Sono McLovin!

Ok, avevo detto che non avrei più aggiornato il blog giusto qualche giorno fa (o qualcosa del genere), il fatto è che ho un peso sulla coscienza da un sacco di anni e, anche se ho sempre pensato che la psicologia teorica (e pratica, nel caso esista) sia una sublime stronzata, mi sono detto “perché no?” e ho deciso di confessare una… errr… colpa di cui mi vergogno tanto da far vomitare.

Quando avevo quattordici-quindici anni e frequentavo la prima superiore, avevo una voglia pazza di capitare tra le gambe a una mia compagna di classe ma, ovviamente, non ci sono mai riuscito. Ma non è questo il punto, il punto è che, come tutti sanno, qualsiasi mezzo andava/va bene per fiocinare la sua giovane vulva. E intendo dire “qualsiasi mezzo”.

Senonché, nella primavera di quell’anno, una tragedia colpì l’istituto superiore che frequentavamo io e la sbarba che aveva provocato la triste fine di qualche milione di spermatozoi giù per il cesso della casa dei miei genitori. Nella fattispecie: una ragazza che frequentava il secondo anno nello stesso istituto fu investita e uccisa proprio davanti alla porta di casa sua. Aveva sedici anni, andava bene a scuola, era simpatica a tutti, una cosa terribile, triste e tutto il resto. Quando, la mattina seguente, la notizia trapelò, quella a cui volevo praticare una dilatazione con raschiamento scoppiò a piangere assieme ad altre compagne di classe.

Io e il mio vicino di banco (che era stato segato sia alle medie che l’anno prima, aveva già diciassette anni, per dire) mantenemmo un contegno il più composto possibile per il resto della mattinata e facemmo finta di essere particolarmente toccati dalla tragedia… anche se, nella realtà dei fatti, non lo eravamo per nulla: non la conoscevamo, non avevamo nemmeno idea di chi fosse (“Chi è morta? Ah… lei?”, dicevamo… “Ecchiccazzo sarebbe?”, pensavamo), sapevamo solo che abitava in una frazione del Friuli Venezia Giulia che si poteva raggiungere in treno (non avevamo scooter motorini e, di raggiungere in bicicletta il luogo, non se ne parlava nemmeno ma di questo dirò tra poco).

Insomma, a ricreazione, quella che mi volevo scopare non sembrava ancora aver superato lo shock per la perdita di una giovane vita, potenza della… come cazzo si chiama… la sensazione di provare il dolore altrui e farlo proprio, potrebbe essere “entropia”(**), un attimo che controllo; no, mi pare che non c’entri un beneamato comunque c’è un lemma che descrive ‘sta roba, ok? Ma in ogni caso, ancora una volta, non è questo il punto.

Stavo dicendo, sempre con il pensiero di fottere la fighetta della silfide, durante l’intervallo, mi avvicinai e finsi di essere altrettanto scosso dalla scomparsa della studentessa del nostro istituto.

– “Oh, ma ti rendi conto? Poteva succedere a noi! Che triste! È così ingiusto!”, singhiozzava.
– “Oh sì, davvero uno schifo…”, dissi io allungando timidamente il braccio sulla sua spalla.

Del tutto inaspettatamente, la meraviglia femminea che popolava il mio microcosmo onanistico mi abbracciò, singhiozzando vigorosamente sul mio petto.

– “Ohilà, vaccatroia!”, esclamai io, stupito.
– “Cosa?”, riuscì a dire lei sempre scossa dai singhiozzi.
– “No, niente… dicevo… quando fanno il funerale?”
– “Domani pomeriggio, tu ci vai?”
– “Certo che ci vado!”, colgli l’attimo, ragazzo, cogli l’attimo! – “Pensavi di andarci anche tu?”
– “Sì, mi farebbe piacere che mi accompagnassi.”
– “Ah eccome! E poi ti pianto mezzo metro di lingua in bocca, una mano sulla figa e finalmente mi libero della stronzissima verginità! Sì, cazzo! Eccome se ti accompagno! Puoi scommetterci il culo che ti accompagno, hey!”, pensai. “Volentieri, so che c’è un treno che parte verso le 13:30. Ci si mette circa un quarto d’ora per arrivare, la chiesa dovrebbe essere poco distante dalla stazione, il paese è piccolo.”, dissi.
– “Sei un ragazzo sensibile.”, disse, guardandomi negli occhi.

