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Don Caspio (come il mare) contro Ulrike–Season one, episode two.

Don Caspio (come il mare) si piegò in avanti, afferrò l’orlo inferiore della tonaca lorda di erba con un gesto che ricordava le eleganti movenze di una prima ballerina (senza tutù, però) e, pazientemente, la arrotolò fino alla vita a rivelare un pregevolissimo paio di jeans di una marca che non citerò ma che costano almeno un paio di cento euri (potenza dell’otto-per-mille).

– “Stupida vacca!”, sibilò mentre, con lo sguardo, seguiva Ulrike che continuava ad allontanarsi da lui, “Non l’avrai vinta così facilmente.”

Il religioso infilò la mano all’interno della manica della tonaca e ne estrasse un cartone di vino bianco da quattro soldi che aveva acquistato un giorno prima con l’intenzione di usarlo per insaporire un pezzo di filetto di tacchino lessato. Con i denti sradicò un lembo di tetrapak, studiò l’apertura che aveva prodotto, la giudicò non sufficiente e, con le dita, la allargò. Quindi portò il contenitore alla bocca e ne bevve, in un paio di poderose sorsate, metà del contenuto.

– “Fa davvero cagare!”, sussurrò osservando il cartone con un grappolo d’uva stampigliato sopra. Quindi lo gettò a terra e lo calpestò furiosamente canticchiando il motivo di “Interstellar Overdrive” dei Pink Floyd. Quando fu soddisfatto, girò sui tacchi e s’incamminò con passo deciso in direzione della canonica.

Una volta all’interno, chiuse rumorosamente la porta alle sue spalle, si avvicinò alla credenza in stile Luigi XVI che decorava una parete della sala da pranzo adibita a stalla, spalancò le ante della stessa e ne estrasse, nell’ordine: un paio di stivali di gomma colore verde militare, una camicia di flanella con una scritta sul retro (“Kurt vive e voi non lo sapete, stronzi!”), una chitarra elettrica Made in China di marca Chibson (per evitare casini di copyright e stronzate varie) verniciata di viola shocking con un ponte licensed Floyd Rose costruito anch’esso nella Repubblica Popolare Cinese con l’impiego di materiali dozzinali da operai che lavoravano tredici ore al giorno e non avevano la minima idea di cosa fosse un sindacato, un mini-amplificatore da cinque watt a transistor con scritto sopra “Marsciall” (per evitare casini di copyright e stronzate varie) che funzionava a pile da nove volt – anch’esso frutto dell’ingegneria cinese -, un cavo jack, una parrucca biondo platino e una cintura di borchie piramidali dorate.

Indossò tutto quanto (chitarra a tracolla e mini-amplificatore sulla cintura compresi) sopra la tonaca sporca di erba e i jeans di marca assieme a un paio di occhiali da sole a specchio; quindi uscì trionfante all’aperto alla ricerca di Ulrike.

La adocchiò infondo alla valle che pascolava come se nulla fosse accaduto.

– “Sono lo shredder della Trinità, cazzo! Nessuna femmina ha mai saputo resistere al mio talento musicale. Cadevano tutte ai miei piedi quando rockavo & rollavo come un bullo!”, sentenziò Don Caspio (come il mare), “Figuriamoci se una stupida vacca pezzata può ignorare il mio talento!”, girò l’interruttore e accese il mini-amplificatore da cinque watt, “Ok, Ulrike… la mia versione metal di *Feelings* di Albert Morris ti ricondurrà a me allo stesso modo in cui il pifferaio magico chiamava a sé le pantegane! In scioltezza!”

Don Caspio (come il mare) lasciò correre le sue agili dita sulla tastiera della solid body di scarsa qualità ed eseguì, in successione rapidissima, quattro scale misolidie, due locrie, il tutto seguito da un furioso tapping. Quindi, senza smettere di suonare, si mise a correre in direzione di Ulrike gorgheggiando a pieni polmoni: “FEELINGS! NOTHING MORE THAN FEELINGS! TRYING TO FORGET MY FEELINGS OF LOOOOVEEEEE! YEAH! EXIT LIGHT! ENTER NIGHT! TAKE MY HAND! WE’RE OFF TO NEVER-NEVER LAAAAAAND… ANZI NO, HO SBAGLIATO… BE’, IMPORTA SEGA… FEELINGS, CAZZO, FEEEEEEEELINGS!!!

La giovenca, ancora una volta, si voltò pigramente in direzione del prete in corsa con la chitarra elettrica a tracolla e tutto quanto ma, quando Don Caspio (come il mare) fu a non più di cinque metri di distanza, quasi a schernirlo, con un leggero trotto, si allontanò nuovamente da lui.

Don Caspio (come il mare), si inginocchiò sull’erba in preda al fiatone mentre cercava disperatamente di non interrompere l’assolo che, ormai, aveva preso un’ineluttabile trend Jack White.

– “Fanculo… vacche d’oggi!”, disse con un filo di voce, quindi gettò a terra la chitarra in preda alla frustrazione.

(Fine della seconda puntata)

Ship of Fools, il finale giusto.

La prima parte de “Ship of Fools” è qui.

Primo giorno, a bordo

Chiuse la porta della cabina dietro di sé e si accomodò sul letto. Osservò le proprie lunghe e flessuose gambe per qualche istante, quindi si alzò in piedi e si diresse all’oblò. All’esterno il mare era calmo, il sole stava tramontando all’orizzonte. Aveva a disposizione due esemplari maschi di età considerevolmente inferiore rispetto alla vecchia scopa che aveva affittato l’imbarcazione dopo aver piantato in asso la moglie e tre figli. Gli sarebbe costata cara quella stronzata una volta che fosse giunto a riva, avrebbe dovuto cercarsi un buon avvocato divorzista. Oppure avrebbe potuto infilarsi il poco di dignità che gli rimaneva in tasca, fare finta di niente, strisciare a casa, chiedere perdono, giurare e spergiurare che non sarebbe più ripetuto e incrociare le dita sperando che la moglie fosse sufficientemente idiota.
Un prezzo decisamente salato. Ma non tanto quanto avrebbe potuto lasciare sul piatto se non fossero capitati i tue mocciosi che avevano preso il suo posto convinti di essersi guadagnati una crociera gratuita su un’imbarcazione di lusso in compagnia di un pezzo da scopaggio di altissimo livello.
Galina sorrise anche se non aveva ancora chiaro cosa significasse il gesto. Il simulacro che indossava era un prodigio dell’ingegneria bionica e tutti i caratteri della specie umana vi erano stati integrati in modo pressoché perfetto. Sorridere era quindi la cosa più appropriata da fare seguendo la logica della situazione e il corso dei suoi ragionamenti. Anche pensare “Razza di idioti, teste di cazzo, coglioni.” faceva parte del corredo comportamentale del simulacro.
Non avevano lasciato niente al caso, osservavano la razza umana e il pianeta Terra da un bel po’ di tempo. Erano passati esattamene milleseicentosettantatré anni terrestri da quando avevano inviato il primo simulacro a studiare la specie. Nessuno si era mai accorto di nulla. A dire il vero, c’erano un sacco di rompicoglioni che si erano accorti che c’era qualcosa che non girava per il verso giusto ma, fortunatamente, venivano quotidianamente sbugiardati dalla logica scientifica che non tollerava in alcun modo deviazioni al suo corso. Così loro potevano scorrazzare liberamente in lungo e in largo e, di tanto in tanto, prelevare qualche sfortunato e farne ciò che volevano mentre orbitavano attorno al pianeta. La gente scompariva tutti i giorni, la polizia indagava, i corpi non venivano ritrovati e, dopo un po’ di tempo, il caso cadeva nel dimenticatoio e fanculo a tutto.
Alcuni, più fortunati di altri, venivano scaricati nelle vicinanze dei luoghi in cui erano stati addotti e non ricordavano più niente. Nemmeno sotto ipnosi regressiva. Erano solitamente ritrovati in stato confusionale, le loro famiglie ne gioivano e, irrimediabilmente, il caso veniva archiviato assieme a una cartella clinica inusuale.
Adesso aveva per le mani questi due giovani esemplari maschi. Non ci si poteva lamentare nemmeno un po’, nossignore. C’erano un bel po’ di test da condurre, non aveva idea se questi sarebbero stati fatti attorno all’orbita terrestre o se chi comandava preferisse portare le cavie a casa per poter operare con maggiore tranquillità.
Galina guardò la propria immagine riflessa sullo specchio che troneggiava al di sopra del letto matrimoniale. Quella superficie riflettente era stata la ragione principale per cui l’imbecielle che l’aveva rimorchiata aveva affittato proprio quell’imbarcazione. Per qualche ragione gli piaceva un sacco guardare in alto mentre lei gli stava sopra e lo cavalcava. O meglio: mentre il simulacro lo cavalcava.
Forse avrebbe potuto concedere una sgroppatina anche ai due imbecilli, in fin dei conti, all’interno, non si sentiva nulla e sarebbe stato sufficiente programmare l’unità comportamentale in modo adeguato per fare in modo che tutti fossero felici e contenti; un sospiro qua, un mugolio là, un paio di movimenti pelvici ben assestati e il gioco era fatto: quelli non si sarebbero schiodati da lì nemmeno scannati.
Magari non avrebbe concesso le grazie del simulacro immediatamente perché l’unità comportamentale suggeriva che ciò avrebbe potuto destare qualche sospetto anche in due miserabili idioti come quelli. Non avrebbe concesso proprio un bel niente. Gli sarebbe bastata l’epifania di un gluteo scoperto, o forse avrebbe preso il sole sul ponte a seno nudo. Aveva imparato che l’onanismo era un ottimo succedaneo dell’accoppiamento.
Il simulacro proiettò, sull’iride, una mappa tridimensionale della Via Lattea. L’imbarcazione sarebbe stata prelevata assieme a tutto il suo carico di lì poco più di tre giorni. Sarebbe riuscita a trattenere i due mocciosi abbastanza a lungo, in un modo o nell’altro. Tutto ciò che doveva fare era portare lo yacht sufficientemente al largo in modo che, al momento giusto, non ci fosse nessuno attorno che potesse interferire. E comunque, anche se ci fosse stato qualcuno lì attorno, sarebbe andato tutto per il verso giusto in ogni caso.
Sorrise di nuovo.
Questa volta cominciò a prenderci gusto e a capire, forse, il senso del gesto.

Giorgiorgio portò la mano dietro le spalle e sistemò il tessuto degli shorts che gli era penetrato tra i glutei. Poteva andare peggio: era a bordo di un lussuoso yacht e non aveva tirato fuori un solo centesimo per quella gitarella in mare. Non si sarebbe mai aspettato che gli eventi avrebbero preso una piega del genere, hey. Se pensava a quanto era accaduto negli ultimi mesi, quella si poteva considerare la prima vera botta di culo dopo un periodo di merda. Si stirò sulla morbida pelle del sedile, lasciò che il lieve movimento delle onde lo cullasse e che il sole gli abbrustolisse la pelle.
Si chiese perché diavolo quella non li avesse ributtati in mare. Pareva una che se la sapeva cavare alla grandissima anche senza di loro. Aveva finto di non conoscere nemmeno una parola di italiano per un bel po’ di tempo e quello che aveva affittato la barca sembrava tutt’altro che uno sprovveduto. “Evidentemente, quando si ha a che fare con una fica imperiale del genere, tutto passa in secondo piano…” elucubrò.
C’era comunque qualcosa che non gli ronzava infondo alla testa. Ma decise che ci avrebbe pensato più tardi. Per ora si sarebbe limitato a combinare il meno possibile, guardare di nascosto il culo di Galina e lasciare che le cose accadessero. Del resto era solo una femmina. E loro erano in due. Se avesse provato a fare qualcosa di sospetto, lui ed Eusebio avrebbero potuto prenderla a calci in culo e rimetterla al suo posto in qualsiasi momento.
– “Fanculo…”, biascicò e si addormentò beato.

Si risvegliò qualche ora più tardi. Il sole stava tramontando ma, prima di sparire dietro l’orizzonte, aveva lasciato il segno sulla sua pelle. La metà sinistra del corpo di Giorgiorgio aveva assunto una tonalità che oscillava dall’arancione acceso al rosso granata.
Era cotto a puntino, somigliava a un’aragosta appena tolta dalla griglia. Il dolore arrivò a tutta, come un cavallo che gli galoppava sulla cute con tutti e quattro gli zoccoli arruginiti.
– “Oh, cazzo… no…”, sussurrò mentre una lacrima gli percorreva lo zigomo sinistro.
Eusebio lo osservava divertito da una poltrona a qualche metro di distanza.
– “Serve che ti dica che somigli a un segnale stradale o lo sai già?”, lo canzonò.
– “Da quanto tempo mi stai guardando?”, cercò di mettersi a sedere ma la bruciatura gli impedì di piegare il corpo, “Oh vaffanculo!”, era sul punto di lasciarsi andare e mettersi a piangere per la sofferenza.
– “Aspettavo che ti svegliassi da almeno mezz’ora. Non potevo perdermi una cosa del genere.”
– “Perché non mi hai svegliato prima, razza di bastardo?”
– “L’inverno scorso mi hai invitato a passare la notte da te dopo che ci eravamo scolati un paio di barili di ogni genere di sostanza alcolica e, il mattino seguente, quando per sbaglio ti ho messo un piede sulla schiena interrompendo il sonno dei giusti, ho avuto la nettissima sensazione che volessi infilarmi una mazza da baseball nel culo. Quindi ho pensato che fosse il caso di aspettare che recuperassi le forze fino in fondo.”, Eusebio ridacchiò.
– “Figlio di puttana…”, piagnucolò Giorgiorgio facendo forza con le braccia per cercare di rimettersi in piedi.
– “Oh mio Dio…”
I ragazzi si voltarono in direzione della voce. Galina era uscita dalla cabina nella quale aveva speso gran parte del pomeriggio e osservava la cute arrossata di Giorgiorgio con la mano destra davanti alla bocca spalancata.
– “Oh, non è niente.”, la rassicurò Eusebio, “È capitata la stessa cosa anche a me due anni fa ma non solo a metà, mi sono abbrustolito tutta la parte anteriore del corpo, io. Comincerà ad assumere una tonalità umana nel giro di un paio di giorni.”
Galina non diede l’impressione di averlo ascoltato, si avvicinò a Giorgiorgio che rimase esanime sulla poltrona, si sedette vicino a lui e gli diede un’occhiata più da vicino.
– “Potresti aver riportato un’ustione piuttosto seria…”, disse, “fortunatamente credo di avere qualcosa che ti farà stare meglio giù in cabina.”
– “E cosa sarebbe? Un barile di azoto liquido? Cazzo, fa malissimo…”, Giorgiorgio aveva iniziato a piangere senza alcun ritegno, il dolore gli aveva fatto superare la barriera della dignità.
Galina si alzò e sparì all’interno delle viscere dell’imbarcazione, ricomparve qualche attimo dopo tenendo in mano un contenitore di metallo cilindrico che somigliava a un thermos ma che doveva essere qualcosa di più elaborato. Con la mano fecce pressione sulla parte superiore dello stesso e, con un sibilo, questo si aprì. Ne scaturì del vapore.
– “Forte! È ghiaccio secco?”, esclamò Eusebio allungando il collo.
– “Non proprio…”
– “E che razza di merda sarebbe quella?”, Giorgiorgio guardò il contenitore con un misto di speranza e timore. I suoi occhi sembravano le cascate del Niagara.
– “Rilassati, ragazzo.”, lo rassicurò Galina, “È un preparato che… ehm… un unguento lenitivo che fa bene in questi casi, è fatto con estratti vegetali, la ricetta me l’ha insegnata mia nonna che abitava in una zona impervia della Russia, tutta opera delle mie manine. Appena questa roba verrà a contatto con la tua epidermide, ti dimenticherai di esserti addormentato nel posto sbagliato.”
– “Perché fa tutto quel fumo?”, Giorgiorgio ansimava.
– “E che ne so? Io l’ho solo preparato. Peggio di così non ti farà stare in ogni caso, giusto?”, Galina si avvicinò.
– “Hey, quella sta per spalmarti la sua merda fumante dappertutto. Non è che, per caso, ti sei scottato anche lo scroto?”
– “Vaffanculo!”
– “Non c’è assolutamente bisogno di prendersela così, stavo solo cercando di tirarti su il morale, amico!”, Eusebio assunse un’espressione offesa. – “Vedila dal lato buono: normalmente una femmina del genere non avrebbe nemmeno tempo di accorgersi che ha calpestato un cagata di cane come te con la parte esterna del tacco… ma adesso è sul punto di spalmarti una cazzo di crema fumante sulle palle. Fa venire voglia di buttarsi dentro a un fottuto calderone pieno di braci ardenti, di fare il bagno nell’olio bollente, di darsi fuoco ai peli del culo con uno zippo, di…”
– “CHIUDI LA MALEDETTA FOGNA!”, urlò Giorgiorgio tra le lacrime.
Galina, nel frattempo, aveva del tutto ignorato lo scambio di vedute tra i due e stava versando una generosa quantità del contenuto del cilindro nel palmo della mano sinistra. Un denso fluido verde.
– “Vedi? Non fa male.”, lo rassicurò.
– “Cosa c’è là in mezzo?”
– “Prevalentemente erbe, non serve che ti dica di che genere di vegetali si tratta dato che conosco solo il nome scientifico degli stessi e tu, con ogni probabilità, rimarresti con la medesima quantità di informazioni di sempre. Ti farà stare meglio, è tutto ciò che hai bisogno di sapere.”
Appoggiò la mano coperta della sostanza sulla pelle ustionata del ragazzo. Giorgiorgiò trasalì, quindi si rilassò. La ragazza afferrò nuovamente il cilindro e versò dell’altro liquido sulla cute arrossata.
– “Penso che tu possa andare avanti per conto tuo, adesso.”, disse.
Giorgiorgio si mise a sedere sulla poltrona, sembrava molto meno sofferente di qualche istante prima. Distribuì l’unguento per tutta la lunghezza della gamba ustionata, poi si massaggiò il ventre e diede un’occhiata alla pelle del braccio sinistro. Era talmente rossa che, al buio, avrebbe potuto essere luminescente. La sua mano era impregnata del liquido verde. La appoggiò sulla pelle del braccio e si massaggiò la zona compresa tra il polso e il gomito. Il rossore cambiò di intensità all’istante e, nel giro di pochi attimi, la scottaturà sparì.
– “Che razza di…”, il mento del ragazzo stava sfiorando il pavimento.
– “Non somigli più a una mongolfiera, amico. Quella roba è miracolosa.”, disse Eusebio.
Giorgiorgio osservò Galina, la guardò in faccia… normalmente si sarebbe soffermato sulla quantità di pelle che il suo bikini nero lasciava scoperta. La ragazza sorrideva. Una specie di “te l’avevo detto” pronunciato nella lingua dei denti.
Gli parve che ci fosse altro celato dietro l’espressione di Galina. Per un istante brevissimo, vi colse anticipazione, qualcosa di simile allo sguardo di un gatto che tiene tra le zampe un topo, lo lascia andare, lo riprende, lo lascia andare un’altra volta e, alla fine quando si è stancato del gioco, lo divora.
Avvertì qualcosa di gelido calare su di sé.
Un momento di deja-vu, tuttavia questa volta sensazione fu più netta e durò più a lungo.
Ciò che, prima di addormentarsi, non gli tornava, assunse dimensioni considerevoli.

