Calamità letterarie e cazzeggio librario in generale.

Allora, prima di tutto l’altro ieri ho riso talmente tanto che mi è sfuggito un peto mentre guardavo “Jackass 3D”.

In secondo luogo, leggetevi questo meraviglioso, fantastico, arrapante & sventraculi-in-senso-buono articolo del Duca; francamente era da un pezzo che non mi imbattevo in qualcosa di tanto buono nella blogosfera nel marasma informe della fetenzìa che impera incontrastata e con pugno ferreo l’interwebz. Sempre che non siate un branco di miserabili beghine che leggono la maestrina del nordest (seh, col cazzo che la nomino e la linko), nel qual caso potete venire a leccarmi la piastra (ho finito le spugnette), razza di sguattere che non siete altro.

In terzo luogo, non so cosa sia successo di preciso, fattosta che improvvisamente il click counter del mio blog è schizzato al cielo come un getto di squirting di Deauxma passando, come d’incanto, da 100/150 a 600/800 (con punte di 1000) visite quotidiane. Il tutto senza che io combinassi niente, nada, nothing. Non ho nemmeno aggiornato con tutta ‘sta frequenza, per dire.

Sono un pigro figlio di troia e la Primavera appena iniziata non fa altro che indirizzare il mio pensiero in direzione della vagina.

La vagina è una roba gustosissima.

Prelibata! Gnamgnamgnam!

Mai provato a mangiare vagina avendo avuto prima cura di spalmarvi sopra della senape? Deliziosa!

Vagina con salsa tartara. Un vero paradiso per le papille gustative!

Vagina e tartufi trifolati? Ottima!

Vagina, caviale e cren. Yummy!

Vagina e basta, liscia, pura, inadulterata. Non le si può dire di no! Nossignore!

Se poi si scende un po’ più in basso, si può anche apprezzare l’aroma tipicamente secco di culo… DIOCANE-DIOBOIA-DIO BESTIA & MADONNA PUTTANA… LA VAGINA MI STA RENDENDO PAZZO! AAAAAARRRRGHHHH!

Bon, parliamo di libri, va’, ché altrimenti finisce che scrivo una disanima di tipo tre righe sul perizoma nero che spunta dall’orlo dei jeans a vita bassa delle giovani fanciulle che camminano vezzosamente per i corridoi che frequento quotidianamente… e non andrebbe mica un cazzo di una merda di niente bene perché, nel giro di pochi secondi, manderei in vacca questo articolo prima ancora di terminare queste righe introduttive e mi fionderei su xhamster alla ricerca di analcreampie e gonzo. E finirebbe tutto quanto in uno tsunami di sborra (la mia).

Allora, no? Con ogni probabilità, se Bixx si imbatterà in queste righe, avrà fortemente da ridire… del resto la varietà di mutande che la gente indossa è paragonabile alla diversificazione infinita riscontrabile nella perfetta simmetria concentrica dei fiocchi di neve. Idem per i gusti e le opinioni personali, giusto?

Guarda che roba! È più grosso del culone di quella merda di tua madre puttana! Incredibile!

Allora, no? C’era una volta uno scrittore americano che prediligeva il flusso di coscienza come stile letterario quando non stendeva articoli sugli argomenti – a dirla tutta, ottimi articoli – più disparati come giornalista freelance. Senonché tutti lo consideravano un genio e compagnia bella però lui soffriva di depressione e un giorno si è impiccato o sparato, bu non mi ricordo e non ho nemmeno voglia di andare a cercare notizie più precise su wikipedia, comunque è morto.