“Sono un ragazzo sensibile.”, pensai per il resto della mattinata, il pomeriggio seguente e per tutta la notte. Col tempo avrei imparato che “sensibile” significa “Non avrai mai la mia figa!” ma sono nozioni che si apprendono col tempo, mettendo da parte un sacco di esperienza.

Quando la campanella dell’ultima ora suonò, dissi al mio compagno di banco che sarei andato al funerale con Sara(*). Ricordo che lui disse qualcosa che aveva a che fare con la splendida scelta della location per il primo appuntamento. Poi aggiunse che ci sarebbe stato anche lui e che avrebbe osservato con attenzione ciò che sarei riuscito a combinare il pomeriggio seguente all’interno della chiesa mentre tutti piangevano per la morte di una ragazza di sedici anni.

Come andò a finire? Ah, cazzo. Malissimo! Peggio di così non sarebbe potuta andare, fanculo la mia vita!

Il giorno seguente, al suono della campanella, io e Sara(*) ci dirigemmo alla stazione e salimmo assieme sul treno. Non parlammo per tutto il tragitto, lei appoggiò la testa sulla mia spalla e io desiderai che non si accorgesse che eravamo giunti a destinazione. Avrei voluto raggiungere Trieste (il capolinea) ma, come c’era da aspettarsi, le cose andarono diversamente. Scendemmo dal treno di lì a qualche minuto e, dopo un breve tragitto a piedi, raggiungemmo la chiesa con circa mezz’ora di anticipo rispetto all’inizio della cerimonia funebre. Ci accomodammo nella seconda fila di banchi ma, praticamente subito, il prete ci fece sloggiare dicendo che quelli erano i posti riservati ai parenti della poveretta. Così finimmo due file dietro, ma comunque in prima linea.

In breve tempo la chiesa si riempì e, proprio vicino a me, si sedettero un vecchio con il nipotino. Dietro a me, giusto dietro a me, si accomodò il mio compagno di banco che cominciò a rompere i coglioni praticamente subito. Sara(*) al mio fianco, nel frattempo, aveva ripreso a frignare e a filosofare circa la miseria e l’ingiustizia che caratterizzano la vita umana, sul destino infame e spietato che trancia l’esistenza della povera gente, sulla tragedia che aveva colpito la famiglia della poveretta, la madre  distrutta che era entrata in chiesa seguita dal marito distrutto a sua volta, entrambi in lacrime piegati dal dolore, il fratellino di sì e no quattro anni che li seguiva con l’espressione di chi non capisce bene cosa sia successo e gli sguardi della gente pieni di commiserazione.

– “Ou, c’è anche il preside, guardalo lì.”, il mio compagno di banco mi sibilò all’orecchio.
– “Sì, ho visto.”
– “E anche tutte le compagne di classe della tizia morta… è pieno di figa!”
– “Sì, sì… parla piano ché ti sentono!”
– “Bon, stai dentro ancora per tanto tempo? Mi sono già rotto i coglioni, andiamo fuori?”

*ECO*

Fratelli e sorelle, siamo qui riuniti oggi per una tragedia che ha colpito una famiglia molto cara a tutta la comunità…

/*ECO*

– “C’è anche quella troia della sguattera stronza sbregacazzi di italiano… puttana! Se lo sapevo, stavo a casa; l’ho già vista stamattina, la vacca!”

E, a questo punto, venni preso da un attacco di ridarola irrefrenabile. Mano sul naso, rosso in volto.

– “Stai zitto… iiiihhh… iiiiihhh… chiudi la cazzo di bocca!”
– “Maccheccazzo ridi?”
– “Zitto, ti spacco la testa! Iiiihhh… iiiihhh…”
– “Nonno, hai visto? C’è quello lì che piange…”, il moccioso aveva notato che c’era qualcosa che non stava andando per il verso giusto.
– “Cosa cazzo ridi, coglione? Qua stanno piangendo tutti!”
– “Quando usciamo di qui, ti spacco il culo! Iiiiih… iiiiiihhhh!”, ormai stavo ragliando.
– “Smettetela voi due!”, Sara(*), occhi rossi, lacrime che scendevano tiepide e copiose sulle sue morbide gote.
– “L’hai sentita, brutto stronzo? Smettila di ridere ché non è il momento adatto. Guarda che è morta una sotto la macchina, inutile merda che non sei altro!”