Galina si era ritirata nella sua cabina e i due ragazzi erano ancora sopra coperta a osservare le onde. Giorgiorgio era piegato su se stesso e continuava a studiare la pelle alla luce di uno dei faretti che illuminavano il ponte dello yacht.
– “È da quando quella ti ha passato la sua merda miracolosa addosso che non la smetti di guardarti l’ombelico.”, disse Eusebio.
– “Onestamente, avevi mai visto qualcosa del genere?”, gli chiese Giorgiorgio.
– “Una stanga del genere che ti massaggia le spalle, dici? No, è qualcosa di completamente inedito; tieni conto che ti conosco da quasi due anni.”
– “Non stavo parlando di quello.”
– “Ah no? E di cosa stavi parlando?”
– “Quella roba che mi ha fatto sparire in pochi istanti la scottatura. Non credo che esista qualcosa del genere da nessuna parte. E poi la tizia viene dalla Russia, ha detto che è un intruglio che ha imparato a preparare da sua nonna. Quando pensi alla Russia, non è il sole la prima cosa che ti viene in mente, giusto? Quella non ce la racconta giusta nemmeno un po’.”
– “Sai cosa penso io? Dovresti smetterla di farti tutte quelle seghe mentali e dedicarti al genere di masturbazione nella quale hai accumulato maggior esperienza nel corso di tutti questi anni.”
– “Molto divertente. Hai notato il contenitore di quella roba? Sembrava una fottuta merda tecnologica, hai visto come si è aperto? Fino a un attimo prima, la superficie era assolutamente liscia, priva di qualsiasi genere di fessura, ma poi la parte superiore è venuta via come se fosse un liquido. Sembrava mercurio… ma era comunque solido. Mai visto niente del genere.”
– “No, non mi sono accorto di un cazzo di niente. Ho continuato a guardare il culo di quella creatura meravigliosa per tutto il tempo..”, Eusebio si alzò e scomparve sottocoperta, “Hey, qua sotto c’è un’intera scorta di ogni genere di ben di Dio… Wild Turkey, c’è anche una bottiglia di quella merda che piace un sacco alle femmine, quel liquore al cocco, ha un altro nome ma è sempre la stessa stronzata. Hey Galina, possiamo servirci? Chi tace acconsente, wooohooo!”
Giorgiorgio rimase assorto nei suoi pensieri ancora per qualche attimo, era chiaro che Eusebio non aveva notato nulla di strano. Eppure era stata una guarigione miracolosa operata attraverso un liquido fluorescente completamente inodore che, a credere a quanto gli era stato detto, era fatto con alcune erbe secodo un’antica ricetta tradizionale russa tramandata da nonna a nipote. Forse avrebbe dovuto far finta di niente e continuare a godersi la gita in barca, con ogni probabilità il suo amico aveva l’atteggiamento giusto e lui era vittima di paranoie del tutto inconsistenti e prive di fondamento.
– “Te lo fai un bicchierino assieme a me, amico?”
Eusebio sapeva come essere convincente.
– “Fanculo a tutto.”, Giorgiorgio si alzò e raggiunse l’amico sottocoperta. Lo trovò intento a versare il contenuto di svariate bottiglie all’interno di uno shaker.
– “Ricetta russa il mio culo! Ti faccio vedere io come si preparara qualcosa in grado di spedire in orbita qualsiasi essere vivente, poi farlo rientrare in atmosfera completamente in fiamme e impattare con la superficie del pianeta pronto per la sepoltura.”, chiuse lo shaker e si mise ad agitare.
– “Cosa stai preparando?”
– “Eccheccazzo ne so? Ci ho ficcato dentro solo roba di primissima qualità perciò lasciami lavorare e non rompere i coglioni. Ti piacerà.”, scosse vigorosamente lo shaker per qualche secondo. Quindi afferrò un paio di bicchieri dalla mensola sopra il bar e vi versò il liquido all’interno, annusò e la sua faccia si accartocciò. “Wow!”, esclamò.
– “Che aroma ha?”
– “Sa di morte violenta.”
– “Passo.”
– “Ok, mettiamola così: chi non finisce tutto il bicchiere, paga da bere all’altro ogni finesettimana, fino a Capodanno.”
– “Dopo di te.”, Giorgiorgio afferrò il bicchiere e lo portò al naso. “Cristo santissimo!”, esclamò.
– “Alla salute, baby!”, Eusebio tracannò tutto quanto e il suo amico lo imitò.
Si misero a tossire entrambi all’unisono, piegati in due.
– “Ho bisogno di qualcos’altro per mandare giù l’inferno che ho in bocca. Qualcosa di forte.”, disse Giorgiorgio.
– “Rum?”
– “Andata, amico.”

Secondo giorno, a bordo

Li osservò addormentati entrambi uno sopra l’altro sul ponte. Quello che sembrava un po’ meno idiota era prono sulle tavole di tek del pavimento con le braccia spalancate e le ginocchia che premevano sull’angolo inferiore della poltrona dalla quale, con ogni probabilità, era crollato di sotto. L’altro invece, quello a cui pareva non fregasse un cazzo di niente, aveva un piede sulla parte bassa della schiena e il resto delle membra scomposte sul pavimento. Teneva la bocca aperta e stava russando come una motosega.
L’avevano spedita a raccogliere campioni su un pianeta tutt’altro che noioso e, col passare dei minuti, le era sempre più chiaro il significato di quello che gli umani chiamavano “ilarità”. Le labbra si schiusero di nuovo rivelando la perfetta autostrada di avorio che le decorava la bocca. Si meravigliò che solo in pochi notassero l’armonia dei denti del simulacro che indossava. Pareva che tutti si soffermassero su particolari più grossolani.
Continuò a osservare i due esemplari che sarebbero stati prelevati di lì a qualche ora. Considerò le variazioni del linguaggio terrestre; alcune di esse erano assolutamente godibili da un punto di vista strettamente semantico.
“Razza di inutili stronzi. Biglietto di prima classe per la cirrosi epatica precoce. Incapaci idioti cranioesenti discepoli ortodossi dell’onanismo. Concentrato di stronzaggine antropomorfa da campionato mondiale. Disordinato coacervo di coglionaccine equina. Campioni di raduno internazionale dello scemo del villaggio. Caotica accozzaglia di materiale a base carbonio comunemente detta merda.”, si stava divertendo un sacco a saccheggiare il dizionario del simulacro che le avevano messo a disposizione. Amava il suo lavoro. E aveva a disposizione venti lingue con i diversi accenti e le forme dialettali che alle stesse erano afferenti.
Avesse avuto a disposizione un po’ più di tempo, si sarebbe concessa un giretto in qualche zona meno battuta del pianeta solo per il gusto di insultare chi meritava di essere insultato secondo i canoni preprogrammati del simulacro.
Era certa che, all’interno del deposito mnemonico del simulacro, avrebbe trovato il menu adatto a trarre maggior ricreazione per il momento in cui i due “stratocumoli di somareria elevata alla settantanovesima” (meraviglioso!) si sarebbero svegliati con un purosangue che gli cavalcava nel cranio.
Peggio per loro, non avrebbe tirato fuori nessun contenitore magico questa volta. Niente da fare. Li avrebbe semplicemente osservati strisciare in condizioni pietose.

Giorgiorgio girò su se stesso e fece scendere le gambe a livello del pavimento. Quindi, appoggiando i gomiti a terra, si sollevò faticosamente a sedere. Eusebio era nel mondo dei seogni, steso a terra a pochi centimetri da lui.
Non ricordava cosa avesse assunto la notte precedente ma era comunque certo che si trattasse di roba che dava una buona sensazione al palato, altrimenti non si sarebbe sentito come un cane a cui hanno preso a calci la testa per tutta la notte. Si guardò attorno, qualcuno aveva ripulito il casino che avevano lasciato dato che non c’era traccia delle bottiglie vuote e semi-vuote di superalcolici che si erano lasciati alle spalle. Non poteva essere stato l’amico perché era ancora in orbita e, guardandolo scomposto sul pavimento del ponte, non gli dava l’impressione di quello che, nel cuore della notte, si mette a riordinare l’inferno che avevano combinato.
Doveva essere stata Galina che, appena svegliatasi, era uscita all’aperto e, non sopportando il disordine, come tutte le femmine, si era tirata su le maniche e tutto il resto. Probabilmente li aveva guardati dall’alto al basso e aveva cercato di stare più lontano possibile da loro. E pensare che li aveva presi a bordo perché tenessero l’imbarcazione pulita; con ogni probabilità non sarebbe stata di buon umore e loro due avrebbero dovuto rimettersi in pari per quello che avevano combinato sul suo yacht.
– “Buongiorno.”
Giorgiorgio si voltò. Galina aveva occhiali da sole, la montatura era talmente grossa che le copriva mezza faccia. Non sorrideva. Indossava ridottissimi shorts bianchi e una canotta dello stesso colore. Niente reggiseno, i capezzoli premevano contro il cotone.
– “Passata una nottata tranquilla?”
– “Abbiamo trovato qualche bottiglia là sotto e abbiamo pensato che fosse compresa nel prezzo dell’affitto della barca così, dato che nessuno l’aveva toccata, abbiamo fatto uno più uno e abbiamo capito che sei astemia… e che non ti sarebbe dispiaciuto se avessimo assaggiato un po’ di quello che c’era dentro..”
– “In realtà il frigobar non è compreso nell’affitto ma, in ogni caso, non sono io quella che ha messo la firma per questo affare.”
– “Hai ripulito tu il casino? Mi dispiace essermi svegliato dopo di te, avrei pensato io a tutto…”
– “È una canzone che ho già sentito in passato.”
– “Oh, andiamo… sono già abbastanza imbarazzato per quello che è successo.”
– “Non abbastanza imbarazzato da fare a meno di squadrarmi le tette.”
Giorgiorgio abbassò immediatamente lo sguardo e arrossì violentemente.
– “Lo prenderò come un complimento.”, Galina lo canzonò, quindi girò sui tacchi e scomparve all’interno della cabina. Ne uscì dopo qualche istante con un secchiello da champagne tra le mani. “Spostati!”, ordinò, quindi superò Giorgiorgio e si posizionò, a gambe divaricate, sopra il corpo esanime di Eusebio.
– “Stai per fare quello che penso?”, le chiese il ragazzo.
– “Goditi lo spettacolo.”, disse Galina, quindi vuotò il secchiello sulla faccia di Eusebio.
Il ragazzo scattò in avanti mettendosi a sedere boccheggiando. Tossì forte tenendosi la gola. Galina si ritrasse facendo un passo indietro e lasciò cadere a terra il secchio.
– “Bentornato nel mondo dei vivi.”, disse Giorgiorgio.
– “Dormito bene?”, lo interrogò Galina.
Eusebio non riusciva a parlare, l’acqua gli era finita in gola, continuò a tossire cercando di espellerla e non soffocare.
– “Stai avendo la tua prima esperienza Guantanamo, ragazzo. Potrai raccontarlo ai tuoi amici.”, disse la donna.
– “Sei una gran puttana.”, riuscì a gracchiare.
Galina sorrise fingendo di non aver sentito l’insulto. Eusebio appoggiò una mano sul sedile coperto di pelle bianca e, facendo forza, riuscì in qualche modo a rimettersi in piedi.
– “Ha svegliato anche te allo stesso modo?”
– “No, deve averti preso in simpatia.”, sorrise Giorgiorgio.
– “Non la passi liscia, troia!”, Eusebio scoccò un’occhiata in direzione di Galina. La ragazza era appoggiata al corrimano e sorrideva osservandosi le unghie come a dire “conosco un trucco che vale due di quelli e non me ne frega un cazzo di te.”
Eusebio caricò all’improvviso. Balzò in avanti con le braccia sopra la testa. La donna piegò leggermente le ginocchia e scomparve, letteralmente, dal campo visivo del ragazzo che rovinò addosso al corrimano, rischiando di finire in mare.
Quando si girò per guardare dove era finita, la prima cosa che vide fu la bocca spalancata di Giorgiorgio. Immediatamente dopo Galina atterrò sul pavimento del ponte.
In piedi.
Sorridente.
– “Checcazzo?”, grugnì Eusebio, quindi caricò ancora una volta, mancando nuovamente il bersaglio. Riuscì a cogliere una frazione del movimento della donna prima che sparisse di nuovo dal suo campo visivo. Subito dopo avvertì qualcosa di poderoso tra le gambe, seguito dalla sensazione che qualcuno gli avesse fatto cadere un’incudine sullo scroto. Abbassò lo sguardo e, con le lacrime agli occhi, vide il piede di Galina che faceva capolino tra le sue cosce. Biascicò qualcosa di incomprensibile, cadde a terra e svenne per il dolore.

– “Cos’è successo?”, Eusebio era rivenuto da qualche minuto. Stava sdraiato su uno dei divani foderati di pelle bianca e gli pareva di avere una noce di cocco pulsante al posto dei testicoli.
– “Io ho visto tutto ma non sono sicuro di aver capito bene la merda che quella è riuscita a fare nel giro di pochi secondi. Perché le sei saltato addosso a quel modo?”
– “Perché stava per farmi soffocare con quella secchiata d’acqua congelata in faccia. Non riuscivo più a respirare. Razza di puttana.”
– “Quella non me la racconta giusta nemmeno un po’… mai visto niente del genere. Nemmeno nei film di Jason Bourne.”, Giorgiorgio si voltò in direzione della cabina.
– “Dov’è la stronza adesso?”
– “Appena ti ha atterrato, è andata nella sua cabina senza dire un cazzo. E non è più uscita… e, francamente, non ho intenzione di andare a bussare alla sua porta per sapere come sta.”
– “Allora?”
– “Allora cosa?”
– “Dimmi quello che hai visto.”
– “Quando le sei saltato addosso la prima volta, ha fatto una cazzo di capriola nell’aria ed è atterrata, in perfetto equilibrio, su quell’affare in alto…”, Giorgiorgio indicò un tubo di acciaio che percorreva la parte superiore della cabina, “Poi ha allargato le braccia, ha fatto un altro salto mortale proprio mentre tu ti giravi per guardarti alle spalle… ed è finita davanti a te. Allora tu hai deciso che non ne avevi avuto abbastanza e l’hai attaccata di nuovo e indovina un po’?”
– “Si è rimessa a fare acrobazie, giusto?”
– “Proprio così. Un’altra stronzata acrobatica del genere sopra la tua testa. Ti è finita alle spalle e ti ha fatto schizzare i coglioni in gola con un calcio in mezzo alle gambe.”
– “Puttana bastarda.”
– “Sei caduto a terra come un sacco di sabbia, amico.”
– “C’è altro?”
– “No.”, Giorgiorgio rimase in silenzio e tornò a voltarsi in direzione della cabina.
– “Andiamo…”, Eusebio insistette.
– “Oh cazzo…”
– “Sentiamo.”
– “Be’, quelli non erano salti.”
– “Cosa cazzo vuoi dire?”
– “È stato come se la gravità avesse cessato di funzionare così come la conosciamo. Un attimo prima era là… in piedi, subito dopo stava volando… e tutto come se fosse perfettamente calcolato, mi spiego? Quella sapeva cosa avresti fatto subito dopo. Conosceva i tuoi movimenti in anticipo. Merda stranissima.”
– “Magari suo padre era nel KGB e le ha insegnato un sacco di stronzate sulle tecniche di difesa e offesa. O magari era nella squadra nazionale di judo, magari è semplicemente una troia psicotica del cazzo con l’hobby del volteggio.”
– “Mh…”
– “Che c’è?”
– “Quella mi dà i brividi. Sul serio. Prima ha tirato fuori quel dannato cilindro metallico con quella roba verde inodore e, nel giro di qualche secondo, non ero più ustionato dal sole e la merda si è volatilizzata assieme alla bruciatura. Poi si è messa a fare capriole nell’aria come se le leggi della fisica non contassero un cazzo su questo yacht di merda. Infine ti ha steso con un calcio nei coglioni e se n’è sfanculata in cabina senza pronunciare mezza sillaba…”
– “Dici che sia una strega del cazzo?”
– “Dico che non è normale quello che le ho visto fare.”
– “Pensi che sia un’aliena?”
Giorgiorgio si voltò a guardare Eusebio negli occhi e rimase in silenzio.
– “Hahahaha… oh, fanculo! Mi fanno male i coglioni anche quando rido.”
– “Tu che ne dici? Onesto…”
– “Dico che quella conosce le arti marziali meglio di tutte le guardie del corpo del presidente degli Stati Uniti d’America e che le piace un sacco usarle per frantumare i testicoli a quelli che non le baciano il culo. Ecco cosa dico.”
– “Siamo su questa barca da quasi due giorni. L’hai vista mangiare qualcosa? O bere qualcosa? Tutte le bastarde fiche di questa terra si portano sempre dietro una bottiglietta di acqua rigorosamente non frizzante per regolare la diuresi ed espellere le tossine….”
– “Se ne sta tutto il tempo chiusa nella sua maledetta cabina. Probabilmente là dentro tiene un’intera dispensa di merda macrobiotica.”
– “Aveva detto che una delle cose di cui ci dovevamo occupare è prepararle da mangiare, ha detto che si sarebbe accontentata di qualche insalata e roba del genere. Fino ad ora pare essersi completamente dimenticata di averci nominati chef.”
– “La stai facendo più grande di quello che è. Andiamo: quella troia ha un sacco di roba che gli uomini vorrebbero poter acquistare al supermercato in un barattolo… e anche le donne. Sa muoversi bene e mi ha tirato un calcio ai coglioni che mi ha sollevato da terra ma, di qui a essere un essere soprannaturale, ne passa.”
– “Pensa quello che vuoi, io ho intenzione di tenere gli occhi aperti e non permetterle di fare altre cazzate. Per ora ci è andata bene ma tieni conto che siamo distanti dalla costa e che, anche se ci mettiamo a urlare a squarciagola, qui non ci può sentire nessuno.”
– “Ho dato un’occhiata in giro, c’è una radio. Se le cose dovessero mettersi male, possiamo sempre metterci in contatto con qualcuno e tutto il resto.”
– “Mentre tu eri nel mondo dei sogni, ho dato anche io un’occhiata in giro e indovina un po’? La radio non funziona. Non dà segni di vita. Letteralmente.”
Eusebio assunse un’espressione preoccupata, cominciò a guardarsi attorno, quindi si sollevò in piedi faticosamene e scrutò l’orizzonte.
– “Siamo in mezzo al nulla. Non c’è un cazzo di niente qua attorno e non ho la più pallida idea di quanto si distante la costa.”
– “Possiamo metterci al timone, puntare in una direzione qualsiasi e proseguire finché avvistiamo la terraferma.”
– “La puttana ha svitato via la bussola, quella ha pensato a tutto, non ha lasciato niente alle spalle. Quella la sa più lunga di me e te. Un sacco più lunga.”, sospirò Giorgiorgio.
– “Pensi che siamo nei guai?”
– “Non so cosa abbia in mente, quella. Dobbiamo stare attenti e guadarci vicendevolmente le spalle, per ora è tutto ciò che possiamo fare. Teniamo gli occhi aperti. E speriamo che vada tutto per il verso giusto…”
– “Possiamo tenderle un agguato, in fin dei conti siamo in due. Potremmo prenderla alle spalle, tirarle una botta in testa, riempirla di calci in culo.”
– “Hai lo scroto che somiglia a un pallone sonda e non sai nemmeno com’è successo di preciso. Nemmeno io, che ho visto tutto da un metro di distanza, so come ha fatto a stenderti in quel modo. Non ho assolutamente intenzione di mettermi a fare cazzate con quella stronza bionica, ci tengo alla discendenza.”
– “Quindi hai intenzione di non fare un cazzo. Vuoi solo aspettare che accada qualcosa, a prescindere da cosa potrebbe accadere.”
– “Ho solo intenzione di rimanere in salute più a lungo possibile. Fingiamo di non esserci accorti di niente.”
– “Pensi che dovremmo lasciare perdere tutte quelle bottiglie che ho trovato là sotto.”
– “C’è anche coca cola?”
– “Ce n’è un sacco.”
– “Allora limitiamoci a quella. E alle salsicce che ci sono in frigorifero.”

Galina spese il resto del pomeriggio e la notte da sola in cabina. Mancava poco al prelievo. Le sarebbe perciò stato sufficiente aspettare. Avrebbe mantenuto un profilo basso. Non sarebbe uscita all’aperto per nessuna ragione, non ne aveva voglia, non le andava di guardare in faccia il materiale sperimentale, né le andava di rispondere alle domande che le avrebbero posto. Aveva sistemato la radio e la bussola che, fino a qualche ora prima, era rimasta fissata in parte al timone, riposava da qualche parte in fondo al mare. Se le due cavie avessero tentato di avviare i motori e tornare a riva, non sarebbero riusciti a combinare niente dato che lei aveva deliberatamente strappato, a uno a uno, tutti i cavi dell’accensione. Non c’erano nemmeno gommoni di salvataggio, l’unico in dotazione allo yacht era stato utilizzato per spedire a riva la vecchia scopa piena di grana che aveva affittato, pagandola in anticipo, l’imbarcazione sulla quale si trovavano lei e le due cavie. Avrebbero sempre potuto buttarsi in mare ma, anche se non si trattava esattamente degli esseri più intelligenti del pianeta Terra, non erano nemmeno talmente idioti da tentare la traversata del Mediterraneo a nuoto.
Rimase, con la schiena contro il soffitto, a guardare il pavimento di tek della cabina.
Chiuse gli occhi e continuò ad attendere.