Insomma, qualche tempo fa, girando tra gli scaffali di una libreria frequentata da tutta la crema culturale cittadina, mi sono imbattuto in questo figlio di puttana di mille e rotte pagine intitolato “Infinite Jest” e, dato che avevo letto da qualche parte che si trattava della più incommensurabile figata disponibile sul mercato, ho fatto due conti e sono giunto alla conclusione che le femmine che girano per strada con i jeans a vita bassa o i leggings neri, vedendomi camminare sotto i portici con un bastardo di un cazzigliaio di pagine sotto il braccio, avrebbero capito che sono un ragazzo sensibilie con l’animo del poeta maledetto che pensa al suicidio, un dandy amante della cultura, uno che, dopo aver letto la lista delle dieci cose per cui vale la pena vivere di Roberto Saviano sul sito di repubblica, ne ha compilata una a sua volta e, al numero uno, ha messo “osservare, in preda all’estasi, la cupola del Cenotaph a Newton anche se non l’hanno mai costruito”, uno in grado di conversare di qualsiasi argomento ma che riesce a buttare sul piatto lo strutturalismo diacronico anche quando si parla di costa e polenta; insomma uno stronzo da portare a casa dei genitori per fare una porca figura (“Pensavi che mi sarei messo con un meccanico, eh? E invece no, beccati questo straccione che legge e non fa un cazzo tutto il giorno. Papà!”), uno che parla con la erre spastica e tutto quanto, ok? Così, giocoforza, mi avrebbero consegnato la figa su un piatto d’argento. Ci ho messo tipo due minuti per prendere la decisione… l’ho comprato e ho, allo stesso tempo, incrociato le dita.

Dunque, non solo ci sono un cazzigliaio di pagine, ma le stesse sono scritte in modalità brickwall, nel senso che raramente, dopo un punto, c’è anche un a capo. Così, escludendo alcuni capitoli infarciti di dialoghi (a dire il vero piuttosto brillanti), ci si imbatte in periodi interminabili e fiumi di parole che il lettore medio faticosamente riesce a seguire senza perdere la trama di quanto sta accadendo, sempre che stia effettivamente accadendo qualcosa. Alcuni capitoli, inoltre, sono veri e propri racconti del tutto slegati dal resto della vicenda… e, a proposito, c’è una vicenda?

Insomma: se qualcuno ha intenzione di addentrarsi nella lettura di un trattato di scrittura creativa in forma di romanzo post-moderno sul tennis agonistico e la tossicodipendenza che ha per protagonista un figlio di troia allucinato all’ultimo stadio che conosce a memoria l’intero dizionario della lingua inglese, si aliena sempre più da ciò che lo circonda e vive in un universo dove nel calendario gli anni non vengono più contati con i numeri ma catalogati per sponsor (tipo “Anno del Pannolone per Adulti Depend”), se non trova fastidioso che, di quando in quando, la narrazione sia interrotta da blocchi di testo che, all’apparenza, nulla hanno a che fare con ciò che si è letto fino a quel punto, be’, allora “Infinite Jest” di David Foster Wallace è il libro che fa per voi.

Per quanto mi riguarda, mi sono fermato circa a metà e non ho intenzione di riprenderlo in mano. D’accordo c’è un sacco di talento e tutto quanto ma non ho tempo di stare dietro a muri di prosa simili né mi scende il culo di spulciare le numeorissime note al testo (circa un centinaio di pagine di appendice stampate in corpo minuscolo), ho già letto “Etica” di Spinoza all’università e mi basta; lascio “Infinite Jest” ai veri appassionati di cultura, io sono uno che beve birra.

Così, mollato il mattone, sono passato a questo:

Neil Strauss ha colpito ancora.

Dopo aver pubblicato una delle migliori biografie rock disponibili sul mercato (sto parlando di “The Dirt”), è stato contattato da Jenna Jameson per fare da ghost-writer per le sue memorie. E, gente, anche in questo caso è andato a segno, strike pieno.

Il materiale a disposizione di Strauss era, in effetti, copioso e tutt’altro che noioso. Trovarsi di fronte a una delle icone del porno americano, significa avere a che fare con un catalogo di anedottica di prima qualità. Tuttavia l’abilità dello scrittore è riuscire a mettere assieme le tessere in modo pressoché perfetto e ricavarne uno scritto che si fa leggere nel giro di pochi giorni.

Ok, dopo aver preso in mano (e aver cercato, senza successo, di terminarlo) “Infinite Jest”, qualsiasi squacquera può sembrare scorrevole e divertente. Mi spiego meglio: c’è una remota possibilità che il mio giudizio sia stato in parte viziato dalle condizioni nelle quali il mio scroto si è trovato a essere prima di immergermi nella lettura di “How To Make Love Like A Pornstar”. Fattosta che la biografia di Jenna Jameson è un ottimo tonico per i testicoli che penzolano all’altezza delle caviglie.