Mi alzai di scatto in piedi.

– “Mi scusi…”, riuscii a dire al vecchio col moccioso in parte a me, sempre con una mano davanti la bocca.
– “Nonno, perché va via?”
– “Dove vai?”, Sara(*) mi stava osservando, fazzoletto di carta inumidito dalle lacrime tra le dita.
– “No, niente, esco ‘n attimino… fa caldo, mi gira la testa, quelle robe lì, sai… ci vediamo dopo… Iiiih… Iiiiih…”

Chiesa strapiena, sguardi interrogativi, gente triste che mi osservava mentre cercavo di tagliare la corda. Slalom, fuori di qui e anche alla svelta, ragazzo! Una volta all’aperto, mi voltai accorgendomi che anche il mio compagno di banco era fuggito assieme a me.

– “Raaaaaraararararararararara, testa di cazzo!”, io.
– “Rarararararararararara, perché ti sei messo a ridere, coglione?”, il mio compagno di banco.
– “Raaaaaraaaaraaaaraaaa, brutto muso di merda, ti ammazzo!”
– “Raaaraaararaaraarararara, Sara(*) è rimasta dentro.”
– “Raaaraarararararararararaaaaa, tanto me la taccono uguale, cosa credi?”
– “STRONZO!”, Sara(*).
– “Wooops…”
– “Wooops…”
– “E comunque non mi piaci! È inutile che ci provi con me! A un funerale poi! Di una povera ragazza che è morta sotto una macchina… e ridi! A me non mi viene da ridere!”
– “No, guarda che hai capito male…”
– “Ho capito benissimo, invece! Stronzo! Tu e anche lui! Stronzi tutti e due!”
– “Ma Sara(*)…”
– “VAFFANCULO!!!”, girò sui tacchi e rientrò in chiesa piangendo più di prima. Addio, Sara(*).
– “Oh, ok… cosa facciamo? Andiamo via?”
– “Sarebbe meglio che spariste, evaporare, subito!”, faccia incazzata di uno sui trent’anni con gli occhi rossi che era uscito per vedere cosa stava succedendo e, a occhio e croce, aveva capito tutto. – “E poi chiccazzo siete?”
– “Non importa… adesso andiamo via. Arrivederci!”
– “Aspettate un attimo…”

Gambe in spalla e polvere dietro il culo.

Come avrei dovuto aspettarmi, il giorno seguente Sara(*) si era preoccupata di raccontare a tutti/e quanto era successo il pomeriggio precedente durante la cerimonia funebre. L’episodio, sono pronto a scommettere il culo, era arrivato alle orecchie anche degli insegnanti. Tant’è che quella che insegnava scienze, la mattina stessa, si premurò di fare un discorsetto di carattere generale a tutta la classe… tenendo lo sguardo fisso su di me e il mio compagno di classe. Uno sguardo che poteva essere interpretato come “Siete due merde secche, fate schifo alla merda stessa, quella secca s’intende!”

Orbene, come dicevo all’inizio, è da un sacco di tempo che mi porto dentro la vergogna per quel pomeriggio di Aprile di tanti anni fa e, anche se come ho sottolineato prima, ritengo che la psicologia e la psicoanalisi siano solenni stronzate, magari Freud non aveva poi tutti i torti, ok? Cioè: far emergere qualcosa che ho lasciato sepolto nel subconscio troppo a lungo, fare una confessione e cose del genere, dico, potrebbe anche aiutarmi a superare il trauma, dico bene? Boh, vediamo cosa succede, ok?

(*) – Nome fittizio, col cazzo che scrivo il nome vero, hey!
(**) – “Empatia”, it is.

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18 responses to this post.

  1. Matt Stone e Trey Parker non avrebbero potuto fare di meglio

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  2. non era un giudizio 🙂 è che sembra sputato un episodio di south park 🙂

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  3. Posted by lamb-O on luglio 2, 2011 at 04:14

    Non ho perso la fede nel tuo ritorno per un solo istante. E sono stato premiato, premiatissimo!

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  4. Un grande ritorno in grandissimo style!! sei troppo un grande. 🙂 inoltre grazie a te ho scoperto qulla miniera d’oro colato di fighe che sono i paesi balcanici.