Terzo giorno, prelievo

– “La stronza ha messo fuori uso il motore, non c’è nemmeno più la bussola. Niente gps, non c’è più un cazzo di niente. Non sappiamo dove siamo, la radio è fuori uso. Fanculo la mia vita. Sapevo che c’era qualcosa che non stava andando per il verso giusto.”, Giorgiorgio si prese la testa tra le mani e si sedette a terra.
– “Credo che dovremmo affrontare la troia e chiederle cosa ha intenzione di fare.”, propose Eusebio.
– “Non servirebbe a un cazzo.”
Eusebio girò sui tacchi e scomparve all’interno della cabina. L’amico lo seguì, in fin dei conti non avevano più niente da perdere, se quella gli avesse detto cosa aveva in mente, loro comunque non avrebbero potuto fare nulla. Tanto valeva andare a fondo portandosi dietro la dignità.
– “Hey! Puttana!”, strillò Eusebio.
Nessuna risposta e, dall’interno della cabina, non uscì alcun suono.
– “Vieni fuori così ti faccio fare un paio di salti mortali sul mio cazzo, troia karateca di merda!”
– “Credo che non abbia intenzione di prenderti in considerazione.”
Eusebio prese a sbattere i pugni contro la porta.
– “Apri la fottuta porta!”, afferrò la maniglia con entrambe le mani e, facendo pressione con i piedi sulla parete, il ragazzo cominciò a tirare verso di sé la porta con tutte le proprie forze.
Giorgiorgio osservò la scena per qualche istante. – “Credo si apra verso l’interno.”, disse.
Eusebio mollò la presa e girò la maniglia. La porta si aprì. Giorgiorgio diede un calcio all’uscio.
– “Allora, chi entra per primo?”
– “Andiamo assieme.”
Si mossero con cautela contemporaneamente. L’interno della cabina era spoglio. C’erano un letto matrimoniale sfatto e sormontato da uno specchio, un armadio fissato alla parete con delle assi metalliche e una piccola scrivania, anch’essa fissata alle pareti con delle assi di metallo. Nessuna traccia di Galina.
– “Quella ha tagliato la corda e ci ha lasciati da soli in mezzo al mare.”, disse Eusebio.
– “Non può essere: non ci sono scialuppe e, a meno che qualcuno non l’abbia prelevata con un elicottero, dev’essere per forza ancora sulla barca.”
– “Hai già dato un’occhiata in giro?”
Si guardarono entrambi negli occhi quindi uscirono di corsa e si misero a correre in lungo e in largo per tutta la superficie della coperta. Entrambi la insultarono a voce alta mentre guardavano in ogni angolo dello yacht. Alla fine si trovarono, faccia a faccia, sulla prua dell’imbarcazione.
– “Sparita.”, disse laconico Giorgiorgio.
– “Spero che i pesci se la abbiano divorata, psicotica del cazzo.”
– “Siamo bloccati in mezzo al mare e non possiamo farci niente.”
– “Possiamo solo sperare che passi qualcuno da queste parti e ci rimorchi a riva.”
– “Fortunatamente non siamo in mezzo all’oceano. Il Mediterraneo è una striscia di mare relativamente stretta e abbastanza trafficata.”
– “Quindi?”
– “Quindi adesso mi preparo un sandwich con la prima stronzata che trovo e mi piazzo lungo-disteso su una delle poltrone aspettando che accada qualcosa. A meno che tu non abbia un’idea migliore.”
– “Affare fatto, baby!”

Il cielo assunse tonalità aranciastre. Giorgiorgio diede un’occhiata all’orologio, erano passate le due del pomeriggio solo da pochi minuti, non poteva già essere l’ora del tramonto. Fu allora che si rese conto che c’era qualcosa di incredibilmente, terribilmente ed enormemente sbagliato.
Si voltò e, al di là della poppa, vide un grosso tonno che fluttuava nell’aria. Si dimenava come se fosse agganciato a un amo, solo che era in posizione orizzontale. Il ragazzo si sollevò dalla poltrona sulla quale aveva atteso che succedesse qualcosa fino a quel momento e, col piede, diede un calcio a Eusebio che si era, di nuovo, addormentato sul pavimento.
– “Che c’è?”
Giorgiorgio non gli rispose e mosse un paio di passi in direzione della poppa. Il tonno sparì dalla sua vista. Il ragazzo si appoggiò con le mani alla balaustra e, immediatamente, indietreggiò come se qualcosa lo avesse colpito in faccia.
Anche Eusebio si rese conto che c’era qualcosa che non andava per il verso giusto e si alzò in piedi; notò, a sua volta, che la tonalità del cielo non era quella giusta e rimase immobile sotto la cabina.
– “Cosa sta succedendo?”, esclamò.
Giorgiorgio sollevò lo sguardo e si mise a sedere sul pavimento di tek, sopraffatto da quello che vedeva. Eusebio, incuriosito, decise che fosse ora di dare un’occhiata.
Si trovavano a circa duecento metri d’altezza dal livello del mare. La barca stava galleggiando nell’aria e continuava a salire verso l’alto dove una gigantesca sfera luminescente di color arancione li sovrastava.
– “Sapevo che quella puttana aveva qualcosa che non andava, quella fottuta visitor del cazzo.”, Giorgiorgio piagnucolò.
– “Fanculo a tutto!”, Eusebio prese la rincorsa e si gettò oltre la balaustra. Precipitò per qualche decina di metri prima che la caduta si interrompesse gradualmente e lui cominciasse a risalire lentamente verso la sfera.
La luce divenne accecante ed entrambi persero i sensi.

Lo yacht era adagiato su una superficie bianca uniforme all’interno di una gigantesca cupola dello stesso colore. Eusebio era sdraiato a pochi metri dall’imbarcazione. Giorgiorgio, a sua volta privo di sensi, era ancora sul ponte.
Dalla parte superiore della cupola scesero una miriade di filamenti, simili a capelli trasparenti, che si avvolsero attorno ai corpi dei ragazzi, ricoprendoli interamente e sollevandoli.
La cupola cambiò colore, assumendo tonalità rosee.
Dal pavimento della stessa salirono, come bolle che dalla superficie di un fluido denso, figure solide che, plasmandosi, assunsero forme complesse: tubi che, piegandosi, formavano cerchi, sfere che si allungavano divenendo ellittiche, esagoni con, all’interno, cerchi con dentro dodecaedri con dentro tronchi di piramide.
I filamenti trasparenti si insinuarono nelle orecchie e nelle narici di entrambi; raggiunsero le sinapsi dei neuroni, e cominciarono a inviare e riceveresegnali elettrici.
Da qualche parte, esseri impossibili con occhi bianchi studiavano i dati che i filamenti raccoglievano in tempo reale.
Una delle entità stabilì un contatto con le altre e, in un linguaggio fatto di impulsi, fece notare che le attività elettriche dei due cervelli umani presentavano alcune anomalie.
L’assemblea focalizzò la propria attenzione liquida sull’anomalia elettrica appena riscontrata.
In un tempo talmente breve da risultare incalcolabile, gli esseri giunsero alla conclusione che il materiale sperimentale prelevato non era adatto allo scopo della missione sperimentale in quanto gli apparati cerebrali esaminati risultavano essere, per caratterstiche anatomiche ed elettriche, al di sotto dello standard richiesto. Talmente al di sotto dello standard da risultare addirittura raro… e tuttavia inutile.
I sottili filamenti si ritirarono dalle sinapsi e i corpi dei due esemplari umani furono liberati e adagiati sulla superficie della cupola.

Quarto giorno, Marsure (PN), Italia

Il poliziotto fermò la pantera sul ciglio della isolata strada di campagna, si voltò sorridendo verso il collega e, assieme scesero dalla macchina.
Li osservarono: erano nudi come vermi e sdraiati all’interno di un canale di irrigazione. A quanto pareva quello era l’unico modo che gli era venuto in mente per nascondere le “vergogne”.
– “Buongiorno, agente.”, disse uno dei due.
– “Credo che dobbiate fornire qualche spiegazione, ragazzi.”, disse uno dei due piedipiatti mentre li guardava cercando, a fatica, di trattenere l’ilarità.
– “Come ha detto?”
– “Cosa cazzo è successo?”
– “Praticamente eravamo su questo stramaledetto yacht da diciotto metri, dopo che ci hanno speronato la barca del nonno, ok?”
I due agenti rimasero in silenzio per qualche istante. “Ti ascolto, ragazzo.”, disse finalmente uno dei due.
– “Perfetto! Assieme con noi, sulla barca da ricchi, dico, c’era questa strafica bionda russa che parlava perfettamente italiano… e anche russo… be’, per forza… insomma, alla fine, salta fuori che non era una strafica ma una puttana aliena karateca che fa salti mortali e ti prende i coglioni a calci mentre ti sta alle spalle, no?”
– “Prosegui.”
– “Al che il mio amico, qua, che adesso non dice un cazzo perché è ancora sotto shock; lui, appena vede che la troia aliena si mette a fare capriole come lo stronzo Juri Chechi, comincia ad andare fuori di testa e a dire che quella è una specie di strega coi superpoteri. Allora io gli faccio apertevirgolette no, col cazzo, quella è solo una troia maestra di pompini, arti marziali e roba così chiusevirgolette… mentre ho ancora i coglioni che mi fanno un male fottuto e tutto il resto, ok? Ma poi viene fuori che la vacca psicotica sorella di Bruce Lee è davvero una stronza visitor e, di punto in bianco, sparisce! Volatilizzata, evaporata, kaput, sfanculata di colpo chissà dove, ok?”
– “A-ha…”
– “Così noi ci mettiamo a cercarla dappertutto ma quella non c’è nemmeno in camera sua… sì, nella sua cabina del cazzo col letto matrimoniale e lo specchio sopra, dico. Allora decidiamo di non fare più una beneamata merda di niente ma aspettare e basta perché tanto la troia ha manomesso il motore e ha fottuto la radio e anche la bussola, no? Insomma, siamo lì che ci grattiamo i coglioni e, improvvisamente, c’è un tonno che se ne sta sospeso lì a mezz’aria, oltre la balaustra, ok? Ci avviciniamo al pesce per dare un’occhiata e, senti questa, ci accorgiamo che siamo a tipo a un chilometro di altezza dal livello del mare che voliamo anche noi con tutto lo yacht… e sopra di noi c’è questra stronza astronave gigantesca a forma di palla arancione che colora anche tutto il cielo di arancione, merda stranissima, agente!”
– “Tutto chiaro, basta così.”
Uno dei poliziotti salì in macchina e lasciò il collega a osservare i due dentro il canale.
– “Centrale? Mandate un’ambulanza. Abbiamo due idioti che si sono strafatti di qualche sostanza psicotropa e sono ancora in pieno trip, uno dei due è catatonico e non parla. No, non credo che abbiano nessun documento addosso. Sono nudi. D’accordo, rimaniamo qua finché arrivate. Passo e chiudo.”

Ok, brutti stronzi!

Mi ci vuole un po’ di tempo, d’accordo? Sto cercando di terminare il finale giusto di “Ship Of Fools” e, in tutta franchezza, mi ci sto divertendo un sacco. Non voglio farmi prendere dalla fretta e mandare tutto in merda. Qua c’è in ballo un sacco di materiale che “Mistero” e “Voyager” mi fanno una rubicondissima grassa sega, ok? Non anticipo un cazzo anche se, a dirla tutta, l’ho già fatto nei mesi scorsi quando ritenevo improbabile che avrei terminato l’epopea dei due studentessi.

Nel frattempo, se proprio non avete un cazzo da fare, potete fare click qui e dire che vi ho mandati io.

L’Origine Della Puttaneria

La notai appena lei volle farsi notare ma i miei occhi si erano posati su quella dea per ragioni del tutto diverse da quelle che normalmente attirano l’attenzione del maschio medio italico. Ero seduto al bar e indossavo la divisa standard del puttaniere in gita domenicale presso uno dei postriboli più popolari della Carinzia (il cui controllo della qualità è sottoposto a rigidissimi e severi standard nella più tipica tradizione germanica): accappatoio bianco e ciabattine igienizzate dello stesso colore, accessori questi forniti dall’azienda.

Lei si accomodò su uno sgabello accanto a me e, in tedesco, – lingua di cui non capisco nemmeno una parola – disse qualcosa alla barista tatuata che, dopo qualche istante, le porse un bicchiere di ice-tea. Ed ecco il particolare che catturò la mia attenzione: le unghie della silfide avevano dell’incredibile, mai visto niente del genere: ognuna di esse era decorata da un florilegio di stelline blu su sfondo giallo oro. Non potei fare a meno che afferrarle con delicatezza la mano e, dopo essermi sincerato che fosse in grado di (perlomeno) comprendere e parlare un po’ di inglese, rivolgerle la parola.

Non solo era in grado di esprimersi più che discretamente nella lingua della Perfida Albione, conosceva anche spagnolo e francese; in più si era rivolta alla barista in tedesco ed era originaria di Sofia. La somma totale, compreso il Bulgaro, faceva cinque. Cinque idiomi. Il che, per una ragazza di ventidue anni, merita esclusivamente rispetto.

– “Splendide unghie, davvero.”, le dissi, “Anche se sono finte, si fanno notare.”

– “Non sono finte, me le ha decorate così un estetista molto abile.”, la sua voce era velluto, “prima ha steso uno strato di smalto dorato che fa da sfondo, poi con delle piccolissime sagome, ha ricavato le stelline.”, sorrise.

A dire il vero il dialogo non andò esattamente in questo modo ma, tuttosommato, è più o meno la spiegazione che mi diede.

A quel punto il mio sguardo si era spostato altrove e mi ero reso conto di avere di fronte un’autentica opera d’arte delle geneteica: lunghi capelli corvini, carnagione scura, occhi color ametista, vita sottile, seno assolutamente perfetto sul quale nessun chirurgo era ancora intervenuto a rovinare irrimediabilmente l’opera di Dio; all’apice delle coppe, capezzoli delle dimensioni di una perla rara le cui areole sfumavano in un tenero terra di Siena bruciato; più in basso una scia di stelline nere tatuate decorava la parte sinistra del suo invitante e tonico ventre piatto.

Seppi di essere pazzo di lei fin dal primo istante. Le chiesi se fosse impegnata con qualche sacco di merda che l’avrebbe resa triste, miserabile e infelice; nel qual caso le assicurai che ero disposto ad ammazzarlo con le mie stesse mani senza pensarci due volte.

Sorrise divertita.

Aggiunsi che purtroppo, da idiota senza cervello quale mi trovo a essere, avevo dimenticato a casa la fascetta di oro rosso sulla quale un artista orafo di Valenza aveva incastonato un brillante purissimo da tre carati. Mi giustificai asserendo che comunque si trattava solo di una questione di tempo dato che avrei potuto recuperare il gioiello entro poche ore, inginocchiarmi al suo cospetto e chiederle di diventare mia moglie.

Rise ancora più divertita!

Razza di crudele stronza cogliona priva di cuore!

Io, come William Butler Yeats, avevo steso i miei sogni ai suoi piedi ma lei li stava calpestando senza curarsi di ciò che provavo.

Continuava a ridere e diceva che ero simpatico.

D’accordo, parlava cinque lingue e tutto il resto ma, a occhio e croce, non era in grado di capire che stavo facendo sul serio e che ero davvero disposto a offrirle una vita diversa e migliore al mio fianco… sì, voglio dire, non sono mica geloso e merda del genere: ero talmente innamorato di lei che le avrei permesso di continuare a farsi scavare la fregna per soldi se quello era proprio ciò che le andava di fare. Cioè, in fin dei conti quasi un secolo di lotta sociale ha permesso alle donne di scegliere la carriera che preferiscono senza che noi maschietti possiamo pronunciare una singola sillaba, ok?

Magari la nostra fidanzata/moglie ha deciso di fare il muratore e tutti i nostri amici alcolizzati al bar ci prendono in per il culo senza pietà… “HAHAHAHAHA! Tua moglie tira su condomini con la cazzuola, gnegnegnegnè!” ma noi zitti e mosca perché è il 2010, quasi il 2011, e non stiamo più dietro un aratro… e nemmeno davanti.

Ma poteva anche essere che magari si fosse resa conto che stavo facendo sul serio e l’avesse buttata in ridere per far finta di niente e non spezzarmi il cuore. Già, chissà com’è andata effettivamente la storia, cazzo ne so io?

Oh be’, ad ogni buon conto, quando si riprese dalla crisi di riso isterico, mi disse che lei proveniva da una famiglia i cui usi erano stati severamente scolpiti attraverso l’impiego di solidi e antiquati principi; non è che poteva arrivare il primo stronzo random col cazzo in tiro in un bordello della Carinzia e le potesse chiedere la mano così sportivamente; niente da fare, amico.

Lei, prima di sposarsi, aveva intenzione di far passare un bel po’ di tempo per conoscere bene la persona con cui aveva a che fare, eccetera, ok? Inoltre specificò che, per assicurarsi che i nostri caratteri fossero pienamente compatibili e in perfetta sintonia, mi avrebbe costretto a passare Natale e Capodanno con la sua famiglia in Bulgaria. Aggiunse che, mentre per la madre non c’erano problemi di alcun genere perché aveva altro a cui pensare (il suo hobby era giocare a poker con le vicine di appartamento), per ottenere il consenso del padre, sarei stato sottoposto ad alcuni durissimi test di natura psico-fisica. Il padre, infatti, era un ex agente del KGB di Odessa e si era trasferito a Sofia negli anni ottanta per motivi di lavoro; nella capitale Bulgara aveva conosciuto la madre e blablablabla, solite stronzate di cui non poteva fregarmi di meno. Infine aggiunse che, se per me fosse stata una rotta (non “rottura”, “rotta”, proprio nel senso di “breccia”) di coglioni troppo grossa, be’ potevo sempre tirare fuori sessantacinque euri e diventare il suo ragazzo per una mezz’oretta. Ci pensai su per qualche istante e il mio senso pratico, scolpito da anni di incondizionata adesione alla scuola filosofica del pragmatismo anglosassone, ebbe la meglio sul purissimo sentimento che provavo per lei da sì e no cinque minuti o anche meno. Così sputammo sui palmi delle nostre mani prima di unirle in una solida stretta di mutuo consenso, proprio come fanno tutte le persone civili che giungono a un accordo o firmano un contratto di qualsiasi genere.

Quindi la dea dell’Est scese aggraziata dallo sgabello e mi guidò a una rampa di scale che conduceva al piano superiore, mi indicò una parete sulla quale erano appese alcune chiavi e mi invitò a scegliere una camera tra quelle ancora disponibili. Esclamai, grattandomi la nuca, “Fanculo, cazzo me ne frega della camera? Prendi un po’ quella che merda ti pare, tanto a me?”, solo in inglese. Lei, non smettendo di sorridere divertita, afferrò una delle chiavi e s’incamminò ancheggiando lungo il corridoio facendomi segno di seguirla.

“Culo a norma iso9001…”, pensai osservandola incedere maestosamente.

Finimmo in un piccolo ma attrezzatissimo e confortebole ambiente: letto con materasso ricoperto di morbido lattice, schermo al plasma da 32 pollici sul quale scorrevano video musicali con le hit del momento, angolo doccia-wc, luci soffuse appena sufficienti per non sbattere la testa contro il muro, soffice moquette viola, cartello con su scritto “Vietato fumare altrimenti ti facciamo il culo!” in sei lingue.

Mi persi in ciò che la fanciulla aveva da offrire, nel paradiso che albergava tra le sue cosce. Mi tuffai a capofitto tra le sue accoglienti braccia urlando entusiasta “IBIZA!

Dato il lungo periodo di astinenza di cui avevo sofferto negli ultimi mesi, mi aspettavo di durare non più di una quindicina di secondi. In realtà andò meglio di quanto avessi inizialmente creduto… per lo meno all’inizio. Nel senso che, pur temendo di stabilire il nuovo record mondiale di aeiaculatio praecox, tutto cominciò a girare per il verso giusto, trovai il ritmo adatto e cominciai a servire alla mia nuova amica bulgara una più che discreta dose di su e giù.

Presi a sudare copiosamente e decisi di cambiare posizione per comodità. Ma, nella furia dell’entusiamo di entrambi, accadde ciò che non sarebbe dovuto accadere: estrassi il mio arnese e feci in modo che la fanciulla si mettesse a quattro zampe davanti a me per poterla meglio cavalcare. Lei allungò la mano, attorcigliò le sue dita affusolate sul mio spiedino dell’amore e la punta di una delle sue unghie finemente decorate si conficcò nella cute del mio scroto.

– “PORCACCIA DI QUELLA PUTTANONA STRONZA DI MERDA RIPIENA DI STRONZI RICOPERTI DI ALTRETTANTA MERDA!”, urlai; calde lacrime scendevano dai miei occhi.

– “Cosa è successo?”, mi guardò spaesata e preoccupata.

– “COSA È SUCCESSO? MI HAI PUGNALATO I COGLIONI, ECCO COSA CAZZO È SUCCESSO! CRISTO DI UN DIO! RAZZA DI RAPACE, AVVOLTOIA, ASTORE, FOTTUTA CONDOR RITARDATA CHE SCAMBIA CAZZI PER RATTI SELVATICI!

– “Oh mio Dio… sanguini!”, si coprì la bocca con una mano.

– “E cosa ti aspettavi che facessi dopo che mi hanno ficcato uno stramaledetto stiletto sullo scroto?”

Si alzò, si precipitò all’angolo doccia-wc, srotolò un po’ di carta igienica e tornò da me, quindi mi tamponò la ferita come meglio poté.

– “Davvero un brutto taglio…”, osservò, “Mi dispiace tanto…”

– “Oh non fa niente! Pensi che dovranno mettermi dei punti e che un giorno avrò comunque un erede?”, ero preoccupato.

– “Niente affatto, niente punti e il tuo erede non è in pericolo.”, sorrise per farmi coraggio. “Però, fossi in te, oggi smetterei di… come dire… darci dentro. Intendiamoci: tutte le mie colleghe sono sanissime e si sottopongono a visite mediche ed esami ematici con regolarità… tuttavia è sempre meglio non rischiare che qualche umore ti finisca proprio lì perché… be’, perché non si sa mai…”, avrebbe potuto essere una madre premurosa che raccomanda al proprio figlio di non fare nulla di avventato quando lei non c’è. Insomma, nonostante la goffa sbadataggine con cui maneggiava uccelli, era comunque tutto ciò che un uomo può cercare.