Non c’è un attimo di tregua: si viaggia a tutta birra dall’adolescenza all’età adulta di Jenna. E c’è davvero un sacco di roba interessante: dalla violenza sessuale che Jenna, allora sedicenne, ha subito da parte dello zio del suo primo ragazzo, al primo incontro saffico con una collega ballerina di lap-dance; dall’esordio nel mondo del porno, alla gestione di un set a luci rosse; dai gironi più profondi della tossicodipendenza, alla rinascita come produttrice a luci rosse milionaria.

Sto per utilizzare un luogo comune ma non me ne frega una merda perché in ogni caso si tratta della verità: quando si prende in mano “How To Make Love Like A Pornstar”, si è costretti ad arrivare alla fine.

Jenna Jameson più Neil Strauss uguale rock and roll.

Diciamoci la verità: i libri che ti fanno ridere, commuovere, incazzare nonché avere un’erezione rocciosa si contano sulla punta delle dita.

Unica controindicazione per il pubblico italiano: “How To Make Love Like A Pornostar” è al momento disponibile solo in lingua inglese perché gli editori della penisola pare che siano più interessati a Paulo Coelho e altre stronzate simili che piacciono alle femmine ciccione che si strafanno di cioccolato e panna e hanno bisogno di un’ulteriore scusa per deprimersi ancora più di quanto lo sono.

Stupide coglione trippochiappone.

Ah, Lansdale… negli ultimi tre anni (perché prima di tre anni fa l’avevo solo sentito nominare) questo texano karateca mi ha dato un sacco di gioie. Non mi ha ancora deluso, questo figlio di troia.

Era da un pezzo che stavo dietro a “Echi Perduti” perché la trama, di cui avevo solo una vaga idea, sembra un episodio inedito di Twilight Zone. Alla fine Fanucci ha deciso di ristamparlo in un’elegante edizione a copertina rigida col prezzo di un paperback così, quando l’ho visto sullo scaffale, non ho potuto far altro che guardarmi attorno per assicurarmi che non ci fosse qualche altro stronzo che aveva adocchiato il volume con l’intenzione di soffiarmelo sotto il naso e appropriarmene.

Ebbene: “Echi Perduti” è uno dei migliori romanzi che ho letto negli ultimi mesi; la storia, in fin dei conti, non è nulla di eccezionale (uno sbarbo squattrinato che ha le visioni ogni volta che si trova in un luogo dove qualcuno è stato fatto fuori in modo violento e che, a causa di questo “dono”, si ritrova nella merda fino al collo perché ha inavvertitamente pestato i piedi a un pezzo grosso che, come dire, non è che abbia proprio la coscienza a posto… e non ho spoilerato un cazzo, ok? Si tratta di materiale che si trova sulla sovracoperta… o forse sì? Cazzo me ne frega amme comunque?); ciò che davvero fa la differenza è lo stile.

La sensazione che ho avuto, girando una pagina dietro l’altra, è che il texano si sia trovato davvero in uno stato di grazia quando ha scagazzato “Echi Perduti”. Dev’essersi seduto alla scrivania e aver lasciato che le parole fluissero da sole, senza sforzarsi di cercare il vocabolo giusto; in pratica si dev’essere divertito come un porco nel fango.

Di seguito riporto un brano tratto dal libro perché si tratta di una vera e propria enciclopedia dell’insulto. Pronti? Via.

