verso la sfera.
La luce divenne accecante ed entrambi persero i sensi.

Lo yacht era adagiato su una superficie bianca uniforme all’interno di una gigantesca cupola dello stesso colore. Eusebio era sdraiato a pochi metri dall’imbarcazione. Giorgiorgio, a sua volta privo di sensi, era ancora sul ponte.
Dalla parte superiore della cupola scesero una miriade di filamenti, simili a capelli trasparenti, che si avvolsero attorno ai corpi dei ragazzi, ricoprendoli interamente e sollevandoli.
La cupola cambiò colore, assumendo tonalità rosee.
Dal pavimento della stessa salirono, come bolle che dalla superficie di un fluido denso, figure solide che, plasmandosi, assunsero forme complesse: tubi che, piegandosi, formavano cerchi, sfere che si allungavano divenendo ellittiche, esagoni con, all’interno, cerchi con dentro dodecaedri con dentro tronchi di piramide.
I filamenti trasparenti si insinuarono nelle orecchie e nelle narici di entrambi; raggiunsero le sinapsi dei neuroni, e cominciarono a inviare e riceveresegnali elettrici.
Da qualche parte, esseri impossibili con occhi bianchi studiavano i dati che i filamenti raccoglievano in tempo reale.
Una delle entità stabilì un contatto con le altre e, in un linguaggio fatto di impulsi, fece notare che le attività elettriche dei due cervelli umani presentavano alcune anomalie.
L’assemblea focalizzò la propria attenzione liquida sull’anomalia elettrica appena riscontrata.
In un tempo talmente breve da risultare incalcolabile, gli esseri giunsero alla conclusione che il materiale sperimentale prelevato non era adatto allo scopo della missione sperimentale in quanto gli apparati cerebrali esaminati risultavano essere, per caratterstiche anatomiche ed elettriche, al di sotto dello standard richiesto. Talmente al di sotto dello standard da risultare addirittura raro… e tuttavia inutile.
I sottili filamenti si ritirarono dalle sinapsi e i corpi dei due esemplari umani furono liberati e adagiati sulla superficie della cupola.

Quarto giorno, Marsure (PN), Italia

Il poliziotto fermò la pantera sul ciglio della isolata strada di campagna, si voltò sorridendo verso il collega e, assieme scesero dalla macchina.
Li osservarono: erano nudi come vermi e sdraiati all’interno di un canale di irrigazione. A quanto pareva quello era l’unico modo che gli era venuto in mente per nascondere le “vergogne”.
– “Buongiorno, agente.”, disse uno dei due.
– “Credo che dobbiate fornire qualche spiegazione, ragazzi.”, disse uno dei due piedipiatti mentre li guardava cercando, a fatica, di trattenere l’ilarità.
– “Come ha detto?”
– “Cosa cazzo è successo?”
– “Praticamente eravamo su questo stramaledetto yacht da diciotto metri, dopo che ci hanno speronato la barca del nonno, ok?”
I due agenti rimasero in silenzio per qualche istante. “Ti ascolto, ragazzo.”, disse finalmente uno dei due.
– “Perfetto! Assieme con noi, sulla barca da ricchi, dico, c’era questa strafica bionda russa che parlava perfettamente italiano… e anche russo… be’, per forza… insomma, alla fine, salta fuori che non era una strafica ma una puttana aliena karateca che fa salti mortali e ti prende i coglioni a calci mentre ti sta alle spalle, no?”
– “Prosegui.”
– “Al che il mio amico, qua, che adesso non dice un cazzo perché è ancora sotto shock; lui, appena vede che la troia aliena si mette a fare capriole come lo stronzo Juri Chechi, comincia ad andare fuori di testa e a dire che quella è una specie di strega coi superpoteri. Allora io gli faccio apertevirgolette no, col cazzo, quella è solo una troia maestra di pompini, arti marziali e roba così chiusevirgolette… mentre ho ancora i coglioni che mi fanno un male fottuto e tutto il resto, ok? Ma poi viene fuori che la vacca psicotica sorella di Bruce Lee è davvero una stronza visitor e, di punto in bianco, sparisce! Volatilizzata, evaporata, kaput, sfanculata di colpo chissà dove, ok?”
– “A-ha…”
– “Così noi ci mettiamo a cercarla dappertutto ma quella non c’è nemmeno in camera sua… sì, nella sua cabina del cazzo col letto matrimoniale e lo specchio sopra, dico. Allora decidiamo di non fare più una beneamata merda di niente ma aspettare e basta perché tanto la troia ha manomesso il motore e ha fottuto la radio e anche la bussola, no? Insomma, siamo lì che ci grattiamo i coglioni e, improvvisamente, c’è un tonno che se ne sta sospeso lì a mezz’aria, oltre la balaustra, ok? Ci avviciniamo al pesce per dare un’occhiata e, senti questa, ci accorgiamo che siamo a tipo a un chilometro di altezza dal livello del mare che voliamo anche noi con tutto lo yacht… e sopra di noi c’è questra stronza astronave gigantesca a forma di palla arancione che colora anche tutto il cielo di arancione, merda stranissima, agente!”
– “Tutto chiaro, basta così.”
Uno dei poliziotti salì in macchina e lasciò il collega a osservare i due dentro il canale.
– “Centrale? Mandate un’ambulanza. Abbiamo due idioti che si sono strafatti di qualche sostanza psicotropa e sono ancora in pieno trip, uno dei due è catatonico e non parla. No, non credo che abbiano nessun documento addosso. Sono nudi. D’accordo, rimaniamo qua finché arrivate. Passo e chiudo.”

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7 responses to this post.

  1. Epic win totale.

    Rispondi

  2. Posted by v43 on febbraio 16, 2011 at 06:38

    wooooooooooooo!! sta storia è proprio un trip! 😀

    Rispondi

    • Posted by v43 on febbraio 17, 2011 at 07:31

      hai mai visto american trip (Harold & Kumar Go to White Castle)? areo vardeo che te te capotti dal ridar finche no te s’ciopi diobel

      diciamo che è un film in sintonia con la tua storia
      c’è anche il seguito, Harold & Kumar Escape from Guantanamo Bay, che xe na canonada (in tuti i sensi)!

      Rispondi

  3. “la troia aliena si mette a fare capriole come lo stronzo Juri Chechi”

    Non mi sono ancora ripreso dopo aver letto questa frase!

    Ahahahahahaha!

    Cordialità

    Attila

    Rispondi

  4. Posted by Galeazzo Catenacci on marzo 29, 2011 at 19:44

    straordinario davvero

    Rispondi

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