Intendo dire che, se qualcuno volesse condannare il sesso a pagamento perché è un modo come un altro per degradare la condizione femminile e fare di un essere umano nient’altro che merce, be’, credo che sia il caso di mandarlo/a a defecare sull’onda del mare e anche alla svelta.

E cercherò di spiegarmi meglio: come tutti là fuori, tranne qualche caso disperato, anche io sono uscito con ragazze, per così dire, “normali”, fanciulle cresciute in una famiglia rispettata e tutto il resto, ok? Con ogni probabilità sono stato più sfortunato di altri e/o, più in generale, sono una persona difficile dotata di un carattere piuttosto aspro o qualcosa del genere; fattosta che, quasi sempre, dopo i primi giorni, le prime settimane, il primo mese, ho dovuto fare i conti con paranoie ingestibili, con gente che pretendeva che modificassi il mio stile di vita per adattarmi al loro e con una montagna di cazzate isteriche. Ora, sono perfettamente cosciente del fatto che è necessario sviluppare una certa capacità di adattamento e accettazione del prossimo nel momento in cui si decide di instaurare un rapporto con qualcuno, tuttavia non ho mai avuto alcun problema ad accettare il fatto che la femmina che sta con me sia perfettamente in grado di gestirsi da sola e uscire con le sue amiche tutte le dannatissime volte che desidera farlo; d’altra parte io, se faccio un’innocua capatina all’osteria con i miei conoscenti e magari capita che torno a casa con la camicia macchiata del mio stesso vomito, un alito che è tutto un programma e un fastidiosissimo mal di testa, devo anche subire una solenne sventrata di coglioni da parte di una ebete rintronata che continua a intonare il karma del ragazzino che non vuole crescere. Fanculo! Mica mi sono mai lamentato, io, perché lei perdeva sangue da in mezzo le gambe e di scopare non se ne parlava nemmeno. Mai detto niente manco quando mi trascinava al centro commerciale a perdere ore guardando scarpe assurde con prezzi ancora più surreali. Mai fiatato. In fin dei conti lo facevo perché speravo che, alla fine, la femmina con cui mi accompagnavo in quel momento storico mi avrebbe permesso di svuotarmi senza menarmela più di quanto fosse necessario. Ma, guarda un po’, nella maggior parte dei casi, mi sbagliavo di grosso.

Ho capito troppo tardi che si trattava di un problema senza soluzione, qualcosa di legato al fatto che Dio, dall’alto della sua onniscienza, si era lasciato sfuggire un particolare. In poche parole il Padreterno ha combinato una cazzata mica da poco: ha creato l’uomo facendo in modo che fosse costantemente impegnato a elaborare strategie per riuscire a infilare l’uccello in qualsiasi pertugio umidiccio… mentre la femmina, da parte sua, è cosciente di avere qualcosa tra le gambe a cui quasi tutti i maschietti puntano e, invece che esserci riconoscente per averle donato una delle nostre costole gratis, ha cominciato a porre una serie di paletti del tutto fini a se stessi prima di concedere l’utilizzo promiscuo della sua crepa umida.

Grazie, Dio, no davvero: grazie, eh?

Però l’uomo è stato dotato di capacità di adattamento così, da lì al meretricio, il passo è stato invero brevissimo.

E vediamo come sono andate le cose di preciso.

Un proverbio della mia zona recita così: “Quando l’acqua sfiora i glutei, tutti diventano improvvisamente e inaspettatamente Massimiliano Rosolino.”, ok?

Ebbene, qualche cazzigliaio di anni fa, c’era un gruppetto di primati che deambulavano per una giovane Terra con la loro clava sulle spalle. Dopo aver speso un’intera giornata spezzandosi la schiena a cacciare mammuth o pterodattili o quello che cazzo si mangiavano quegli stronzi a quel tempo, cominciarono a scambiarsi pacche sulle spalle.

– “Indovina un po’?”, grugnì uno di loro, “Stasera io e quel gran pezzo di scimmiona che divide la caverna con me ci facciamo una super sgroppata! La prendo per coda e le pianto il mio banano dritto nel suo canyon dell’amore e, se mi va, magari anche la clava nel culo! Proprio così! La clava nel culo, hahahaha! Hey, amico, passami quella coda essiccata di trilobita che mi tolgo un po’ di merda dalle orecchie.”

Erano contenti, i nostri antenati preistorici, magari stanchi e affaticati, ma privi di pensieri: quella sera avrebbero scopato e poi si sarebbero addormentati su una pelle di allosauro o di qualche altro bastardo preistorico. La vita era dura, d’accordo: non c’erano birra, pop-corn, salsicciotti, Sky e nemmeno “Novantesimo Minuto” ma, tutto-sommato, era ok.

Senonché, una volta giunti a casa, ebbero una spiacevole sorpresa e dovettero affrontare la dura realtà: le scimmione fecero infatti loro sapere che erano rimaste in piedi tutto il santo giorno a sbattere zanne di mammuth su alcune bacche per ricavarne una sbobba immonda, a causa di questa attività assolutamente inutile, era loro venuto mal di testa; in più anche i mocciosi babbuini avevano frignato senza sosta e cagato dappertutto così loro, solo a ripensarci, avevano ancora più mal di testa di dieci secondi prima e quindi vaffanculo fatevi una sega e non rompeteci la cazza e vaffanculo un’altra volta.

I poveri primati si erano perciò mestamente accucciati a terra, disponendosi a cerchio, proprio come nella scena iniziale di “2001 Odissea Nello Spazio” quindi, in preda alla frustrazione, avevano cominciato a spaccare crani scarnificati di triceratopo con tibie di velociraptor finché qualcuno di un altro branco si era avvicinato e aveva fatto loro sapere che, in una grotta lì vicino, c’era una macaca la quale, in cambio di un paio di filetti di diplodoco e tre ananas, avrebbe allargato le zampe senza troppe paranoie e avrebbe addirittura arruffato la peluria delle loro affatticate schiene con i suoi muliebri piedini dotati di agilissime dita prensili.

– “Vuoi dire che io do a questa femmina un paio di stronzate che non mi servono e quella mi fa scopare senza rompermi i coglioni quando decido che ne ho abbastanza e mi va di spulciarmi il collo con gli altri ragazzi?”, grugnì uno dei primati, incredulo.

– “Proprio così; pensavo che lo sapeste già.”, rispose cameratescamente il nuovo arrivato.

– “Mi prendi per il culo? Esiste davvero una cosa del genere?”

– “Certamente, a nemmeno cinque minuti di liana da qua.”

– “E noi che ci siamo rotti i coglioni con le nostre oranghe per tutto questo tempo…”, esclamò un ramapiteco in fondo.

– “Non farmici nemmeno pensare…”, gli fece eco un altro scimpanzè.

Pacche sulle spalle, scambi di occhiate complici, veloce inventario di ananas e filetto di diplodoco e poi di corsa sulle liane per far visita a questa intraprendente gorilla.

Ed è così che nacque la puttaneria… volevo dire la prostituzione, la mercificazione del corpo della donna e tutte quelle stronzate con cui le femministe si riempiono la bocca invece di usarla per cose davvero utili. E tutto perché sono perfettamente coscienti che il meretricio altro non è che una forma di logorio lento ma inesorabile del potere intrinseco della vulva… a vantaggio nostro, s’intende.

Per quanto mi riguarda, sono fermamente convinto che la pratica della scopata mercenaria sia solo un modo come un altro per evitare che la società civile così come la conosciamo vada a putt… volevo dire “a rotoli” una volta per tutte. Ci sono certamente un sacco di individui che preferiscono venire a patti con le femmine: portarle fuori a cena il finesettimana, scartavetrarsi i coglioni il sabato pomeriggio all’ipermercato, fare sforzi sovrumani per non addormentarsi al multisala mentre si assiste alla proiezione di un film con Hugh Grant e Julia Roberts e, più in generale, affidarsi alla propria buona sorte sperando di capitare tra le gambe alla squinternata di turno… ma, il più delle volte, gli va tutto storto e va a finire che si rifugiano nell’onanismo… già perché, anche se in pochi sono disposti ad ammetterlo, scopare è comunque l’equivalente di un biglietto fortunato del gratta & vinci: tu spendi soldi per comprarlo, speri di mettere in tasca un po’ di grana ma, nel 95% dei casi, sono soldi buttati e frustrazione.

Quindi, per come la vedo io, è meglio farsi perforare lo scroto dalle unghie meticolosamente decorate di una professionista dell’Est.

Si paga e si ottiene un servizio.

E quel servizio è una certezza.

E, di questi tempi, con la crisi economica, il governo che sta per cadere, il terzo polo e tuto il resto, le certezze non crescono sugli alberi.

Magari è meglio ricordare di portarsi dietro un paio di guanti foderati con piumino d’oca… ma soprattutto: io non sono misogino, sono solo obiettivo.

