Andate a lavorare in miniera.

Una premessa: non ho la più pallida idea di cosa salterà fuori a mano a mano che butterò giù una parola dietro l’altra dato che non dispongo di uno schema da seguire e ho intenzione di andare a ruota libera.

Ho i coglioni che girano vorticosissimamente dopo aver ascoltato per l’ennesima volta un bel disco di qualche anno fa, soprattutto perché mi rendo conto che, di contemporaneo, non c’è nulla di lontanamente paragonabile ad esso per resa sonora. E, si badi, non sto parlando della qualità delle composizioni (il che, nel caso si cominciasse a discutere l’argomento, lascerebbe uno strascico di commenti pressoché infinito).

Vorrei tuttavia che fosse chiaro che, con le righe che seguono, mi sforzerò di trattare solo:

  • Il modo in cui la musica rock viene prodotta al giorno d’oggi,
  • Come suonano i dischi contemporanei, nonché…
  • La qualità sonora dei dischi dei bei vecchi tempi.

Comprì? Questo mucchio di merda non coprirà, per quanto possibile, argomenti quali la morte del rock, la bontà/mediocrità compositiva che sta (o meno, a seconda dei gusti) inesorabilmente mandando a puttane una volta per tutte la musica contemporanea. Né verrà stilata una sorta di elenco di musicisti buoni e/o musicisti che farebbero meglio a imbracciare l’aratro piuttosto che la chitarra.

Niente del genere.

In pratica, mi limiterò – sempre nei limiti delle possibilità di cui dispongo – al solo aspetto tecnico afferente alle modalità attraverso cui si registrano/masterizzano i dischi al giorno d’oggi. Modalità che, secondo me, fanno davvero-davvero talmente schifo al cazzo da provocare una dissenteria a base di mitragliate di locuste che escono rabbiose e affamate dal mio ano.

Alcuni credono, a torto o a ragione, che la mediocrità del suono sia, in gran parte, imputabile alle moderne tecniche di registrazione che privilegiano pro-tools e computer a scapito delle vecchie bobine di nastro magnetico; se devo dirla tutta, non credo che la porcheria sonora che ci assilla sia da addossare interamente ai computer e alla registrazione digitale. Credo, più semplicemente, che si abbia a che fare con un fattore prevalentemente di natura umana, ovvero che gli ingegneri del suono non sappiano più fare il loro mestiere; né tantomeno i mastering engineers.

Un esempio pratico? Questa canzone…

…è stata incisa nel 1983 e pubblicata nel 1984 all’interno dell’album “Slide It In” dei Whitesnake.(1)

Si faccia particolare attenzione al suono della batteria, nella fattispecie a rullante e hi-hat. Arriva tutto in piena fronte, sembra che il drum-kit esca dalle casse acustiche e si noti che, all’epoca, non esistevano triggers e vaccate del genere: la cassa era la cassa, il rullante era il rullante e i piatti erano piatti; tutto vero.

La voce di Coverdale è al di là della perfezione; lo si sente perfino respirare tra una parola e l’altra.

A 1:14 si comincia a intuire che la goduria è giusto dietro l’angolo, si sa che ciò che uscirà dalle casse acustiche, pur nella miseria di youtube, spaccherà culi e suonerà esattamente come il mio pene all’interno di Federica Nargi, paradisiaco. Così, puntualmente, quando a 1:50 parte il ritornello, il sottoscritto viene magno cum gaudio e ha bisogno di cambiarsi le mutande (ok, torno subito).

Il produttore di “Slide It In” è Martin Birch, un inglese che sa(peva) fare il suo mestiere e ha registrato praticamente tutto il rock britannico degli anni settanta e ottanta. E, porca troia!, quando si metteva lui dietro il mixer, le cose funzionavano a dovere; c’era dinamica, ogni strumento era riconoscibile e i dischi si ascoltavano a ripetizione, senza stancarsi di ciò che veniva servito ai nostri padiglioni auricolari nel giro di un paio di giorni.

Altro esempio di suprema nerchietà sonora (va ascoltato direttamente su youtube perché sony music non permette ai fruitori di wordpress di inglobare contenuti di sua proprietà) è questo:

“Piece of Mind” degli Iron Maiden è stato pubblicato nel 1983 e, ancora una volta, dietro il mixer c’era sua maestà Martin Birch. Tutto, a partire dal leggendario fill introduttivo, è esattemente come dovrebbe essere: chiaro, cristallino, definito, in una parola PERFEZIONE.