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  5. Posted by elkurdt on luglio 2, 2011 at 22:03

    Eccezionale, ridere ai funerali è meraviglioso, stavo ridendo con te,

    Ovviamente sapevo che erano tutte cazzate, e che non chiudevi,

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    • Si tratta di una specie di esorcismo. Hai presente quelle orrende figure di merda che ti torturano per tutta la vita? Tu cerchi di dimenticartene ma sono sempre dietro l’angolo e, proprio quando non vorresti, ti ficcano un coltello nella parte bassa della spina dorsale. Ecco.

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  6. Posted by elkurdt on luglio 3, 2011 at 11:38

    Tipo che conosci una ragazza figharrima e poi quella ti dice:

    “Ah… ma tu se quello…”

    “Si! sono io! proprio io! sono quello che te la schianterà nel colon!”

    “No, dicevo, tu sei quella merda che va girando i funerali ridendo della gente”

    “Ah…”

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  7. Posted by underek_ on luglio 4, 2011 at 22:38

    premessa: 110 decibel di rutto e con perseveranza anche più. Alle elementari si faceva a gara di potenza e lunghezza e si sa, quando ci si allena in determinati campi, soprattutto sin dalla giuovine età, si diventa dei mostri di potenza e perfezione nel campo scelto. Premesso quanto veniamo al dunque. Seconda o terza media, non ricordo esattamente; v’era un silenzio tombale tra noi puzzoni in quanto la temibile e terribile professoressa di matematica stava spiegando sarcazzo cosa. Non so come, sganciai involontariamente un rutto decimo grado scala richter; una roba di un paio di secondi ma, talmente forte, da essere udita anche nella classe accanto (ebbi conferma durante la ricreazione in quanto ascoltai furtivamente del chiaccheryccio indygnato tra i puzzoni della mia classe e quelli della classe accanto). La professoressa capì, dalla mia faccia, che quella bomba H snocciolata con vigore fù tutto fuorchè una cosa volontaria; mi guardò con un’altezzosissima aria di commiserazione misto schifo continuando la spiegazione del sarcazzo di boyle, come se nulla fosse accaduto. Anche i miei compagni mi guardarono ma – puzzoni maledetti – nessuno osò accennare subito dopo non dico una risata, ma almeno un sorriso. Beh, se ci penso, a distanza di quasi 20 anni, mi vergogno ancora. Anche un movimento facciale involontario dei miei compagni sarebbe stato nell’immediato condizione sufficiente affinchè non mi portassi dietro, come una merda calpestata, quei due secondi di fuoco&fiamme. Ma tant’è, non lo fecero. Non lo fece nessuno. Neanche durante la ricreazione qualcuno rise e/o parlò della cosa con me. Ovviamente a seguito di quanto accantonai pure l’idea di provarci con la tettona del secondo banco. In 2 secondi di pura viulenza aero-acrobatica bruciai ogni singola chance di provarci; per un intero anno scolastico. Con buona pace del postalmarket.

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    • C’è un episodio simile riportato su “Vita Dei Filosofi” di Diogene Laerzio. In pratica l’allievo di non mi ricordo chi (un filosofo greco classico) si vergognava perché aveva scoreggiato in pubblico e voleva suicidarsi per questo. Il suo maestro (e, porca troia, non ricordo chi è. Uno famoso comunque) lo fece desistere scoreggiando a sua volta davanti a tutti quelli che contavano di più ad Atene.

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      • Posted by lamb-O on luglio 4, 2011 at 23:15

        Il maestro è Diogene (non Laerzio) o Zenone della Stòa, così a occhio.

        Burp.

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        • Mi pare che tu abbia ragione, è solo che non mi scende il culo di controllare. Comunque è un aneddoto tipico da “Diogene, detto il cane”.

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          • Posted by underek_ on luglio 5, 2011 at 02:11

            “Diogene, detto il cane”

            No. Mi rifiuto. Anche se adesso tutto torna e il cerchio si chiude. Mi rifiuto di abbrevviare quanto di cui sopra in un’unica parola. E’ troppo facile. La smoccolata deve essere ricercata ed elegante.

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            • Quello che, allorché Alessandro il Macedone gli disse “Chiedimi ciò che vuoi”, rispose “Spostati che mi togli i Sole!”, per intenderci. Un figo di prima categoria.

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