Ship of Fools

Il mare sembrava una sconfinata distesa di olio.
Nemmeno un alito di vento.
La Marilena riposava beata sulle acque dell’Adriatico portandosi dietro i due, chiamiamoli, “marinai” che avevano fatto del loro meglio per condurla.
“Condurre” era decisamente un eufemismo: erano partiti il giorno prima dalla costa del Nord-Est della penisola Italiana senza una meta precisa. Avevano in mente di starsene lontani il più possibile dalla gente e massacrarsi il fegato con ogni genere di sostanza alcolica a disposizione.
Come piano non era niente male, aveva incontrato l’approvazione di Giorgiorgio Giorgiorgi e del suo amico che aveva fornito l’imbarcazione, Eusebio Qualcosa. Non ricordava nemmeno più il cognome di quel bastardo. Frequentavano gli stessi corsi all’università e avevano scoperto di condividere le medesime passioni: birra e porno. Così era nata una indissolubile amicizia priva di qualsiasi genere di interesse.
All’inizio della settimana si incontravano da qualche parte all’interno della sede universitaria e si davano immediatamente appuntramento per la sera per fare fuori una considerevole parte del budget settimanale con il quale i genitori speravano che i loro mocciosi pagassero i loro bisogni.
Era divertente osservare il modo in cui le priorità divergessero in modo così drastico. Da una parte si mettevano vitto e bollette in pole position; dall’altra la grana serviva esclusivamente a accorciare il tragitto che un fegato sano percorreva per giungere alla cirrosi.
Erano già passati due anni da quando Giorgiorgio aveva iniziato a vivere in quel modo disordinato, a lui andava bene così, non c’era motivo di cambiare direzione, giusto?
E poi Eusebio Qualcosa gli aveva confidato che il nonno paterno aveva una carriola – “una specie di catamarano”, l’aveva chiamato – ormeggiata proprio nel porticciolo della loro città universitaria e che al vecchio ormai non fregava più un cazzo di quello che succedeva attorno a lui conseguentemente avrebbero potuto tranquillamente prendere in prestito il macinino, riempirlo di ogni genere di spaccafegato e veleggiare in modo del tutto randomico fino a dove li portavano il vento e le correnti.
In un primo momento Giorgiorgio aveva nutrito qualche dubbio circa il buon esito della gita, in seguito Eusebio gli aveva spiegato che, per condurre una barca, “non ci vuole un cazzo”. In fin dei conti non c’erano semafori, sensi unici né tutto il resto delle rotture di coglioni che si trovano in strada. Quindi la parte difficile era solo uscire dal porto; da quel momento in poi sarebbe stato sufficiente lasciare che le cose accadessero, piallarsi il culo sul ponte e, soprattutto, bere, finire tutta la maledetta scorta di alchol che si sarebbero portati dietro, al resto avrebbe pensato la corrente e fanculo al mondo.
Certo, avrebbero potuto perdersi al largo ma non c’era comunque da preoccuparsi troppo dato che il macinino era dotato di GPS e di bussola, in più era Maggio inoltrato, il tempo era buono e non c’era pericolo che il mare si “ingrossasse” anche perché Eusebio, nei brevissimi intervalli di tempo tra un anal creampie, un’orgia lesbo e un bukkake, aveva consultato tutti i bollettini meteo dispobili su internet e le probabilità che le condizioni meteorologiche peggiorassero erano pari a quelle che loro due capitassero tra le gambe di una studentessa della loro stessa facoltà che non avesse l’aspetto del retro di un autobus: nulle.
Avevano riso assieme e si erano scambiati un bel po’ di pacche sulle spalle, si sarebbero divertiti un sacco a galleggiare alla deriva. Eccome se l’avrebbero fatto.
“Quando?”, chiese Giorgiorgio.
“Hai piani per domani?”, disse Eusebio grattandosi la nuca.
“Qualcuno ce l’avrei, niente di importante comunque. Dovrei andare a qualche lezione e lo stesso vale anche per i giorni seguenti. Ma in ogni caso quegli stronzi non dicono mai niente che non si possa trovare nei libri, giusto? Quindi posso tranquillamente rimettermi in pari quando cazzo voglio, hey!”
“Questo sì che è parlare! Domani alle nove del mattino al porticciolo… no, facciamo alle dieci.”
“Perché fare prima quello che si può fare comodamente un po’ più tardi?”
“Mi hai convinto, alle undici.”
“Perfetto, ci vediamo a mezzogiorno allora.”
“Io e te ci intendiamo alla perfezione, amico.”
“L’hai detto. Se avessi un’altra cosa in mezzo alle gambe, ti sposerei.”
Risero di nuovo, si sedettero a un tavolo della biblioteca universitaria e cominciarono a stilare una lista di ciò che sarebbe loro servito per tirare avanti qualche giorno in mezzo al mare. Birra e patatine. Più tardi si recarono al centro commerciale e acquistarono i beni indispensabili cercando di fare del loro meglio per scegliere gli articoli tra le offerte più convenienti. In fin dei conti la birra era sempre birra e tutto ciò che davvero contava, quando si aveva a che fare con le patatine, era la giusta quantità di sale.
Il giorno seguente si incontrarono all’entrata del porticciolo dove era ormeggiato il catamarano del nonno di Eusebio. Entrambi erano equipaggiati con un paio di luridi zaini che stavano cadendo a pezzi e due borse di nylon con il logo di un supermercato all’interno delle quali avevano suddiviso equamente per peso la spesa che avevano fatto assieme il giorno prima.
“Cosa ti sei portato dietro?”, chiese Giorgiorgio.
“Tre paia di mutande, qualche maglietta e il dentifricio.”, rispose Eusebio.
“Fanculo le mutande! Ho solo dietro il costume da bagno. Se comincio a puzzare sul serio, mi butto in mare e lascio che l’acqua faccia il suo sporco lavoro. Dentro lo zaino ho ficcato un paio di bottiglie di grappa che ho fottuto al mio compagno di stanza appena se ne è sfanculato all’università questa mattina.”
“Ottima scelta, amico.”
“Allora, dov’è parcheggiato questo yacht da centodieci metri?”
“Seguimi.”
Si incamminarono lungo la banchina e, dopo qualche minuto, giunsero a destinazione.
“Marilena?”, esclamò Giorgiorgio osservando l’imbarcazione.
“Un nome da donna per una barca è sempre azzeccato, vero?”
“Cristo santissimo, avrebbero dovuto scegliere un altro nome per questo… questo… questa immondizia. «Merda», per esempio.”
“Dacci un taglio, questa bambina galleggia che è una meraviglia. Ha il timone, la vela e anche un cazzo di motorino per uscire dal porto. Non le manca proprio un cazzo.”
“Nemmeno i topi?”
“Vaffanculo!”, Eusebio saltò sul ponte e fece cenno a Giorgiorgio di seguirlo.
La Marilena non era nemmeno un catamarano, probabilmente Eusebio l’aveva chiamata in quel modo per darsi un tono. Si trattava di una schifosissima barca che aveva visto tempi migliori. Il colore della fiancata era un rosa spento che, con ogni probabilità, quando era stata verniciata, doveva essere stato rosso acceso, il sole e l’acqua salata dovevano aver fatto il loro dovere sulla tinta, ecco tutto.
La scritta sulla prua era marrone e, per quello che valeva, un tempo avrebbe potuto anche essere stata blu. L’albero e la vela erano gli elementi che destavano più preoccupazione: dal tessuto sporgevano svariati filamenti che, chiaramente, lasciavano intendere che lo stesso si stava inesorabilmente sfaldando, inoltre il legno dell’albero aveva assunto tonalità piuttosto scure che lasciavano presagire che lo stesso stesse marcendo miseramente.
Eusebio scese all’interno della cabina, Giorgiorgio lo seguì con decrescente entusiasmo. All’interno c’erano una lunga mensola e due brande con materassi che parevano essere la dimora di un branco di luridi roditori portatori delle peggiori malattie del pianeta.
“Dobbiamo dormire qui?”
“Niente male, vero?”
“Quando è stata l’ultima volta che qualcuno ha fatto le pulizie?”
“Tranquillo, amico: non ci sono parassiti qui dentro. Ho provveduto io stesso a riempire questa reggia di veleno per topi e naftalina.”
“Hai pensato proprio a tutto.”
“Aspetta di vedere la parte migliore.”
Eusebio si spostò di lato e chiuse la porta della cabina. Sull’angolo a sinistra aveva sistemato un piccolo frigo collegato a una batteria per automobili.
“Con questo possiamo tenere la birra al fresco.”, disse entusiasta.
“Sono contento di averti conosciuto. Dico sul serio.”
“Avremmo dovuto portarci dietro un paio di femmine. Avremmo potuto farle ubriacare e scoparle… se non ci stavano nemmeno con qualche litro di alchol in corpo, be’, avremmo potuto buttarle in mare e minacciarle di lasciarle a mollo se non allargavano le zampe. Se, anche così avessero fatto le schizzinose, be’, fanculo! Se la sarebbero fatta a nuoto fino a casa. Col cazzo che le ripescavo, io!”
“Guarda, se avessi una figlia vergine, la manderei a lavorare nei campi per mantenerti. Onesto, non scherzo proprio un cazzo.”
I dubbi di Giorgiorgio si dissiparono in un attimo. Cominciò subito a sistemare le lattine di birra all’interno del frigo.
“Così si fa, amico. Metti quella merda in fresca così, appena lasciamo la costa possiamo dedicarci immediatamente alle cose serie.”
“Hai bisogno di una mano là fuori?”
“È tutto sotto controllo.”
“Adesso viene il più difficile”, pensò Eusebio, dirigendosi verso la poppa dove era sistemato un piccolo motore fuoribordo. Controllò che ci fosse abbastanza carburante all’interno del serbatoio, quindi afferrò la cordicella di avviamento e diede un forte strattone per metterlo in moto.
Niente. L’elica rimase ferma.
Eusebio diede un altro strattone, più forte del precedente.
Niente da fare.
Non si diede per vinto, si sputò sui palmi, afferrò con entrambe le mani la cordicella e tirò con tutta la sua forza… senza ottenere alcun risultato.
“Brutto figlio di puttana!”, sibilò.
“Cosa sta succedendo là fuori?”, si informò Giorgiogio dall’interno della cabina.
“Non riesco a far partire il bastardo.”, spiegò Eusebio in preda alla frustrazione.
Afferrò nuovamente la cordicella di avviamento e, stringendo i denti, diede un altro strattone con tutto il vigore di cui era capace. Il motore rimase fermo. Nel frattempo, sul molo, un vecchio signore osservava la scena divertito con le mani dietro la schiena.
“Cosa cazzo hai da guardare?”, il ragazzo schiumava già di rabbia.
“A occhio e croce hai qualche problema di avviamento, figliuolo.”, rispose il vecchio continuando a sorridere.
“Davvero, Sherlock? E come te ne sei accorto?”
“C’è un idiota su una barca che cerca di mettere in moto un macinino e probabilmente non ha ancora aperto la valvola del carburante.”
Eusebio diede un’occhiata alla base del motore e si accorse che il vecchio sul molo aveva ragione. Aveva dimenticato di girare la valvola del carburante quindi, fino ad allora, aveva solo fatto sforzi inutili. Anche Giorgiorgio salì sul ponte della barca a dare un’occhiata a ciò che stava accadendo. Vide l’anziano sul molo e gli fece un cenno con la testa per salutarlo.
Finalmente il motorino si avviò.
“Benissimo, adesso dobbiamo portare questa bambina al largo.”, Eusebio spiegò alzando la voce per superare il rumore del motore. Quindi corse al timone che si trovava a poca distanza dalla poppa.
“Cosa devo fare io?”
“Molla gli ormeggi!”
La grossa fune che teneva la barca ormeggiata al porto aveva cominciato a tendersi non appena il motore era partito. Dopo qualche istante, fu tesa al massimo e slegarla risultò un’impresa impossibile.
“Credo che dovremmo spegnere il motore e cercare di avvicinarci al molo per slegarla!”, disse Giorgiorgio.
“Scordatelo! Troppo faticoso mettere in moto quel figlio di troia!”
“Ma così non ci muoviamo di un centimetro. Siamo ancora legati al maledetto molo.”
“Idea!”
“Cosa?”
“Scendi in cabina, da qualche parte, mi pare che sia sotto la branda, c’è un coltello. Taglia la bastarda!”
Il vecchio continuò a osservare i due da sopra il molo. Non smise di sorridere per tutto il tempo. Giorgiorgio si precipiò sottocoperta e recuperò il coltello. Era un vecchio affare con la lama seghettata, avrebbe dovuto funzionare alla perfezione per tranciare la fune. Salì in coperta e si precipitò sulla fune che ormai era tesissima. La barca stava letteralmente impennando.
“Taglia quella troia fottuta!”, urlò Eusebio tenendo il timone.
Giorgiorgio si mise immediatamente al lavoro ma l’operazione risultò immediatamente più complessa di quanto si aspettava. Il coltello non sembrava minimamente intaccare il resistentissimo materiale della fune; più il ragazzo spingeva, più i polsi gli facevano male, meno la lama penetrava nella corda.
“Huouston, abbiamo un problema!”
“Cosa cazzo succede adesso?”
“Non riesco a tagliare questa troia fottuta… come facciamo adesso? Potremmo cercare di tornare verso il molo e slegarla, credo che sia la soluzione più sensata.”
“Oh, ma certo!”, rispose Eusebio, “Come se questo bastardo avesse la marcia indietro. Siamo bloccati qui, si può solo andare avanti, oppure spegnere il motore e remare verso il molo, c’è solo un piccolo problema, anzi ce ne sono due: non abbiamo remi e non sappiamo se riusciaremo a rimettere in moto quel figlio di puttana. Quindi l’unica soluzione è tagliare la maledetta fune!”
Al vecchio fermo sul molo a guardare, si erano aggiunti altri due anziani, tutti e tre osservavano quanto stava accadendo scambiandosi pacche sulle spalle e ridacchiando.
“Ho un’idea!”, proclamò Giorgiorgio.
“Allora mettila in pratica alla svelta, cazzo!”
Il ragazzo scese di nuovo in cabina, dopo qualche istante, uscì tenendo in mano un accendino e una bottiglia di alchol denaturato. Versò un po’ di alchol sulla corda e vi appiccò il fuoco.
“Se non funziona questo, siamo davvero fottuti una volta per tutte!”, vociò Eusebio.
“Funzionerà, amico. Il fuoco sembra aver attaccato come si deve.”
L’alchol si esaurì e la fiamma si ridusse così Giorgiorgio spruzzò altro liquido infiammabile per alimentare il fuoco. La corda cominciava effettivamente a consumarsi.
“Ci siamo!”, Giorgiorgio era entusiasta, per una volta una delle sue idee sembrava, a tutti gli effetti, funzionare.
“Fantastico! Tieniti pronto, la fune è tesissima e credo ci sarà un po’ di rinculo quando finalmente ci libereremo! Assicurati che le fiamme rimangano vive!”
“Tranquillone… quasi la metà dei filamenti si è staccata… non dovrebbe mancare molto.”, Giorgiorgio spruzzò un altro po’ di alchol sulle fiamme. La fune cedette all’improvviso scaraventando la barca in avanti con uno scossone. Il ragazzo perse la presa della bottiglia dell’alchol e ci fu un ritorno di fiamma. Per loro fortuna, era rimasto solo una piccola quantità di liquido all’interno dell’involucro di plastica ma sufficiente per far scoppiare un piccolo incendio sul ponte della Marilena. “AL FUOCO!”, urlò Giorgiorgio.
“Porcaccia di quella…”, Eusebio mollò il timone, si tolse la maglietta e gli shorts e li gettò sopra le fiamme, Giorgiorgio lo imitò. Entrambi si misero a saltellare sul legno del ponte per soffocare le fiamme. Nel frattempo, sul molo, i tre anziani parevano spassarsela alla grande, uno dei tre era letteralmente piegato su se stesso e il suo cappello era finito a terra.
Riuscirono, in qualche modo, a domare le fiamme; poi rivolsero lo sguardo al molo e videro i tre ancora in debito di ossigeno che ragliavano.
Decisero che fosse il caso di darsi da fare per allontanarsi dalla costa il più alla svelta possibile. Issarono la vela e, dopo un po’, trovandosi ormai già sufficientemente al largo, spensero il motore e lasciarono che il vento e la corrente li spingessero.
“Hai visto come se la ridevano i pensionati?”, disse Eusebio dalla postazione di timoniere.
“Maledetti parassiti… In effetti è stata una partenza un po’ movimentata.”
“Già, grazie a Dio, nessuno di loro si è messo a fare riprese con un telefonino, di qui a un paio d’ore saremmo già su youtube e un sacco di gente starebbe ridendo di noi.”
“La maledetta barca stava andando a fuoco.”
“Ci è mancato poco. La prossima volta dobbiamo ricordarci di mollare gli ormeggi prima di mettere in moto.”
Un altro saggio consiglio del senno di poi. Era da un bel po’ di tempo che il troppo entusiasmo faceva finire tutto in una colossale pagliacciata. Avevano fatto la figura dei clown ed erano stati derisi in modo grasso da tre vecchietti che puntavano l’indice in loro direzione e stavano perdendosi l’intestino sul terreno dal ridere. Con ogni probabilità, fregarsene e dimenticare l’accaduto era la soluzione più saggia. Certo, dopotutto, ciò che davvero contava, in quel momento, era mandare avanti la barca e, una volta giunti più o meno al centro del Mar Adriatico, cominciare a stappare la birra, accendersi una canna, sgranocchiare patatine e, più in generale, fracassarsi come biglie fregandosene bellamente di tutto quello che, nel frattempo, accadeva sulla terra ferma.
Eusebio rimase al timone per qualche ora, quindi diede un’occhiata all’unità GPS, non ci capì un cazzo, non riconobbe i contorni della costa, non fu in grado di stabilire dove si trovasse la Marilena, mandò tutto a fare in culo con un ampio gesto del braccio, spense l’apparecchio, abbandonò la postazione di comando, gettò l’ancora e chiese a Giorgiorgio di controllare la temperatura degli alcolici nel frigorifero mentre lui si dava da fare per rullare a regola d’arte il primo spinello.
Prese una sigaretta dal pacchetto malridotto, la fece a pezzi e sistemò il tabacco su un paio di cartine che aveva appositamente predisposto. Quindi recuperò il filtro e lo posizionò su uno dei lati della cartina. Recuperò dalla tasca degli shorts un sacchettino di nylon arrotolato e ne estrasse qualche pizzico di erba.
“Chi te l’ha venduta?”, chiese Giorgiorgio.
“Un marocchino, un turco, bu non so, uno che ho beccato in stazione. Ha detto che è roba di prima qualità ma, in ogni caso, trovami un solo spacciatore di erba che non ti garantisca che la sua merda è ottima.”, spiegò Eusebio, indaffaratissimo a rullare lo spinello.
“Ti ha anche detto che tipo di erba è?”
“Ha parlato di roba rossa, qualcosa di rosso. Insomma ha detto il nome della qualità che ha qualcosa a che fare col colore rosso. Cazzo me ne frega a me? Io ho annusato, l’aroma era quello giusto e ho comprato quello che mi serviva. Un vero affare per quello che gli ho dato.”
“Pumte rosse! Si chiamano punte rosse, vero?”
“Sì, amico. Mi pare che hai detto la cosa giusta.”
“Oh cazzarola…”
“Cosa c’è? Ho già provato quella roba una volta, c’è da starci attenti… non metterne tanta, ok?”
“Rilassati, amico. Siamo in mezzo al mare, non può succederci un cazzo.”, lo tranquillizzò Eusebio, quindi passò la lingua su uno dei lati della cartina e, con grande destrezza, chiuse lo spinello. “Ecco fatto.”, disse. Lo accese, se lo portò alle labbra e diede il primo tiro. “Uhmmm… fottuta merda eccellente!”, passò lo spinello a Giorgiorgio che fece un cenno con la mano per riufiutarlo.
“Niente da fare, amico. Il primo te lo fai da solo, io voglio vedere cosa succede, sempre se tra un’ora sei ancora dei nostri; magari ti faccio compagnia alla prossima rullata che, conoscendoti, avverrà prima di mezzogiorno.”
“Come vuoi.”, Eusebio sorrise beato e inalò altro fumo. “Questa roba è davvero fantastica, hey!”
Giorgiorgio osservò l’amico e incrociò le dita, si sarebbe fatto volentieri una sbuffata ma ricordava cosa gli era successo l’inverno precedente quando aveva fumato la stessa roba ed era finito, in preda alle allucinazioni, dentro la vetrina di una libreria con un furgoncino ape.
Suo padre aveva dovuto buttare sul tavolo un bel po’ di grana per tirarlo fuori dai guai, le sue gesta erano finite sulla prima pagina di un paio di quotidiani locali e, grazie a Dio, i cronisti avevano riportato solo le sue iniziali. Si era beccato una denuncia per guida in stato di ebbrezza ma aveva evitato altre due denunce per furto e danneggiamento di proprietà privata. “Grazie, papà.”, pensò. Poi diede un’occhiata a Eusebio e a quei dieci centimetri di canna che gli sporgevano dalle labbra. Erano in mezzo al mare e, fortunatamente non potevano fare danni di alcun genere se non a se stessi e alla carriola sulla quale si trovavano. Si chiedeva se anche il suo amico avrebbe cominciato a vedere cose strane. “Ci sarà da divertirsi.”, pensò osservandolo. Poi si alzò e si mise al timone.
“È difficile governare questo affare?”
“Macché: non ci sono incroci, rotonde né semafori in mare. Non ci sono nemmeno freni né marce da cambiare, non devi dare la precedenza a nessuno e tutto quello che devi fare è semplicemente dare un’occhiata al GPS per assicurarti di non finire sugli scogli ma siamo abbastanza lontani dalla costa quindi non devi preoccuparti nemmeno di quelli. E comunque il bastardo non funziona. Questa roba è di prima qualità, hey!”, Eusebio tenne lo spinello tra le dita e lo osservò con attenzione prima di riportarlo alle labbra e dare un altro tiro.
“Quindi basta girare il timone ogni volta che uno ne ha voglia?”
“Puoi anche mollarlo e lasciare che la corrente ci porti dove stracazzo le pare. Se ci avviciniamo a qualcosa, ce ne accorgiamo di sicuro, basta guardarsi attorno, hey!”