A questo punto, che ne dite di confrontare il suono del 1983 con qualcosa che è stato registrato l’altro ieri da quella bestia da soma che risponde al nome di Kevin Shirley (produttore rock che va per la maggiore nel XXI secolo)?

Pronti?

Via.

Prima di tutto, DIO PORCO!

Al di là della qualità per lo meno discutibile della composizione, il suono è una latrina totale e ciò non dipende (solo) dalla mediocre qualità audio di youtube.

Ascoltando quel macello, non si capisce letteralmente un cazzo. È una inaudita squacquera amorfa dove emerge solo la voce di Bruce Dickinson. Tutto il resto è un pastone immondo compressissimo. Una fetenzia assoluta solo in parte imputabile alla famigerata loudness war. Il problema fondamentale, ancora una volta, è che il produttore è un somaro totale. Si può solo sperare che Kevin Shirley passi di moda al più presto.

In pratica è da più o meno metà anni novanta che i dischi hanno cominciato a suonare come se li avessero registrati all’interno di un cesso pubblico con pareti lisce che fanno rimbalzare le onde sonore ovunque. E pensare che gli studi di registrazione impiegati sono grossomodo sempre gli stessi. E poi non ci si dovrebbe incazzare e bestemmiare in modo ricercato, giusto? Si dovrebbe far finta di niente e continuare ad acquistare CD come una volta invece che affidarsi ai più svariati software peer-to-peer per scaricare l’ennesimo album registrato alla cazzo che suona come uno stronzo di cane compresso, dico bene? Be’, fanculo a zia.

Non c’è un solo disco contemporaneo che mi soddisfi a livello sonoro, nemmeno uno. La produzione fa sempre più CA-GA-RE.

La dinamica è inesistente. Del tutto. I singoli strumenti non si distinguono più e ciò che maggiormente ne fa le spese è la sezione ritmica.

Il basso praticamente non si sente più e la batteria suona sempre più come un ammasso di ferraglia.

Ah, la batteria… un altro fattore di non poca importanza che ne pregiudica la resa sonora è l’impiego delle pelli che, nel corso dell’ultimo decennio, ha subito una sorta di rivoluzione.

So che quanto sto per affermare potrebbe avere a che fare con gusti personali e che ci sono un sacco di professionisti pronti a darmi addosso, tuttavia le pelli sabbiate sono nate per il JAZZ. OCCHEI? Il loro impiego dovrebbe essere bandito in ambito rock. Si dovrebbero montare solo Remo Pinstripe Clear e/o Clear Controlled Sound. Anche per il maledetto rullante! Proprio come si faceva nel corso degli anni ottanta, cazzo!

Questa merda qua è stata appositamente studiata e messa a punto per suonare standard jazz; la stronzissima sabbiatura esiste per via delle fottute spazzole, ok? In ambito rock, se si montano quelle schifezze sabbiate del cazzo, i tom e la cassa SPA-RI-SCO-NO, letteralmente evaporano. Figuriamoci in ambito metal. La ragione per cui il suono della batteria di Nicko McBrain fa tanto cagare in “The Final Frontier” e (soprattutto) in “A Matter Of Life And Death” va ricercata, oltre che nell’incapacità asinina di Kevin Shirley, soprattutto nell’impiego delle maledette pelli sabbiate.

Bon, a questo punto, verrebbe voglia di darci un taglio e buttare tutto in porno di ottima qualità perché sono talmente incazzato per il modo in cui il rock contemporaneo suona che mi viene voglia di prendere l’ultimo disco che ho acquistato (non ho intenzione di rivelare di cosa si tratta) e lanciarlo fuori dalla finestra accompagnandolo da una violentissima scarica di porchidei. Il fatto è che la musica in esso contenuta (è) sarebbe davvero buona. Si tratterebbe di roba di qualità suonata con passione, dico sul serio. Purtroppo ciò che scaturisce dalle casse acustiche è talmente uno schifo sonoro da far venir voglia di ammazzare con sassi gattini appena nati. Batteria cartonata, basso inesistente, pastone compresso e tante grazie, Kevin, vattene un po’ due passi a fare in culo.