Chiudi quella bocca, Joey. Ho solo un grosso problema con l’alcol. Non sono gay. Ma se lo fossi, voglio che tu sappia che sarei il migliore succhiacazzi che abbia mai trafficato con una cerniera lampo. Te lo dico perché tu sappia che quando decido di essere bravo in qualcosa, ci riesco. E te lo dico perché tu sappia che sono bravissimo a menare la gente. Te lo dico perché non sono affatto convinto che tu sia davvero amico di Harry. Penso che tu sia un piccolo parassita del cazzo che succhierebbe il sangue dalle palle avvizzite di una iena morta. (…) Sei stato tu a dare il via a tutto questo, stronzo. Volevi sapere qualcosa sul mio conto e ora che i miei sentimenti più veri sono affiorati non intendo sopirli. Credo che tu sia un dannato pezzo di merda di cane, un pezzo di merda fibrosa e sbiancata dal sole, esposta al vento su una collinetta infestata dalle formiche. (…) Chiunque non sia cresciuto assieme a te non ti concederebbe nemmeno quindici minuti in una latrina all’aria aperta, a meno che non fosse scoppiato un incendio e tu non fossi legato alla tazza del cesso. Sei il peggior stamaledetto sfigato che sia mai esistito dal giorno in cui gli sfigati sono stati inventati, sei come una fottutissima malattia: diffondi i tuoi germi da sfigato, da stronzo di cane secco e sbiancato, ovunque tu vada, nella speranza di trascinare tutti gli altri nella fogna insieme a te, razza di tronfio pezzo di merda di cane che se ne va in giro a ingurgitare piscio con andatura semi-umana. Penso di essermi tolto un peso dallo stomaco. (…) Ah, un’ultima cosa. Se alzi la voce e ti metti a imprecare contro di me o ti comporti in maniera poco educata, ti sveglierai con un fottutissimo tubo su per il naso e un altro infilato nell’uccello. Penserai di essere un astronauta con tutti quei tubi che ti spuntano dal corpo. Ti picchierò e ti percuoterò e ti sbatacchierò e ti pesterò e ti prenderò a calci e farò più o meno qualunque cosa mi venga in mente, fino a menarti con una di queste sedie e magari con alcuni degli avventori. Per cui non dire nulla. Non una dannatissima parola, anche se fosse in greco.

Questa roba è più METAL degli Slayer.

Ok, per concludere, se lo trovate in edicola, compratevi questo:

Si tratta di due romanzi di Michael Swanwick raccolti in un unico volume.

In questo momento mi trovo circa a un terzo del percorso; tuttavia quello che ho letto fino a questo punto mi sta facendo godere come un opossum. È tutto scritto come il porcoiddio comanda e ci sono trovate davvero geniali. Non si capisce bene quale sia l’ambientazione perché ci sono cellulari, centri commerciali, elfi, troll e draghi meccanici senzienti; insomma un minestrone. Ma un minestrone che funziona alla grande. 638 pagine per 7,50 €uri. Filate in edicola e basta.

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5 responses to this post.

  1. Posted by bixx on marzo 27, 2011 at 03:38

    Passare son passata. I perizomi stan bene a chi ha il culetto giusto e si sente comoda. Niente da ridire, altroché. Viva la figa e tutto ció che le ruota attorno!

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  2. Posted by Myollnir on marzo 27, 2011 at 09:12

    Di DF Wallace ho letto non Infinite jest, ma Brief interviews with hideous men. In effetti, è abbastanza un mattone, per come è scritto; cioè, è bravo, ma si lascia prendere la mano. Il primo dei racconti è lungo forse una trentina di pagine. Parla di UN tuffo in piscina dal trampolino. Trenta secondi in tutto, compresa la salita della scaletta. Effetto slow-slow-slow motion. Poi ne avevo preso un altro, una raccolta di articoli di critica varia (letteraria, cinematografica, ma anche di tennis): non sono riuscito a finirlo. Un suggerimento: visto che tanto sono in inglese, e sono due paperbacks potresti scollare la copertina del tomo di Infinite jest, e reincollarlo su Jenna Jameson. Faresti lo stesso la tua porca figura (figuriamoci se qualcuno te lo controlla), e potresti leggertelo anche in bagno.

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  3. Oh, hai reso bene l’idea.
    Tant’è che non toccherò Infinite Jest neppure con uno di quei pezzi di ferraglia che si usano per tirare giù gli abiti dagli armadi troppo alti.

    Ho preso “La missione teatrale di Wilhelm Meister” (ho dovuto usare google: neanche ero più sicuro di come si scrivesse “Wilhelm”) e ne avrò lette -boh?- un centinaio di pagine credo. Prima di metterlo nell’armadio (che io sono ignorante e la libreria non ce l’ho) aveva uno strato di qualche centimetro di polvere.

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