“Ce l’ha un’ancora questa carriola?”
“Come no? È dentro una botola a prua.”
Giorgiorgio abbandonò il timone e diede un’occhiata in giro per trovare la botola di cui l’amico parlava. La individuò e la aprì. All’interno, in mezzo a un groviglio di corda, c’era un’ancora di dimensioni ridicole, non più di trenta centimetri di lunghezza. Il ragazzo la sollevò e la mostrò a Eusebio.
“È questa qui?”, chiese.
“Sì, quella è la bastarda!”, rispose Eusebio con un sorriso da un orecchio all’altro.
“Perfetto…”, sussurrò Giorgiorgio scuotendo la testa.
“Hey dovresti provare questa merda, amico. Davvero fantastica, era da un bel po’ che non mi sgasavo una tromba così buona.”
“Non insistere, ci sono già passato da quelle parti. Per oggi credo che mi limiterò a guardare le onde del mare che ci portano lontano.”
“Come vuoi.”, Eusebio diede un altro tiro e soffiò il fumo lentamente, poi tossì. “Fanculo!”, esclamò.
Trascorsero buona parte del pomeriggio a non combinare un cazzo, a lasciarsi trasportare dal vento e dalle onde e, dato che le scorte glielo permettevano, a ingurgitare quanta più birra riuscissero a contenere i loro stomaci. Verso sera, Eusebio cominciò a rollare un’altra canna e Giorgiorgio si mise a osservare con interesse l’attività dell’amico. Non era successo nulla di tragico e ciò significava che, con ogni probabilità, le famigerate punte rosse non dovevano essere della stessa qualità che aveva provato lui qualche mese prima.
In breve tempo, tra le dita di Eusebio, si materializzò un altro siluro di quasi quindici centimetri. Entrambi osservarono quel capolavoro di ingegneria spinella e sorrisero di anticipazione.
“Credo che questa volta non mi tirerò indietro, amico.”, proclamò Giorgiorgio.
“Questo è l’atteggiamento giusto, ‘ca troia!”, disse Eusebio mentre si ficcava lo spinello tra le labbra. Lo accense e diede una lunga tirata. “Ah… questo è anche meglio di quello di stamattina, un vero peccato che non avessi qualche deca in più in tasca, avrei potuto portarmi dietro una riserva di questo bendiddio e ce ne sarebbe stato a sufficienza per andare fuori di testa per almeno tre giorni… e tre notti.”
“Passa la tromba!”
Giorgiorgio allungò la mano e afferrò la pertica di fumo. Diede una tirata e tossì.
“Com’è?”, Eusebio lo guardava divertito.
“Stesso aroma di quello che mi ha mandato in orbita l’inverno scorso. Uguale…”, soffiò il fumo e si adagiò sul ponte mentre dava un altro lungo tiro. “Assolutamente fantastico.”
Il Sole tramontò dietro l’orizzonte e il cielo cambiò colore in brevissimo tempo. Le onde cullavano la Marilena e i due ragazzi si addormentarono sul legno blaterando assurdità prive di senso. L’ultima cosa che Giorgiorgio vide, prima di essere abbracciato da Morfeo, fu l’enorme quantità di stelle che decoravano il firmamento. E il suono del mare nelle orecchie. “Fanculo la mia vita! Questo è il maledetto Nirvana…”, sussurrò.
Dopo qualche minuto russava di gusto sul ponte della Marilena assieme al suo amico.
Li svegliò il rumore, più che il movimento della barca. Sembrava di essere all’interno di una centrifuga. Eusebio fu il primo a tirarsi in piedi. Era completamente buio attorno a loro, non si riusciva a vedere niente. Si sentiva solo il ruggito del mare e il vento fortissimo che sbatacchiava la barca facendola piegare sulle fiancate in modo tutt’altro che rassicurante.
“Cosa cazzo succede?”, anche Giorgiorgio si era svegliato, si era rimesso in piedi ma cadde immediatamente sbattendo il culo sul ponte.
“Un temporale o qualcosa del genere.”, spiegò Eusebio quindi, quasi a confermare ciò che aveva appena detto, un lampo squarciò improvvisamente il buio illuminando la scena per un istante. Il tuono che seguì fu assordante.
“Ma prima c’erano le stelle!”, protestò Giorgiorgio.
“Lamentati con il Sign…”, le parole di Eusebio vennero interrotte da un altro tuono ancora più fragoroso del precedente.
“Oh cazzarola! Questo era più vicino!”
“Bisogna ammainare la vela altrimenti rischiamo di capovolgerci!”
“E come facciamo? Non si vede un cazzo!”, Giorgiorgio dovette urlare per sovrastare il frastuono.
“Non lo so!”
“NON LO SAI? COME NON LO SAI?”
“Non so come cazzo funziona la vela, non ne ho la più pallida idea ma comunque non dev’essere una cosa complicata. Basta slegare una corda o qualcosa del genere e la troia fottuta dovrebbe venire giù da sola… ci dev’essere un sistema di contrappesi!”
“Un sistema di cosa cazzo hai detto?”
“Dobbiamo trovare l’albero, è tutto lì, il resto è una cazzata!”
Pioveva a dirotto. Acqua dappertutto. In breve tempo, assieme all’acqua, arrivarono anche chicchi di grandine, grossissimi. I due continuavano a tastare l’albero in cerca della corda che teneva su la vela ma non riuscivano a individurla.
“Fanculo questa merda! Andiamo in cabina!”, propose Giorgiorgio.
“Con questo vento? Tu sei completamente fuori di testa! Bisogna che ci liberiamo della maledetta vela!”
“Perché cazzo non l’abbiamo fatto prima di addormentarci?”
“Perché… non lo so perché, ammainiamo la fottuta vela e basta!”
Armeggiarono ancora un po’ finché Eusebio, tastando l’albero un po’ più in alto, individuò un’occhiello con un grosso nodo. “Ho trovato la corda!”, urlò.
Quindi cominciò a fare del suo meglio per sciogliere il nodo, la fune era durissima e il nodo non sembrava voler cedere alla svelta. Quando era sul punto di rinunciare all’impresa, una folata di vento particolarmente violenta squassò il natante spedendo entrambi col culo a terra e tanto bastò a mandare in overdrive l’adrenalina di Eusebio che si rialzò immediatamente impegnando tutto se stesso per avere la meglio sul nodo. La fune, dopo alcuni interminabili minuti, cominciò finamente ad allentarsi finché, con estenuante lentezza, il nodo cedette al peso della vela che collassò sopra i due facendoli rovinosamente cadere a terra un’altra volta.
Strisciarono fuori dal groviglio di tessuto, confusi, bagnati e battuti dai chicchi di grandine che sembravano aumentare di dimensione col passare dei secondi.
“Credo sia meglio gettare l’ancora prima di scendere in cabina! Per evitare di non finire sugli scogli!”, urlò Eusebio.
“Hai idea di dove ci troviamo?”, Lo interrogò Giorgiorgio.
“Non ne ho la più pallida idea e il dannato gps sembra non funzionare.”
“Fantastico!”
“Mi occupo io dell’ancora, tu scendi in cabina!”
Eusebio si avviò a gattoni verso la prua della Marilena mentre Giorgiorgio strisciava in direzione della cabina per evitare di cadere. Una volta che l’ancora fu gettata in mare, la barca cominciò a girare su se stessa come se si trovasse all’interno di un mulinello.
Eusebio scese a sua volta in cabina.
“Mi pare che la bastarda stia facendo la centrifuga… non avrei dovuto bere e fumare così tanto.”, si lamentò Giorgiorgio.
“Tranquillo, ragazzo. Si assesterà in pochi minuti e, a quel punto, smetterà di girare e potremo tornare a dormire.”, Eusebio stava cercando di rincuorare più che altro se stesso.
“Sento che sto per vomitare…”
“Come hai detto?”, il frastuono che proveniva dall’esterno sovrastava del tutto le voci, Eusebio si avvicinò a Giorgiorgio. “Non ho sentito…”, voltò la testa di lato per avvicinare l’orecchio alla faccia dell’amico e riuscire a capire ciò che stava cercando di comunicargli.
“Non mi sento molto bene.. oh merda! BLUUUUEAAARGHH!”
Un fiotto di vomito ad alta pressione scaturì dalle labbra di Giorgiorgio e finì, in buona quantità, all’interno del padiglione auricolare sinistro di Eusebio.
“Oh cazzo! Porca troia! Mi hai… mi hai… non ci posso credere, cazzo! Mi hai innaffiato di vomito la testa…. oh vaffanculo… che schifo… oh mio Dio… ho l’orecchio pieno di… oh merda… SBLUEARRGHH!”
Anche Eusebio venne scosso da violenti conati. Entrambi depositarono mezzo stomaco e probabilmente anche un po’ di intestino sul pavimento della cabina.
All’esterno la tempesta non sembrava diminuire di intensità e l’interno si stava velocemente trasformando nel set de “L’Esorcista”. Avrebbero fatto meglio a spendere il loro tempo libero in appartamento, attaccati a internet a massacrarsi il cazzo di seghe. Ma, ormai, quello che era fatto era fatto e adesso non restava altro da fare che strisciare come vermi nel loro stesso vomito, aspettare che la tempesta terminasse il più presto possibile e sperare che la barca non si rovesciasse.
Giorgiorgio si risvegliò per primo, fuori era chiaro.
Il frigo si era rovesciato, la sportello era aperto e le lattine di birra erano rotolate fuori. L’ambiente era impregnato da un’infernale puzza di vomito e a entrambi sembrava di avere una mandria di cavalli che galoppava all’interno della scatola cranica. Fortunatamente sembrava che le condizioni meteorologiche fossero sensibilmente migliorate dalla notte precedente.
Giorgiorgio uscì all’aperto. Il cielo era ancora grigio ma non pioveva più, anche il vento era cessato.
La vela era sparpagliata disordinatamente sul ponte. Avrebbero dovuto rimetterla a posto se avessero voluto tornare a casa. Il fatto che nessuno dei due sapesse dove si trovasse la barca in quel momento era un problema che avrebbero affrontato più tardi, una cosa alla volta.
Giorgiorgio afferrò un lembo della maglietta che indossava, sollevandolo per portarselo al naso, e annusò il tessuto. La sua faccia si accartocciò per il disgusto. Senza pensarci due volte, si tuffò in mare sperando che l’acqua salata riuscisse a porre rimedio al danno che la notte precedente il suo stomaco, in subbuglio a causa dell’alchol e del mal di mare, aveva provocato.
Nuotò per qualche minuto attorno alla Marilena quindi si rese conto che non sarebbe riuscito a tornare a bordo dato che non c’erano scalette e con le mani non riusciva a raggiungere il bordo della barca. Aveva cercato di risalire afferrando la corda dell’ancora per issarsi a bordo ma, appena metà del suo corpo fu fuori dall’acqua, si rese conto che le sue braccia non avevano la forza sufficiente a tirarlo più su di quanto si trovasse in quel momento.
“EUSEBIO!”, gridò.
L’amico non rispose e Giorgiorgio non sentì alcun rumore provenire dal natante, nessun segno di vita. Con ogni probabilità lo stronzo stava ancora dormendo in mezzo al vomito. Razza di idiota.
“EUSEBIO! FIGLIO DI TROIA!”, urlò più forte.
Niente da fare. Nessuna risposta. Rimase a mollo e cominciò a guardarsi attorno sempre più infuriato e frustato. Passarono alcuni interminabili minuti finché…
“Hey gran bella idea, la tua!”
Giogiorgio si voltò e scorse Eusebio che lo osservava sorridendo dalla poppa della Marilena. Aveva addosso la stessa maglietta che aveva il giorno prima ma con alcune sfumature di colori che non ricordava, probabilmente sfumature con un aroma piuttosto pungente.
Il ragazzo scomparve per qualche istante, Giorgiorgio sentì i piedi dell’amico che sbattevano sul legno del ponte e, immediatamente dopo, vide Eusebio spiccare un balzo, fare una capriola nell’aria e scomparire sotto la superficie dell’acqua.
“STUPIDO IDIOTA! STRONZO! COGLIONE!”, Giorgiorgio prese a pugni l’acqua attorno a lui prima ancora che la testa dell’amico rispuntasse.
“Wow!”, Eusebio ricomparve a circa due metri di distanza. “Non è nemmeno fredda, si sta benissimo!”
“Sei una gigantesca testa di cazzo!”, il ragazzo scuoteva la testa con rassegnazione.
“Che c’è?”
“Come pensi di risalire a bordo adesso?”, Giorgiorgio stava per scoppiare a piangere. “Siamo in mezzo al nulla, non sappiamo nemmeno dove cazzo ci troviamo, non possiamo tornare sulla barca perché non c’è una schifosissima scaletta in questa vecchia carriola… siamo… siamo fottuti.”
“In effetti, non hai tutti i torti.”, Eusebio voltò la testa in ogni direzione. “Ti sei buttato in acqua anche tu, però.”
“L’ho fatto perché puzzavo da far vomitare.”
“La corda dell’ancora…”
“Già provato, non sono riuscito a salire.”
“Da solo, in effetti, è un po’ difficile riuscirci.”
“Cos’hai in mente?”
“Se tu tieni stretta la corda e mi lasci salire sulle tue spalle… be’, tu non affondi perché hai la fune che ti sostiene e io, stando in piedi su di te, riuscirei ad afferrare il bordo e a risalire sulla barca… poi tu resti attaccato all’ancora e io ti tiro su in qualche modo.”
“Potrebbe funzionare.”
“Certo che funzionerà, hey!”
Nuotarono fino alla prua e Giorgiorgio attorcigliò la corda dell’ancora attorno al polso, cercando di fare altrettanto all’altezza della caviglia.
“Vado? Tutto sotto controllo?”, si assicurò Eusebio.
“Vai.”
Eusebio gli girò attorno e gli piantò le mani sulle spalle.
“Dimmi tu quando…”
“Al mio tre. Uno… due… tre!”
Fece forza e si issò sulla schiena dell’amico, digrignando i denti.
“Muoviti, la corda mi sta grattando via la pelle, cazzo!”, si lamentò Giorgiorgio.
Eusebio sollevò la gamba destra ma perse l’equilibrio. Il suo ginocchio finì violentemente contro la tempia dell’amico.
“Scusa!”, disse mentre si issava di nuovo con i piedi sulle spalle di Giorgiorgio.
“Vaffanculo!”, gli rispose, “Muovi quel culo e salta su.”
“Ci sono.”, lo rassicurò Eusebio. Era riuscito a guadagnare la prua. Finalmente il peso abbandonò le spalle di Giorgiorgio.
“Adesso tira su me!”
“Ok!”, Eusebio si sporse dalla prua e afferrò la fune con entrambe le mani, quindi premette i piedi contro la transenna metallica che faceva da perimetro a tutta la barca e cominciò a tirare. “Pesi una tonnellata, cazzo!”, soffiava e cercava di mettere una mano davanti all’altra per sollevare Giorgiorgio. “Fanculo, non ce la faccio!”, lasciò andare la corda improvvisamente e Giorgiorgio finì con la testa sott’acqua. Tornò in superficie tossendo e bestemmiando in modo molto fantasioso.
“Sporgiti così ti sputo in faccia, brutto sacco di immondizie!”, Era furioso.
“Forse è meglio se allunghi le braccia e io ti afferro le mani. C’è maggior presa rispetto alla corda, dovrebbe essere più facile.”
“Congratulazioni, Einstein. Così finisci di nuovo in mare e io devo tornare a farti da piedistallo per risalire a bordo!”, aveva la netta sensazione che alcuni sbuffi di fumo gli stessero uscendo dalle orecchie.
“No, tranquillo, ficco i piedi dentro la botola dell’ancora, vedrai che questa volta ce la facciamo senza intoppi.”
“Non è più o meno la stessa cosa che ha detto tua madre prima di cagarti fuori? Quella troia!”, era fuori di sé dalla rabbia.
“Afferra le mie mani!”, Eusebio ignorò del tutto gli insulti dell’amico e si sporse col busto al di fuori della prua. “Usa la fune dell’ancora per sollevarti un po’!”, suggerì, sporgendosi un po’ di più.
Giorgiorgio fece come gli era stato detto e riuscì ad afferrare la mano dell’amico. “Ci sei! Adesso fai lo stesso anche con l’altra.”, con un colpo di reni riuscì ad assicurare la presa al palmo del ragazzo. Quindi, scalciando l’acqua, cominciò a fare forza per sollevarsi. Entrambe le loro facce erano rosse per lo sforzo. Ripresero a bestemmiare, quasi all’unisono e in modo ancora più fantasioso. Centimetro dopo centimetro, con una lentezza estenuante, Giorgiorgio riuscì finalmente a rotolare sul ponte della barca. Giacevano col fiatone sul ponte, sdraiati sulla schiena.
“C’è da sistemare la cabina.”, disse Eusebio sbuffando.
“Fanculo la cabina! Non voglio beccarmi l’ebola. Torniamo indietro, pisciamo sul ponte e diamo fuoco alla bastarda prima di raggiungere porto. Ci facciamo gli ultimi venti metri a nuoto e ci godiamo lo spettacolo della tua carriola che affonda come lo stracazzo del maledetto Titanic!”
“Non è mia: è di mio nonno.”
“Io non pulisco un cazzo comunque.”
“D’accordo ma, se vogliamo tornare a casa, dobbiamo comunque alzare il culo e rimettere a posto per lo meno la vela.”
“Sei in grado di tornare a casa?”
“Abbiamo il GPS, devo solo capire come funziona; puntiamo in direzione della costa ed è fatta, un gioco da ragazzi.”
“Mi pareva che il figlio di puttana fosse guasto.”
“D’accordo, allora ci affidiamo alla bussola. Andiamo verso nord finché ci schiantiamo sugli scogli.”
“È un piano fantastico, hey! Soprattutto la parte degli scogli.”, il sarcasmo non l’aveva abbandonato.
“La corda che fissava la vela all’albero si è sfilata dall’occhiello in alto. Quindi bisogna arrampicarsi fino in cima, infilare la fune all’interno dell’occhiello, altrimenti saremo costretti a remare fino alla costa… e non abbiamo remi a bordo. Ci sarebbe il motorino ma credo che non abbiamo caburante a sufficienza e non si sa nemmeno se è possibile rimetterlo in moto. Diamoci da fare.”
Eusebio afferrò un lembo di vela e lo sollevò facendo piegare il tessuto su se stesso. Prese la fune e ne infilò un capo all’interno degli shorts, quindi si avvicinò all’albero e cercò di arrampicarsi per raggiungere l’occhiello in alto.
Si accorse immediatamente che il palo era troppo spesso per riuscire a salire fino alla cima dello stesso così, dopo un paio di tentativi andati a vuoto, si voltò a guardare l’amico che lo osservava, quasi divertito e ancora sdraiato sul ponte.
“A occhio e croce hai bisogno di una mano ancora una volta.”, lo canzonò Giorgiorgio.
“Credo che dovremmo rifare più o meno la stessa cosa di qualche minuto fa. Se ti salissi sulle spalle, dovrebbe essere più facile arrivare fino all’occhiello perché il legno si restringe e credo di riuscire ad avere una presa più solida con le mani.”
Giorgiorgio si alzò svogliatamente e si avvicinò all’albero.
“Come dobbiamo fare?”, chiese.
“Fammi sedere sulle tue spalle e poi alzati in piedi.”
Giorgiorgio si piegò sulle ginocchia e fece passare la testa tra le gambe di Eusebio. Quindi si alzò con fatica in piedi.
“Pesi come un cazzo di ippopotamo!”, si lamentò Giorgiorgio.
“Ancora uno sforzo.”, disse Eusebio mentre afferrava il palo e sollevava la gamba destra per appoggiare il piede sulla spalla dell’amico.
“Muovi il culo e sali su questa merda!”, lo incitò, sbuffando sonoramente.
Eusebio finalmente si issò sull’albero, attorcigliando i piedi attorno allo stesso e cominciò a sollevarsi a piccoli balzi verso la cima. Quando si trovava a pochi centimetri dall’occhiello, il capo della corda si liberò dai suoi shorts e cadde sul ponte della nave.
Giorgiorgio si sedette pesantemente a terra scuotendo la testa mentre Eusebio, dall’alto, riprendeva a bestemmiare fantasiosamente associando a ogni santo del Calendario Romano i nomi della fauna dei cinque continenti nella sua interezza. Quando Eusebio fu sceso dall’albero, lo guardò piegando la testa di lato – “Hai intenzione di fare un altro tentativo?”, gli chiese.
“Fanculo la vela!”, rispose Eusebio, “Lascia che controlli quanto carburante c’è nel serbatoio. Non credo che ci siamo allontanati molto dalla costa, se lo facciamo andare al minimo, dovremmo riuscire a tornare senza problemi.”
“Io vado a farmi una birra.”, Giorgiorgio si alzò ed entrò in cabina. “Gesù Cristo in carriola…”, esclamò disgustato non appena scomparve all’interno della stessa.
Eusebio rivolse la sua attenzione al motore, si assicurò che la valvola del carburante fosse aperta e, dopo essersi sputato sui palmi di entrambe le mani, diede un forte strattone alla cordicella di avviamento. Del tutto inaspettatamente, si avviò al primo tentativo. Il ragazzo corse al timone e diede un’occhiata alla bussola dato che non era in grado di far funzionare il sistema GPS. Fece in modo che la prua puntasse a nord e sperò che il carburante fosse sufficiente a riportarli più o meno dove erano partiti. Si guardò attorno e non vide terra da nessuna parte.
Giorgiorgio sbucò dalla cabina con due lattine di birra, ne lanciò una in sua direzione. “Questa è perché sei riuscito a mettere in moto il bastardo.”, disse.
“Speriamo che ci sia abbastanza carburante.”
“In caso contrario, cosa facciamo?”
“Siamo fottuti: non abbiamo una radio per metterci in contatto con la capitaneria di porto e chiedere aiuto; in più i cellulari non funzionano da queste parti.”
“Fantastico, meglio di così non potrebbe andare, giusto?”
“Consoliamoci con la birra, sicuramente non moriremo di sete. Non subito, almeno.”
Spuntò il sole e, in un lasso di tempo piuttosto breve, cominciò a fare molto caldo. Ciò non aiuto a disperdere il fetore acido che proveniva dall’interno della cabina così decisero di chiudere la porta. Dare fuoco alla Marilena per sterminare tutti i batteri una volta giunti vicino alla costa sembrava la soluzione migliore per evitare una pandemia di colera in continente. Se avessero avuto bisogno di bere o mangiare qualche patatina, avrebbero stretto il naso tra pollice e indice e sarebbero scesi all’interno dell’antro in apnea. Nel frattempo era necessario che qualcuno rimanesse al timone costantemente per evitare di andare fuori-rotta e sprecare tutto il carburante girando in tondo. Così stabilirono, di comune accordo, turni di mezz’ora per alternarsi al posto di comando. Dopo circa tre ore, il motore cominciò a tossire e morì.