Posso solo aggiungere una nota nostalgica, eh già… pare che ormai anche io sia diventato un trombone che rimpiange gli anni passati; probabilmente finirò col guardare male gli sbarbi che si lamentano per il revival degli anni ’80… allo stesso modo in cui a me sale la pressione ogni volta che vedo Gianni Morandi che fa il ggiovane a sessantasei anni suonati e non schioda il culo dalla TV Nazionale manco scannato.

Mi mancano i tempi in cui prendevo in mano un vinile, davo un’occhiata ai credits e ci leggevo Ron Nevison, Neil Kernon, Beau Hill, Andy Johns, Richie Zito, Max Norman, Michael Barbiero, Steve Thompson, Kevin Elson, Mike Stone, Bruce Fairbairn, Martin Birch, Dieter Dierks, Alan Parsons, Trevor Horn (TREVOR HORN, CAZZO!), etc. Mi spiego? Sapevo, ancora prima di piazzare il disco sul piatto, che la musica avrebbe suonato come il porcoiddio comanda e che avrei divelto i coglioni ai miei vicini per almeno tre ore al giorno, sette giorni la settimana.

In poche parole: fanculo a Rick Rubin e Kevin Shirley, andate a lavorare in miniera di torba in Irlanda, razza di incapaci casinisti che non siete altro. E non dimenticate di chiudere la porta.

(1) Piccola curiosità di cui probabilmente tutti sono a conoscenza: esistono due versioni dello stesso disco, una inglese con Micky Moody alla chitarra e una USA con John Sykes che, in realtà, si è limitato ad aggiungere alcune parti soliste a quelle già esistenti. Alcuni preferiscono la versione inglese, altri quella americana (personalmente, essendo io bullo, preferisco quella americana perché ha un sacco di fuzz-guitars che, all’epoca, andavano di moda; in poche parole: quando un chitarrista voleva spararsi le pose, andava di fuzz a tutta forza).

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19 responses to this post.

  1. Posted by Ilocan on febbraio 28, 2011 at 21:08

    Trevor Horn, dio can.

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  2. Bello il blog. Anche la grafica, mi piace.

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  3. Posted by Anonymous on marzo 1, 2011 at 20:24

    Me mi piace Devin Townsend, (A)skolta Addicted! Si sente tuttissimo perfettamente anke a volume kiodo su autoradio cinese da 12 euro! LUI BRAVERRIMO produttore giramanopole a banko mixer! E anke musicaio e kantatore bravo tanto!

    P.S. Me piace Leibniz, Kant capisce na sega! (specie quando pretende di stabilire la “necessità logica della meccanica newtoniana e della geometria euclidea” applicate allo spaziotempo.)

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  4. Posted by Ares79 on marzo 1, 2011 at 21:26

    Eh ma anche tu ti fai del male da solo…voglio dire, fare il confronto tra Piece Of Mind e The Final Frontier, puttana madonna infantile, e’ un suicidio.
    Ma hai ragione: moltissimo “rock” spacciato oggigiorno fa cagare creature abominevoli, non si capisce un cazzo di nulla.

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  5. Però dio bestia, i Valient Thorr sono anche prodotti divinamente (Jack Endino, mica Peppe Sgommanzio)!

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  6. Posted by leftheleft on marzo 3, 2011 at 22:03

  7. Sulle pelli sabbiate, ti appoggio, suonano meglio con i frustini, ma l’obiezione di Yoss è sensata, può essere che siano i batteristi ad essere diventati mongoloidi, e non le pelli troppo merdose?

    Voglio dire, dopotutto mi pare che la musica rock dei giorni nostri sia fatta da mongoloidi, quindi forse è meglio che il suono sia bello impastato, non so se mi spiego.

    Tipo frullato di merda e prugne secche.

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    • Ripeto: secondo me la colpa è prevalentemente da ascrivere al produttore e all’ingegnere del suono; se poi, come ciliegina sulla torta, si aggiungono anche le pelli sabbiate, eccoti servita la tua fumante merda sonora servita su un piatto d’argento. D’altra parte, come la storia insegna, gli anni ’90 hanno dato inizio a una fetentissima tendenza: il suonare alla cazzo di cane come modello culturale dell’alternatve-rock. E il XXI secolo non è stato migliore: nel 1986 tutti avrebbero riso dietro ai White Stripes.