In lontananza, molto in lontananza, si riusciva però a scorgere la costa. Per lo meno si erano avvicinati alla civiltà ma, a occhio e croce, non potevano coprire a nuoto la distanza che li separava dalla terra ferma. Non sapevano che direzione avessero le correnti e, non potendo rischiare che queste li portassero ancora più al largo di quanto si trovassero in quel momento, decisero di gettare l’ancora in mare e sperare che qualche altra imbarcazione li intercettasse. Prima o dopo qualche stronzo sarebbe passato da quelle parti, qualche peschereccio, qualche cazzo di incrociatore della marina militare, una motovedetta, la stronza guardia di finanza, qualsiasi cosa sarebbe andata bene, anche un dannatissimo ufo.
Eusebio scese in cabina e, dopo aver bestemmiato a causa dell’afrore che vi regnava, emerse tenendo in mano delle cartine e quanto gli rimaneva delle punte rosse che aveva acquistato prima di imbarcarsi. Cominciò immediatamente a rullare, divertito per lo sguardo interessato di Giorgiorgio.
“Vuoi favorire oppure sei in ramadan?”, lo canzonò.
“Fanculo, non ho niente da perdere né da fare. Perché no?”
Eusebio porse lo spinello all’amico e gli passò l’accendino. Il ragazzo accese e inspirò una lunga boccata di fumo. “Roba buonissima!”, sussurrò, sputando una nuvola azzurrognola. Quindi diede un’altra tirata, prima di passare la canna al compagno di viaggio. Terminarono la tromba in meno di cinque minuti ed Eusebio si mise all’opera subito per rullarne un’altra, ancora più lunga e spessa della precedente.
“Non me ne frega più di un cazzo.”, sussurrò Eusebio quindi passò la lingua lungo la cartina e accese lo spinello.
“Ne hai ancora?”
“Nah, questa è l’ultima roba che mi è rimasta. Da adesso fino a che ci soccorrono, dobbiamo tirare avanti solo con la birra e le patatine. Facciamocela durare un po’ di più.”
Terminarono anche il secondo spinello. Erano stesi entrambi sul ponte della Marilena, ridevano e rotolavano sui fianchi, beati e strafatti di punte rosse mentre il Sole li cuoceva a fuoco lento.
“Le onde… riesco a sentirle dentro di me.”, blaterò Giorgiorgio.
“Fanculo i soccorsi, non voglio più tornare a casa, è fantastico!”, aggiunse Eusebio.
“Ti ho raccontato di quella volta che mi sono cagato addosso al pub?”
“No.”
“In pratica ho sentito movimenti strani nell’intestino, mi sono alzato e sono corso in bagno ma mi è esploso il culo a metà strada. Sono tornato indietro ma mi sono tenuto lontano dal tavolo dei miei amici perché sentivo la merda che mi colava fino alle caviglie; ho fatto finta di parlare al cellulare. Sono tornato in fretta a casa e ho fatto una doccia. Puzzavo come un pozzo nero aperto. Il fatto è che la merda aveva già intaccato la zona più sensibile del mio ano e mi è bruciato il culo per due giorni.”
Risero entrambi beati. Poi Eusebio si alzò e scese in cabina, non bestemmiò per l’odore perché le punte rosse avevano compromesso i cinque sensi e, più di tutti, l’olfatto. Quindi risalì portandosi dietro una delle bottiglie di grappa che l’amico aveva infilato dentro lo zaino il giorno prima. Stappò e ingollò alcune vigorose sorsate di distillato. Quindi tossì un paio di volte e porse la bottiglia all’amico che la inforcò e ingoiò altrettanto liquido.
Si addormentarono sul ponte e sognarono situazioni impossibili su pianeti sconosciuti in galassie lontane migliaia di anni-luce. Mescolare punte rosse e liquore sembrava garantire trip indimenticabili, del resto erano bloccati a qualche miglio dalla costa e non potevano che far passare il tempo in modo creativo.
Furono risvegliati da alcune risate. Giorgiorgio riuscì a mettersi in ginocchio e si accorse che, in parte alla Marilena, a pochi metri di distanza galleggiava un lussuoso yacth che torreggiava sulla vecchia carriola sulla quale si erano imbarcati. Sul ponte dello stesso un uomo e una giovane e attraente donna li osservavano ridendo di gusto. L’uomo passava la mano sul culo della ragazza la quale sembrava non farci caso. Indossavano entrambi occhiali da sole.
“Tutto bene, ragazzi?”, chiese l’uomo, sorridendo in modo sarcastico.
“Mai stato meglio, amico!”, rispose Giorgiorgio. In parte a lui anche Eusebio era risvegliato dal sonno chimico.
“Non avete bisogno di niente?”
“Magari se poteste lanciarci una fune e trascinarci fino a riva, be’… lo apprezzermmo.”
“Non credo si possa fare, ragazzo.”
“Be’, allora che altro puoi fare per noi?”, Eusebio era riuscito a rialzarsi faticosamente.
“E chi ha detto che vogliamo fare qualcosa per voi?”, la mano dell’uomo continuava a muoversi sui glutei della ragazza.
I ragazzi si scambiarono un’occhiata interrogativa, quindi Eusebio capì la situazione: avevano a che fare con un pallone gonfiato pieno di soldi che aveva solo voglia di spassarsela con loro.
“Perché non ve ne andate un paio di onde a fare in culo, allora? Voi, il vostro yacht e tutto il resto?”, barcollò mentre urlava.
“Perché siete davvero uno spettacolo divertente e perché il mare è di tutti e possiamo fare quello che cazzo ci pare, possiamo rimanere qui a farvi ombra e prendervi per il culo per tutto il tempo che vogliamo. Ecco perché.”, la ragazza in parte all’uomo continuò a sorridere.
“Oh, davvero? E che ne diresti se decidessimo di cagare su un sacchetto di carta e fare tiro a segno con la merda usando la tua milionaria faccia da cazzo come bersaglio?”, propose Giorgiorgio.
“Già!”, continuò per lui Eusebio, “Se vuoi possiamo anche riempire un gavettone di sperma e prendere di mira la faccia della troia che ti porti dietro. A prima vista, direi che non le dispiacerebbe nemmeno un po’. Che ne dici, stronzo?”
“Dico che sono ricco, sto su uno yacht di diciotto metri, ho una creatura stupenda al mio fianco e un paio di pagliacci su un cesso galleggiante a cui ridere dietro. Non mi manca un cazzo!”
“Oh davvero? E se uno di questi pagliacci salisse sul tuo stronzo yacht da diciotto metri e infilasse un piede mezzo metro su per il tuo culo mentre la tua troia guarda la scena e si masturba squirtando come le Cascate del Niagara?”, lo sfidò Eusebio.
“Sei fortunato che Galina non capisce una sola parola di italiano, altrimenti sarebbe già scesa a cavarti gli occhi con le unghie. Devi imparare a rispettare le donne se vuoi smettere di slogarti i polsi a seghe, sbarbo.”
“Come hai detto che si chiama la tua sguattera? Te la sei fatta mandare impacchettata dal Turkazzarabistan? L’hai pagata con la Mastercard? Hai bisogno di farti difendere da una femmina?”, Eusebio continuò a sfidarlo.
“Di’ un’altra stronzata e scendo a spaccarti il culo con le mie mani, fighetta.”, sembrava che l’uomo stesse cominciando a perdere il suo aplomb.
“Mi sto davvero cagando in mano dallo spavento, scimmione. Vieni a prendermi così ti insegno come si fa a baciare il mio rubicondo culo!”, disse Giorgiorgio.
“Ok, è fatta…”, l’uomo si tolse gli occhiali da sole e li gettò a terra. “È tutto, adesso ti ammazzo!”, si tuffò in acqua e coprì i pochi metri che lo separavano dalla Marilena con vigorose bracciate.
I due ragazzi si appoggiarono proni sul bordo della barca e osservarono l’uomo che cercava senza successo di salire a bordo attraverso la fune dell’ancora.
“Peggio che guardare un vecchio che cerca di scopare.”, lo canzonò Giorgiorgio.
“Fai la stessa fatica anche quando lo pianti in figa alla tua puttana dell’Est?”, aggiunse Eusebio.
“Siete morti!”, sibilò l’uomo tenendo stretta la fune dell’ancora.
“Amico, sei rosso in faccia e si vedono un sacco di vene in fronte. Credo tu abbia bisogno di una rinfrescatina.” Euesebio si alzò in piedi, quindi abbassò gli shorts e, prima che l’uomo sotto di lui si rendesse conto di quanto stava per accadere, vuotò la vescica.
Giorgiorgio non credeva ai suoi occhi. Si rese conto di quanto stava accadendo e si mise a ridere fino alle lacrime.
“Gli hai… gli hai… gli hai pisciato in faccia! AHAHAHAHAHAHAHA!”, era steso a terra e respirava a fatica, in preda agli spasmi.
“Mi scappava…”, spiegò Eusebio.
In acqua, l’uomo era letteralmente fuori di sé dalla rabbia. Diede un paio di pugni al legno della fiancata della Marilena e, dopo essersi reso conto che non sarebbe riuscito a salire a bordo, si allontanò a nuoto per risalire suo suo yacht mentre Giorgio ed Eusebio non riuscivano più a smettere di rotolare sul ponte in preda all’ilarità.
L’uomo salì sul natante, si mise al timone, accese il potente motore fuoribordo e cominciò a manovrare. Eusebio fu il primo a rimettersi in piedi.
“Cos’ha intenzione di fare quello?”
“Se ne sta andando a fare in culo, probabilmente. Di sicuro non può denunciarci perché gli abbiamo pisciato in faccia. Non ci sono testimoni e ogni traccia di urina è stata lavata via dall’acqua salata quindi, in tribunale, noi avremmo la meglio.”, lo rassicurò Giorgiorgio, continuando a ridacchiare.
“Temo che abbia altri piani in testa, ho come la sensazione che non l’abbia presa bene.”
Lo yacht tracciò un largo cerchio sul mare quindi puntò la prua in direzione della fiancata della Marilena. La giovane donna non si era mossa dal ponte e continuava a osservarli. L’uomo ricomparve sul ponte.
“Quello ha intenzione di speronarci”, il pomo d’Adamo di Giorgiorgio si mosse su e giù mentre il ragazzo deglutiva per il nervosismo.
“Non può voler fare una cosa del genere. Rovinerebbe la sua barca e non è una carriola da quattro soldi.”
“Che ne sai? Probabilmente quel figlio di puttana è assicurato e, dopo averci fatti affondare, si farà pagare tre volte il prezzo dello yacht dalla compagnia. Quello ci sta venendo addosso.”
“Cosa cazzo facciamo adesso? Non abbiamo benzina e la vela è fuori uso.”
“Possiamo sperare che ci ripensi all’ultimo momento e giri il timone per evitarci.”
“In caso contrario?”
“Siamo fottuti e dovremo farcela a nuoto fino a riva.”
L’uomo sul ponte dello yacht in rotta di collisione impugnava un megafono.
“RAZZA DI BASTARDI PEZZENTI FACCE DI CAZZO!”, urlò, “VE LA SIETE PRESA CON LA PERSONA SBAGLIATA, STRONZI!”
“Preparati a buttarti in acqua…”, disse Eusebio.
“Non dovevi pisciargli in faccia.”
Eusebio cominciò a fare ampi gesti con le braccia.
“SCUSA AMICO! POSSIAMO OFFRIRTI DA BERE! CHE NE DICI SE DIMENTICASSIMO TUTTO E CI LASCIASSIMO QUESTO SPIACEVOLE EPISODIO ALLE SPALLE?”, Eusebio giocò l’ultima carta, quella della diplomazia, urlò con tutta la propria voce portandosi le mani ai lati della bocca.
“SCUSA UN CAZZO!”, rispose l’uomo dal ponte dello yacht, anche a quella distanza si riusciva a vedere che aveva l’espressione di un orso a cui avevano appena calciato i testicoli. “SPERO CHE UN PESCE SPADA INFILI IL SUO DARDO NEI VOSTRI CULI!”, aggiunse.
“ANDIAMO! ABBIAMO ANCORA UN SACCO DI BIRRA, AMICO!”
“SIETE MORTI! MORTI, CAPITO?”, il lussuoso natante continuava inesorabilmente ad avvicinarsi alla Marilena.
“Credo che dovremo davvero dare l’addio a questa carriola.”, Giorgiorgio era ormai rassegnato.
“Se quello mi viene addosso, gliela faccio pagare cara.”
“In che modo?”
“Hai visto da dove è risalito? C’è una scaletta sulla fiancata dello yacht. Se riesco ad afferrarla al momento giusto, salgo a bordo e gli spacco il culo. E poi mi scopo la sua femmina.”
“Oh mio Dio…”, Giorgiorgio non attese, prese la rincorsa e si gettò in mare. Lo yacht era ormai a pochi metri di distanza e l’impatto era imminente.
“AVANTI, FIGLIO DI TROIA! VIENI A PRENDERMI!”, urlò Eusebio.
Lo yacht impattò violentemente sulla fiancata della Marilena.
Lo schianto che ne seguì fu tremendo.
La piccola imbarcazione si piegò sotto il peso del lussuoso natante quindi la prua si girò seguendo la stessa direzione dell’imbarcazione più grande. Eusebio si gettò in mare e nuotò con tutta la sua forza in direzione della scaletta. La afferrò un attimo prima che gli sfuggisse e fu trascinato via. Con un grande sforzo, riuscì a sollevarsi sopra il livello dell’acqua e appoggiò un piede sul primo piolo. In pochi secondi fu sul ponte dello yacth. Giorgiorgio osservò la scena galleggiando a qualche metro di distanza. La Marilena cominciò lentamente ad affondare, l’acqua entrava attraverso una grossa crepa sulla fiancata.
L’uomo sul ponte dello yacht non si era accorto che qualcuno era riuscito a salire sulla sua imbarcazione finché Eusebio non gli fu addosso.
“MI HAI AFFONDATO LA BARCA, STRONZO!”, vociò il ragazzo mentre, con le gambe attorcigliate attorno alla vita dell’uomo, gli tempestava il cranio di pugni.
“AAAARRRRGHHH!”
Giorgiorgio guardava incredulo quanto stava accadendo, non aveva intenzione di prendere parte alla colluttazione e, in ogni caso, lo yacht si muoveva ancora e raggiungere la scaletta sulla fiancata della lussuosa imbarcazione era del tutto impossibile.
Si accorse che la ragazza che accompagnava il bastardo pieno di soldi si limitava a osservare la scena senza intervenire a sua volta.
Eusebio riuscì ad avere la meglio sull’avversario quando afferrò il megafono che era sfuggito di mano all’uomo e lo calò con tutta la sua forza sul suo cranio. L’uomo collassò a terra privo di sensi.
“Ecco fatto, stronzo!”, disse passandosi una mano sulla fronte, sulle labbra e sul mento per detergersi dal sudore. Quindi si voltò e vide che Galina non si era mossa e che osservava la scena divertita. “Cosa cazzo hai da guardare, tu?”
“Era da un sacco di tempo che desideravo che qualcuno spaccasse il culo allo stronzo.”, disse la ragazza sfilandosi gli occhiali da sole per rivelare incredibili occhi di tonalità smeraldo.
“Pensavo che provenissi da qualche paese sfigato dell’Est Europa, quello ha detto che non capisci una parola di Italiano.”
“I miei genitori sono ucraini ma io sono nata in Italia e non l’ho mai detto allo stronzo… che comunque non è mai stato interessato a fare conversazione con me, come del resto io non mi sono mai interessata a quanto lui avesse da dire.”, spiegò, “Cosa hai intenzione di fare di lui adesso che l’hai steso?”
Eusebio osservò l’uomo esanime sul ponte; cominciava già a riprendersi e si lamentava.
“Hai qualche consiglio?”
“Prima di tutto spegniamo i motori e recuperiamo il tuo amico.”, la ragazza scomparve all’interno della cabina.
Giorgiorgio nuotò in direzione dell’imbarcazione mentre Eusebio, dal ponte, gli faceva segno di avvicinarsi e di salire a bordo. Raggiunse la fiancata, si issò sulla scaletta e salì a bordo.
“L’hai davvero messo fuori combattimento… quello potrebbe farci causa… ed è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno.”, Giorgiorgio era preoccupato.
“Niente affatto.”, entrambi i ragazzi si girarono e osservarono Galina, “Lo stronzo vi ha affondato la barca. Direi che si tratta di legittima difesa.”
“Assolutamente!”, commentò Eusebio.
L’uomo si mise faticosamente a sedere e si massaggiò il cranio. Quindi guardò Galina.
“Ho sentito tutto.”, disse, “Sei una gran puttana!”
“Bentornato nel mondo dei vivi, coglione!”, lo apostrofò Eusebio. “Fossi in te, rimarrei dove sono dato che siamo tre contro una mezza sega.”
“C’è un canotto di emergenza con un motorino fuoribordo.”, disse Galina. “Possiamo calarlo in mare, caricarci sopra il bastardo e sfancularcene con lo yacht dove cazzo ci pare.”, concluse.
“Ma non è furto?”, chiese Giorgiorgio.
“Niente affatto.”, Galina indicò la bandierina delle Isole Vergini Britanniche a poppa, “Questa barca è stata affittata e va riconsegnata a fine Giugno, fino ad allora possiamo farne ciò che vogliamo. Il bastardo ha pagato tutto in anticipo e in contanti per questioni… diciamo fiscali. E per ottenere uno sconto, s’intende. Possiamo spedirlo a riva e lui non può fare un cazzo per impedircelo: se ci denunciasse, lui e quello che gli ha affittato lo yacht finirebbero nei guai, in più vi ha quasi ammazzato venendovi addosso. Avete rischiato la vita, giusto? Direi che siete… che siamo… pari.”, spiegò la ragazza.
“Puttana, maledetta troia!”, l’uomo stava letteralmente schiumando dalla rabbia.
“Vuoi sposarmi?”, disse Eusebio.
“Sei ricco?”
“Non ho nemmeno un conto corrente.”
“Allora scordatelo.”
Risero tutti, tranne l’uomo.
“Bene, mi sa che è giunta l’ora che tu salga sul canotto e te ne torni sulla terra ferma mentre noi ce la spassiamo sullo yacht che tu hai già pagato.”, disse la ragazza.
“Me la pagherai cara.”, disse l’uomo, guardando torvo Galina.
“Certo.”, Galina premette un pulsante e il canotto che era fissato su uno dei fianchi dello yacht precipitò in mare.
“Devo prendere qualche vestito prima di andarmene…”
“Ti basteranno gli shorts che hai addosso e questo.”, Galina diede un calcio a un telefono cellulare sul pavimento.
“ME LA PAGHERETE CARA! STRONZI! VI ROVINO! VI ROVINO TUTTI!”, urlò l’uomo.
Eusebio raccolse il megafono da terra e sorrise. L’uomo chiuse immediatamente la bocca, gettò il telefono all’interno del canotto e si tuffò in acqua senza pensarci due volte. Lo osservarono issarsi sul gommone e metterlo in moto prima di allontanarsi in direzione della costa.
I ragazzi si girarono e guardarono Galina, lei afferrò gli occhiali da sole, li infilò e si sdraiò languidamente su una poltrona ricoperta di pelle bianca. “Non sognatevi nemmeno di provarci con me.”, li avvisò.
“Cos’hai intenzione di fare di noi?”, chiese Giorgiorgio.
“Non me ne frega un cazzo.”, disse. Quindi allungò una mano e recuperò un pacchetto di sigarette, ne estrasse una, l’accese e soffiò una nuvoletta di fumo azzurrognolo. Si tirò su a sedere, incrociando le gambe e li osservò, “Ci sono tre cabine in questo affare da ricchi. Io mi sistemo nella suite imperiale; per quanto vi riguarda, se ve la sentite di pulire tutto, fare da mangiare e, in generale, tenere questa villa galleggiante in ordine be’, potete tenervi le altre due. Sareste i miei mozzi.”
Eusebio e Giorgiorgio si scambiarono un’occhiata.
“Vorresti che diventassimo i tuoi schiavi solo per scarrozzarci in giro per il Mediterraneo su uno yacht di lusso?”, Eusebio fu il primo a parlare.
“Proprio così.”, disse Galina.
“Vaffanculo! Riportaci a riva!”
Galina fece spallucce, “Come volete.”, soffiò un’altra nuvoletta di fumo.
“Sei abituata ad avere uomini che ti baciano il culo e tutto il resto solo perché sei un pezzo da scopaggio di altissimo livello, dico bene? Be’, con me non attacca: io non ho mai fatto un cazzo in vita mia e non ho intenzione di cominciare oggi solo perché una che ha un bel paio di tette siliconate mi propone un giretto in barca.”
“Esattamente.”
“Esattamente cosa?”
“Tutti quelli che hanno a che fare con me leccano le impronte che lascio sul terreno.”, Galina sorrise, beffarda.
“Riportaci a riva.”
Giorgiorgio, nel frattempo, si era accomodato su un’altra poltrona ricoperta di pelle bianca.
“Tu non hai niente da dire?”, lo interrogò Eusebio.
“Non è niente malaccio qui.”, disse.
“Vuoi diventare lo schiavetto di Miss Culo Bello 2010?”
“A me piace far da mangiare, hey!”
“Io sono vegetariana, non dovresti cuocere molto, dovresti solo condire qualche insalata senza metterci troppo olio né sale, magari prepararmi una macedonia come dessert, cibo semplice che mi impedisce di ingrassare, o qualcosa del genere.”
“C’è anche roba da bere? Alcolici, dico…”
“C’è una cantina piena di liquidi di altissima qualità, ti ci puoi massacrare il fegato per tutta l’estate, amico.”
“Lo dice una che fuma, bella coerenza del cazzo!”, disse Eusebio.
“Tengo il fumo in bocca e lo sputo senza mandare giù niente.”, spiegò Galina.
“E sono pronto a scommettere il culo e il coglione sinistro che non è l’unica cosa che tieni in bocca e sputi.”
Galina fece un gesto con la mano e sorrise.
“Io resto, tu fa’ quello che vuoi.”, sentenziò Giogiorgio, “Non sono mai stato su uno yacht di lusso prima d’ora e non credo che avrò un’altra occasione per salirci in futuro.”
“Eccellente.”
Proprio in quell’istante, siccome lo scrivente si è rotto i coglioni e magari riprenderà in mano questo cesso più avanti, un improvviso lampo nel cielo accecò i tre sullo yacht.
Un meteorite cadde sul Mare Adriatico, provocando uno tsunami che investì, oltre all’imbarcazione di lusso, anche tutte le spiagge del Nord-Est della penisola Italiana. Morirono, oltre ai due stronzi e alla puttana di Cracovia, lì, da dove cazzo era, migliaia di imprenditori e l’economia del Paese ne risentì in modo drammatico.
Fu convocato un Consiglio Dei Ministri straordinario e, finalmente, fu deciso di tagliare tutte le pensioni di anzianità dei vecchi marci parassiti che affamano la penisola.
Poi però ci si accorse che il 2012 era dietro l’angolo e che, di lì a qualche mese, Nibiru si sarebbe schiantato sul pianeta Terra.
Barack Obama esclamò “Fuck my life!”, diede un calcio in figa a sua moglie e si trasferì in Brasile a scopare fighe mulatte diciottenni che non capivano una sola parola di inglese.
Il 21 Dicembre del 2012 tuttavia non successe un beneamato cazzo e Barack Obama esclamò ancora una volta “Fuck my life!”, fece ritorno a Washington ma sua moglie lo mandò a cagare dopo aver assunto il miglior avvocato divorzista della California. E, a proposito di California, nel frattempo Arnold Schwarz… che non mi ricordo più come si scrive, era diventato presidente degli USA al posto suo perché la Costituzione era stata cambiata e aveva dichiarato guerra alla Corea Del Nord.
Ciao.