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      • Gli white stripes non ho ancora capito come abbiano potuto avere successo, se la loro tipica canzone è una linea di basso disgustosa e due colpi di batteria dati a cazzo.

        Sul serio, la colpa è anche di chi compra quella merda schifosa.

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  8. Posted by bazzandro on marzo 27, 2011 at 09:44

    Non sono d’accordo su Rick Rubin, “Reign in Blood” degli Slayer ha un suono da PAURA e, considerato il fatto che siamo nel 1986, proprio QUEL suono ha ridefinito il suono di tutto il metal degli anni successivi.
    Per quanto riguarda l’involuzione del suono dei Maiden, consideriamo anche che “Brave new world” del 2000 è prodotto da Shirley e i suoni sono tutt’altro che pessimi; sembra più che altro che il problema sia a partire da Steve Harris, che si ostina sempre più ridicolmente ad impoverire il set rincorrendo a tutti i costi quell’idea mitologica di gruppo-che-suona-in-sala-prove e registra-senza-sovraincisioni, che va bene magari quando si ha l’energia e la spinta dei ventenni, ma con la flemma che contraddistingue ormai l’età dei componenti della Vergine di Ferro, li sta ormai assimilando ad un’orchestra di liscio della costiera romagnola.

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    • “Reign in Blood” è del 1986 e, a quel tempo, c’erano standard del tutto inesistenti nel 2011. Per quanto concerne il suono “Brave New World”, a questo punto mi sa che è davvero una questione di gusti: secondo me la batteria è una porcheria, uno scatolone.

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      • Posted by bazzandro on marzo 28, 2011 at 05:06

        In effetti sul suono della batteria di Brave New World non entro nel merito; più che altro quello che si evidenzia soprattutto nei dischi seguenti,secondo me, è una totale assenza di quantizzazione sulla traccia del batterista, per cui si ha quell’effetto di Nicko Mc Brain che suona tipo tira-e-molla (forse anche senza seguire un click?) costringendo gli altri a stargli dietro approssimativamente; tu per esempio hai avuto la stessa impressione? (considera ad esempio l’apertura del brano “Wildest Dreams”, il primo di Dance of Death)
        Poi i suoni delle chitarre e la qualità delle distorsioni da “Dance of Death” in poi sono letteralmente pietosi, forse per totale assenza di postproduzione (sempre forse per mantenere quella fissazione “live” di Steve Harris..), oltre al fatto che le esecuzioni dei chitarristi a tratti sono assolutamente approssimative.
        Da un lato forse la scelta di limitare le sovraincisioni ha penalizzato alla lunga la qualità delle esecuzioni e tutto il resto; c’è anche da dire che negli ultimi tre dischi loro stessi hanno sbandierato alla stampa il fatto di aver registrato i brani suonando tutti quanti insieme e non registrando le tracce singolarmente una per una; per questo penso che sia più una responsabilità di scelte discutibili da parte di Steve Harris e del gruppo, piuttosto che una colpa esclusiva di Kevin Shirley, che forse potrebbe aver avuto dei bei bastoni tra le ruote.

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        • Suonare tutti quanti assieme, live in studio, non pregiudica la qualità sonora di un disco. Anche “Big Life” dei Night Ranger è stato registrato allo stesso modo, solo che dietro la console c’erano Kevin Elson e sua maestà David Foster, non quel somaro di Shirley. Per il resto, ho ascoltato tutti gli album dei Maiden ma, per qualche ragione, l’ultimo disco che mi piace, in ordine di tempo, è “Somewhere In Time” (ho il vinile, comprato appena uscito). Già con “Seventh Son Of A Seventh Son”, ho cominciato a storcere il naso. In poche parole: non è, secondo me (e ancora una volta), un problema di sovraincisioni e post-produzione, piuttosto una semplice questione di somareria al mixer. Shirley ha smerdato anche l’ultimo Mr. Big.

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  9. Posted by gianugo on ottobre 17, 2011 at 09:17

    Bella merda le produzioni anni ’80, sembrano fatte coi synth di una pianola. Meno male che contemporaneamente c’erano anche i filoni di rock underground che, fortunatamente, hanno vinto chiudendo la stagione di quello schifo plasticoso.

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