Il Cipresso Dell’Arizona

Premessa: questa storia è vecchia e la conoscono (quasi) tutti. A me l’hanno raccontata quando ero ancora alle superiori.

In due giorni.

Esatto: quello che mi ha tenuto col naso per aria ad ascoltare le sue stronzate ha distribuito il racconto in due giornate dato che ci ha ficcato dentro ogni genere di particolare inutile. Al termine della “prima puntata” ha detto: “Bon, adesso devo andare via, finisco di raccontarti domani. Ciao, Dio can.”

La mia reazione ai “titoli di coda”? Volevo aprirgli il cranio a mani nude. Ma poi, trascorso qualche secondo, ho iniziato a ridere e l’ho solo mandato a cagare.

Ok, per chi ha il coraggio di andare avanti con questa merda…

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IL CIPRESSO DELL’ARIZONA
(DC-DB-DB)

Faceva un caldo dannato e l’impianto dell’aria condizionata del suo bilocale era passato a miglior vita la notte precedente. Quindi l’unica soluzione per sfuggire alla canicola era montare in macchina e fare un giro a Tempe per godersi l’aria condizionata dell’Arizona Mills, il centro commerciale più grande di Phoenix.
Kieran scese le due rampe di scale di corsa e si gettò all’interno dell’abitacolo della sua Civic maldridotta, c’erano almeno quarantatré gradi all’aperto e l’interno della vettura sembrava uno dei gironi dell’inferno. Anche l’impianto di condizionamento della sua vecchia carriola non funzionava come avrebbe dovuto così il ragazzo abbassò i finestrini e, una volta entrato nella Papago Freeway, spinse sull’acelleratore. Giunse a Tempe in poco meno di una decina di minuti e parcheggiò la macchina di fronte all’ingresso nord dell’Arizona Mills.
Entrò e fu subito investito da un rigenerante getto di aria congelata sul collo e le spalle.
Non aveva alcun piano, voleva solo rimanere là dentro il più a lungo possibile, magari fino al tardo pomeriggio, fino a dopo che il sole fosse calato dietro le colline rosse che circondano Phoenix; così cominciò a vagare senza meta all’interno del centro commerciale fino alla food court.
C’era solo l’imbarazzo della scelta: con qualche dollaro ci si poteva concedere un più che discreto carico di calorie e grassi saturi.
Si sedette a un tavolino al centro della sala e controllò quanta grana avesse a disposizione. Sfilò il portafogli dalla tasca posteriore dei suoi jeans sdruciti e diede un’occhiata all’interno.
Sei dollari e venticinque cents, hey! Avrebbe dovuto recarsi all’ATM più vicino per raschiare il fondo del suo misero conto corrente. Si aspettava che un impiegato della banca lo chiamasse per fargli sapere che aveva un debito a tre zeri con la società. Ci sarebbe stato da divertirsi a fargli sapere che lui era uno studente della ASU e che, il suo lavoro part-time da Pizza Hut, gli bastava appena per pagare l’affitto del suo sgabuzzino senza aria condizionata.
Avrebbe potuto chiedere aiuto ai suoi vecchi ma non se la sentiva di farsi spedire altri soldi dopo che sua madre gli aveva mandato un paio di cento dollari la settimana precedente perché era in ritardo con la bolletta del telefono. O meglio: con la sua parte di bolletta del telefono.
Proprio così: la “sua parte” era il vero problema perché il bilocale con bagno era condiviso con un altro studente che, contrariamente a Kieran, riusciva sempre ad arrivare alla fine del mese senza essere in ritardo con i pagamenti.
La fortuna di avere genitori con un conto in banca ipertrofico: il loro moccioso aveva sempre a disposizione i duecentocinquanta verdoni mensili per pagare la sua quota di affitto.
Cinquecento dollari per un bilocale puzzolente e mal arredato senza aria condizionata. Quella sì che era una rendita niente male, hey! Essere il padrone di un bilocale avrebbe potuto risolvere una buona parte dei suoi inconvenienti economici. Se avesse avuto a disposizione sessatamila bigliettoni, avrebbe potuto acquistare due buchi di culo di appartamenti, affittarli a quattro bastardi studenti o a messicani, chissenefrega?, e tirare su mille dollari al mese senza alzare un dito.
Manutenzione? Fanculo la manutenzione. Il padrone del bilocale dove viveva non metteva mano al portafogli per sistemare quel cesso di posto da almeno una decina d’anni.
Kieran digitò il PIN e diede un’occhiata al suo estratto conto.
Centosessantatré dollari e ventidue centesimi.
Avrebbe potuto comprarsi un sandwich da subway e mezzolitro di strawberry lemonade.
Prelevò cinquanta verdoni e si diresse nuovamente alla food court per riempirsi lo stomaco mentre aprofittava dell’impianto di condizionamento.
Decise che, a paranzo finito, sarebbe rimasto per un po’ col culo piantato sulla sedia a osservare la gente che passava, magari per guardare il culo delle ragazze e immaginare come sarebbe stato sfilare le mutandine a quella con i glutei più torniti.
Un modo come un altro per far passare il tempo e cercare di dimenticare che, per almeno dieci giorni, avrebbe dovuto cavarsela con pochi spiccioli. Be’, se ce l’aveva fatta fino ad allora, non c’erano ragioni per cui non sarebbe riuscito a tirare avanti fino all’ultima settimana del mese, giusto?
Si incamminò verso il bancone di Subway e si mise a osservare gli ingredienti di scarsa qualità disposti davanti a lui.
Verdura, salse e affettati di seconda scelta, se abbinati nel modo corretto, riuscivano a creare una sbobba che riempiva lo stomaco e non sapeva di topo morto, l’importante era saper scegliere bene.
Una ragazza se ne stava seduta dietro il bancone e lo osservava svogliatamente; probabilmente aprofittava di un momento di calma per far riposare le gambe dopo un lungo e noiosoissimo turno lavorativo. Conosceva la routine, anche lui aveva un bastardissimo impiego da quattro soldi che bastava solo a mettere assieme il denaro sufficiente per non essere sfrattato.
“Posso aiutarti?”, lo interrogò.
“Tranquilla, sto ancora dando un’occhiata a ciò che offre il menu.”
“Ok, io non mi muovo di qui per altri cinque minuti… spero che la mia collega non ritardi come al solito.”
“È uno schifo quando succede, vero?”
“Puoi dirlo forte.”
“È una delle ragioni per cui cerco sempre di avere l’ultimo turno: posso arrivare in ritardo, far incazzare chi mi precede, inventarmi una giustificazione fantasiosa ma poco credibile e guadagnare dieci minuti che mi pagano comunque.”
“Sei un sacco di merda rirardatario anche tu.”
“Hey! Il cliente ha sempre ragione. Stavo solo suggerendo di farti assegnare un altro turno lavorativo. Non possono rifiutarsi di farlo se hai una buona scusa in tasca. Gli dici che devi accompagnare tua madre al lavoro, che c’è una sola macchina in casa e che purtroppo non c’è altra soluzione. Una volta che ti danno un altro turno, puoi rendere la pariglia a chi ti ha fatto aspettare fino a oggi, giusto?”
“Allora cosa devo ficcare dentro il tuo sandwich?”
“Roba grassa e calorica, è tutto ciò che posso permettermi oggi. Devo riuscire a mettere in corpo la maggior quantità possibile di calorie in modo da arrivare fino a domani senza spendere un centesimo in più del budget quotidiano.”
Kieran diede un’occhiata alla ragazza e notò che non sembrava avere intenzione di alzarsi. Evidentemente la popolazione di fede “posso farlo più tardi” era in continuo aumento. Era circondato da confratelli della sua stessa religione, lo confortava non sentirsi solo nell’universo.
“Lavorare è una merda, dico bene? Proprio non ti va di schiodare il culo dalla sedia, giusto? Così si fa, hey!”, allungò lo sguardo per leggere il nome sul cartellino appeso al petto della ragazza.
“Specialmente se chi ti deve sostituire è in ritardo.”
“Prenditela comoda, Maeve.”
“Grazie, signor Sconosciuto.”
“Mi chiamo Kieran. Maeve è un nome irlandese, se non sbaglio.”
“E io non sono irlandese. Piaceva a mia mamma e basta. Ha consultato un dizionario dei nomi, ha scoperto che Maeve, in gaelico, significa inebriante e ha deciso che mi si adattasse alla perfezione.”
“Io invece sono irlandese dalla parte di mio padre. Il nome l’ha scelto lui e non ho mai cercato il significato su un dizionario dei nomi. Per quanto ne so, potrebbe anche significare figlio di troia.”
Maeve si mosse lungo il bancone senza alzarsi.
“Allora, come lo vuoi il tuo panino imbottito?”, gli chiese.
“Cosa diavolo… hai una… o mio Dio… sei su una sedia a rotelle…”
“Non ti si può nascondere niente, Sherlock.”
“Che razza di idiota sono… scusa per quello che ho detto prima… che figura di merda…”
“Lascia perdere, non è niente.”
Kieran si sentì mortificato. Non era la prima volta che qualcosa di inappropriato gli sfuggiva. Non sapeva cosa dire, non gli veniva in mente niente. Solitamente se la cavava con una battuta di spirito ma, quando hai a che fare con una paralisi dalla vita in giù, l’humor non è mai la soluzione ideale per risolvere un’uscita infelice.
“Tieni il becco chiuso ogni volta che hai a che fare con uno sconosciuto per evitare situazioni imbarazzanti del genere.”
Conosceva la regola ma non gli riusciva quasi mai di metterla in pratica perché era sempre troppo impegnato ad aprire la fornace e far uscire tutto ciò che gli passava per la testa senza pensarci su troppo.
“Scusami, sono stato davvero stupido.”
“Ho detto che non fa niente, non sei il primo e nemmeno l’ultimo. La colpa è del bancone che nasconde la sedia a rotelle.”, disse Maeve.
“La colpa è della mia boccaccia.”
“Sta arrivando la mia collega, in ritardo come sempre. Ti dispiace farti servire da lei? Io taglio la corda, non mi hanno mai dato un cent per gli straordinari.”
“Al diavolo il sandwich!”, Kieran fece un gesto con il braccio.
“È così grave? Ti è passato l’appetito?”, lo canzonò Maeve.
Kieran ebbe un’illuminazione.
“Non prendere quello che sto per dire in modo inappropriato. Hai qualche programma adesso?”
“L’autobus che mi riporta a casa, ecco il mio programma.”
“Senti che facciamo: ti riaccompagno a casa io e, per strada, ci fermiamo a mangiare da qualche parte. Non ci sto provando, voglio solo rimediare a una battuta infelice, ok? E so che non è un rimedio efficace ma serve solo a farmi sentire un po’ meno idiota.”
“Non fa niente. Ciao Kelly, grazie per essere puntuale come un orologio svizzero.”, Maeve si rivolse alla collega che si stava infilando il grembiule con il logo di Subway.”
“Scusa, Maeve.”, rispose la ragazza.
“Dev’essere la hit del giorno, quella.”, Maeve si mosse sulla sedia a rotelle e uscì da dietro il bancone. Kieran la seguì.
“Dico sul serio, non sono un maniaco o qualcosa del genere. Posso mostrare la mia carta d’identità alla tua collega, le do anche il numero di previdenza sociale. Voglio dire: se ti succede qualcosa, gli sbirri verranno da me e tutto il resto. Andiamo, lascia che mi senta meglio e che ti offra il pranzo.”, Kieran insisté.
“Davvero non fa niente.” Maeve sorrise divertita.
“Aspetta un attimo.”, Kieran si girò verso la collega ritardataria ed estrasse il portafogli dalla tasca posteriore dei jeans, incamminandosi verso di lei. “Hey Kelly!”, la chiamò a voce alta. La ragazza dietro il bancone si girò a guardarlo. “Mi chiamo Kieran O’Leary, abito al 747 di 7th Street, subito dopo l’incrocio con Camelback. Lo stabile si chiama Cambridge Court. Questa è la mia carta d’identità, questo invece è il mio numero della previdenza sociale. Sto per offrire il pranzo a Maeve. Se dovesse succederle qualcosa, sono stato io, ok?”
“Ok.”, rispose svogliatamente Kelly.
“Perfetto. Direi che, a questo punto, ti puoi fidare. Andiamo in un posto senza grosse pretese, offro io. Se vuoi puoi occuparti della mancia.”
“Non molli facilmente.”, Maeve sorrise. Era carina, capelli castani chiari lisci, occhi verdi e lentiggini.”
“È il mio modo di rimediare alle gaffes, hey! È la ragione per cui sono sempre al verde, devo imparare a tenere la boccaccia chiusa altrimenti finirò sotto un ponte… e a Phoenix ce ne sono davvero pochi.”
Maeve rise di gusto. Gli piaceva anche la sua risata, era una specie di esplosione.
Si chiese se fosse il caso di spingerla fino al parcheggio ma non era sicuro che fosse appropriato. Tanto valeva lasciare che le cose accadessero; se l’avesse vista in difficoltà, l’avrebbe aiutata senza chiederle il permesso di farlo.
Prese nota mentalmente di questa nuova regola che, in ogni caso, non sarebbe riuscito a seguire.
I buoni propositi lo avevano assillato lungo il corso di tutta la sua esistenza, per lo meno da quando era entrato in quella fase della vita che avrebbe dovuto comportare l’inizio della maturità.
Le fasi della vita, oh eccome.
Qualcuno che era venuto prima di lui si era inventato momenti fondamentali e obbligatori attraverso cui tutti dovevano passare per diventare maturi. C’era stato un bastardo che aveva definito con criteri rigidissimi il concetto di “maturità” e nessuno, in seguito, si era permesso di metterlo in discussione. “Buon senso”, lo chiamavano. Pareva che l’intera popolazione terrestre fosse d’accordo sul fatto che, all’età di Kieran, un individuo dovesse conoscere le proprie finalità e il proprio posto nel mondo per essere in grado di dare un’identità precisa a se stesso.
“Che caldo dannato!”
Kieran si scosse dal suo flusso di coscienza, stavano camminando all’esterno dell’Arizona Mills.
“Come?”
“Fa un caldo schifoso oggi.”, disse Maeve.
“Arizona del Sud, siamo in mezzo al deserto e ci sono cactus dappertutto. Tutto è esattamente come dovrebbe essere.”, disse Kieran.
“Mi stai dicendo che sono una conversatrice noiosa?”
“Mi stai dicendo che è meglio che tenga la boccaccia chiusa?”, sorrise.
“Sì, prima che cambi idea e decida che mio padre ha ragione quando mi insegnava a non parlare con gli sconosciuti né accettare i loro inviti a pranzo.”, scherzò.
“Hai così tanta voglia di salire su un autobus e sfanculartene a casa per conto tuo? Oppure è solo un modo come un altro per scaricarmi?”, acquistava confidenza col passare dei minuti; non era difficile andare d’accordo con Maeve. E quel sorriso, oh Dio, se lo avesse utilizzato nel modo giusto, avrebbe potuto ottenere qualsiasi cosa.
Arrivarono alla Civic, non avevano percorso nemmeno un centinaio di metri ma entrambi avevano la fronte imperlata di sudore. La canicola era davvero insopportabile quel giorno: il riverbero dell’aria bollente facreva fluttuare i contorni di ciò che li circondava.
“Ok, immagino che adesso dovrò prenderti in braccio o qualcosa del genere…”
“Spero di non dover essere costretta a chiamare la polizia perché uno sconosciuto mi molesta.”, disse Maeve, sorridendogli.
Kieran la guardò e avvertì qualcosa; un brivido lungo la schiena, una nuvola di farfalle nello stomaco. Cercò di non farci caso.
“Mettimi un braccio attorno al collo”, le disse, “Non pensavo che fosse così facile farsi gettare le braccia al collo da una ragazza”, scherzò, “Lo sportello è un po’ basso ma dovrei riuscire ad appoggiarti sul sedile senza problemi se abbassi la testa… uno, due, tre…” la sollevò e fu sorpreso dalla sua leggerezza. Si rese conto che, se avesse potuto stare in piedi, gli sarebbe arrivata al mento.
“C’è un modo per riporre questo affare?”, le chiese dopo averla fatta sedere al posto del passeggero.
“C’è una leva di sicurezza a sinistra, spingila in avanti. Il sedile dovrebbe chiudersi su se stesso.”, gli spiegò.
Kieran piegò la sedia a rotelle e la sistemò sul portabagli della Civic. Si sedette accanto a Maeve, avviò il motore, incrociò le dita e regolò l’aria condizionata alla massima potenza. Il motore della Honda perse immediatamente un po’ di giri e il ragazzo pigiò il piede sull’acceleratore per evitare che la macchina si spegnesse.
“Ti piacciono le bistecche? C’è un posto a Scottsdale dove si mangia la migliore carne dello Stato. C’è una griglia sistemata al centro della sala da pranzo. Tu prendi il pezzo di carne che preferisci e te lo abbrustolisci per conto tuo.”
“È il Benton’s Grill, giusto?”
“Sì, non esattamente quello che si dice un posto di classe ma è tutto ciò che posso permettermi, non racconto balle.”
Uscirono dal parcheggio dello shopping center e si immisero immediatamente nella freeway. Le rocce rosse scorrevano ai lati della strada.
Kieran si girò a osservare Maeve.
Era carina.
No, era indiscutibilmente bellissima: aveva abbassato il finestrino di qualche centimetro e l’aria le scompigliava i capelli, teneva il mento sollevato per evitare che il sole le finisse sugli occhi e continuava a sorridere.
Il ragazzo si sfilò gli occhiali scuri e li porse a Maeve.
“Hey, grazie!”, sorrise di nuovo e lui cominciò a sentirsi perduto, “Stai guidando, credo che servano più a te.”
“Mettili e niente discussioni.”, sorrise a sua volta.
Giunsero al Grill, il parcheggio era vuoto, erano gli unici clienti. Evidentemente il caldo non predisponeva la gente a mettersi a cuocere carne alla griglia quando, per qualche dollaro in meno, si poteva andare al fast food e starsene svaccati su un tavolo di formica lasciando che del lavoro sporco si occupassero quelli sul retro.
Kieran estrasse la sedia a rotelle dal retro della macchina e la aprì sull’asfalto. Quindi andò da Maeve, la prese in braccio e la fece accomodare. Senza chiederle il permesso, la spinse fino all’interno del locale.
“È aperto, vero?”, chiese Kieran all’uomo dietro il banco della carne.
“Fino a mezzanotte, amico.”
“Possiamo scegliere il tavolo che vogliamo.”
“Accomodatevi.”
Guidò Maeve a un tavolo vicino a una finestra che dava sulla strada.
“Non è esattamente un posto romantico ma, se non ti piaccio io, ti piacerà la bistecca. Ci so fare con la griglia.”
“Ho sempre trovato estremamente sexy gli uomini che cucinano per me.”
“Stai flirtando deliberatamente.”
“Continua a sognare.”
Si rese conto, all’improvviso, che l’handicap che aveva ingiustamente segnato l’esistenza di Maeve stava, in breve tempo, perdendo significato e importanza.
Non gliene fregava niente della sua condizione fisica: avrebbe potuto uscire con lei, presentarla ai genitori; non gli sarebbe dispiaciuto che diventasse la sua ragazza. Stava correndo un po’ troppo ma era da molto tempo che non provava qualcosa del genere, da quando aveva smesso di credere nei colpi di fulmine e nell’amore a prima vista perché aveva pescato dal mazzo l’ennesimo due di picche.
A dirla tutta, aveva smesso anche di credere nelle struggenti e appassionate storie d’amore; si trattava di materiale buono per i film con Julia Roberts e Hugh Grant, non per chi viveva in un bilocale senza aria condizionata.
Forse aveva incontrato le persone sbagliate e si era lasciato andare troppo presto. Tutta la sua vita era cosparsa di “troppo” e “troppo poco”; non era autocommiserazione, era la realtà dei fatti e non aveva alcuna intenzione di dare colpe ad altri o a ciò che lo circondava.
Cercò di indirizzare i pensieri in un’altra direzione.
Scelse due fette di carne di manzo magro, pagò e si diresse alla griglia ancora in preda al suo flusso di coscienza. Appoggiò il piatto con le bistecche crude sul ripiano vicino alla lastra bollente e si girò verso Maeve mostrandole il pollice per farle capire che aveva tutto sotto controllo. Buttò la carne sulla griglia e tornò al tavolo.
“Birra?”
“Acqua minerale, sono astemia.”
“Non fare complimenti.”
“Acqua non gassata, andrà benissimo.”
Kieran andò al bar e ordinò una bottiglia di acqua minerale e una birra per sé. Quindi tornò alla griglia per girare la carne. Sentiva lo sguardo di Maeve su di sé e ne fu lusingato. Evidentemente non era del tutto indifferente alle sue attenzioni.
Afferrò due piatti e vi depose sopra la carne cotta a puntino. Aggiunse un po’ di sale e qualche spezia che era a disposizione in una mini-rastrelliera nelle vicinanze della griglia, quindi andò a sedersi al tavolo.
“Buon appetito.”
“Sei gentile, sembri una persona a posto e sai cucinare la carne alla griglia. È la mia giornata fortunata.”, disse Maeve.
“Maeve… inebriante…”, sussurrò Kieran guardandola negli occhi, “I tuoi genitori hanno scelto il nome giusto. Ti si adatta alla perfezione.”, si trattava di un complimento che veniva dal cuore, il suo viso si schiuse in un sorriso radioso. “Non pensare che stia correndo troppo, di solito sono timido e non sono abituato a dire ciò che sto per dire a tutte quelle che incontro. Ci conosciamo da sì e no un’ora e so che dovrei aspettare prima di chiederti una cosa del genere.”, osservò il viso di Maeve, lei non smise di sorridere, i suoi occhi brillavano. “Vorrei rivederti, vorrei uscire di nuovo con te, mi piacerebbe davvero.”
“Sono una ragazza che si porta dietro qualche problema.”, lo ammonì, “Non ti sto respingendo… è solo che mi è già capitato di uscire con altri ragazzi che, all’inizio, sembravano essere pronti a tutto ma che, in breve tempo, si sono resi conto che non posso ballare, non posso camminare tenendoli per mano in spiaggia e tutto il resto… ci sono un sacco di cose che non posso fare, Kieran.”, spiegò.
“Mi sono dimenticato dei problemi che ti affliggono mentre guidavo. Non prenderla nel modo sbagliato… sto solo dicendo che, onestamente, la tua condizione fisica è del tutto ininfluente. Non so come il futuro potrebbe essere, so solo che non voglio che tu mi sfugga tra le dita.”
“Mi piaci. Davvero.”, disse, “Sto solo cercando di difendermi… se dovessi innamorarmi di te e tu dopo non te la sentissi di…”
Kieran non ebbe bisogno di sentirle dire altro. Si alzò, le afferrò il viso tra le mani e la baciò sulle labbra, interrompendola bruscamente. Lei rispose con passione, accarezzandogli il collo e la nuca con la mano.
“E adesso?”, la guardò negli occhi.
“Non avresti dovuto farlo.”, rispose Maeve e lo baciò di nuovo.
“Ci sono un sacco di cose che non avrei dovuto fare e questa non assomiglia a nessuna di quelle.”, le disse facendola sorridere ancora. Si sedette, allungò la mano e intrecciò le dita alle sue. “Allora, a che ora passo a prenderti questo finesettimana?”, insisté.
“Lavoro il finesettimana.”
“Ok, allora verrò al Mills e ti guarderò preparare sandwich.”
“Questo è stalking.”, scherzò Maeve. “Giovedì ho la giornata libera.”, aggiunse.
“Perfetto. Giovedì staremo assieme tutto il giorno. Pensa a dove vorresti andare. Guido io.”
“Sedona. Voglio andare alla Bell Rock e guardare il tramonto da là sopra.”
“Ti ci porto in braccio io.”
“Non ce n’è bisogno.”, sorrise Maeve, “C’è un sentiero lastricato, è sufficiente che tu mi spinga nei tratti più ripidi.”
“Affare fatto… hey… aspetta un attimo! Hai terminato il turno oggi, giusto? Da qui a Sedona sono solo due ore di macchina, possiamo andarci adesso.”
“A casa mi aspettano, non ho avvisato nessuno e sono già in ritardo.”
“Chiamali, ci parlo io.”
“Non si può fare.”
“Maeve.”, la guardò negli occhi, “Voglio stare con te il più a lungo possibile. Chiama a casa e di’ ai tuoi che esci con me. Non rientreremo tardi, promesso.”
“Sei un tesoro… io davvero non so…”
“Chiama!”, insisté Kieran.
Maeve estrasse il cellulare dalla borsa.
Terminarono velocemente il pasto e uscirono.
L’uomo corpulento con i capelli lunghi legati sulla nuca che lavorava dietro il bar fece l’occhiolino a Kieran e gli mostrò il pollice della mano destra in un gesto di approvazione. Il ragazzo sorrise e, passandogli vicino mentre spingeva Maeve, lesse il cartellino che aveva appuntato al petto: “Broderick Lancelot Burrowes”, un nome nobile che poco si adattava a un bestione del genere. Provò un moto di spontanea simpatia per lui.
Salirono in macchina e parlarono per tutto il tragitto. Parlarono di qualsiasi cosa venisse loro in mente, di ciò che speravano diventare, di quali fossero le loro aspirazioni, di ciò che amavano e di ciò che odiavano.
Kieran non lo chiese ma Maeve gli spiegò la causa della sua paralisi: era caduta dalla moto due anni prima. Un suo conoscente voleva portarla a fare un giro al Papago Park ma una macchina era sbucata improvvisamente da una strada laterale senza che il conducente si preoccupasse di guardare la strada; era impegnato a cercare una stazione radio decente.
Il suo amico non aveva fatto in tempo a frenare, la moto era finita contro la fiancata della vettura e loro due erano letteralmente volati.
Maeve si era fermata sull’asfalto dopo nove metri e aveva perso i sensi; si era svegliata al St. Joseph qualche ora più tardi. I suoi genitori erano seduti al lato del letto; suo padre stringeva la mano a sua madre e piangeva ma cercava di smettere. Era la prima volta che lo vedeva versare lacrime così aveva immediatamente capito che qualcosa era andato terribilmente storto.
Josh, il ragazzo che guidava la moto, se l’era cavata con una gamba rotta e avrebbe dovuto affrontare un lungo periodo di riabilitazione prima di poter tornare a camminare normalmente; lei invece non aveva bisogno di alcun genere di terapia riabilitativa: sarebbe vissuta su una sedia a rotelle per il resto dei suoi giorni, c’est la vie.
Kieran evitò di chiederle come avesse vissuto i mesi che avevano seguito l’incidente, rimase in silenzio per alcuni imbarazzanti secondi perché non gli veniva in mente niente di appropriato da dire.
Fu Maeve a cambiare argomento, volle sapere cosa facesse nella vita di tutti i giorni, la più generica delle domande. Ma andava bene comunque.
Lui le spiegò che era uno studente come tanti e che, come tanti, si chiedeva regolarmente se avesse scelto la facoltà giusta; le disse di avere qualche problema di ordine economico ma che i suoi lo aiutavano per quanto fosse loro possibile; aggiunse che la sua famiglia non era benestante e che lui cercava di tirare avanti come poteva in ogni caso.
Quindi si voltò a guardare Maeve, lei sorrise. Sembrava che non sapesse fare altro ogni volta che qualcuno le parlava. Capì che stava lamentandosi della propria vita senza avere motivi a sufficienza per farlo e cambiò subito registro.
Le disse che era un ragazzo fortunato fortunato. Le prese la mano e la portò alle labbra per baciarla.
Lei ne fu deliziata e appoggiò la testa alla sua spalla.
La Honda Civic uscì dalla Interstate 17 e si immise sulla 179 che porta direttamente al centro di Sedona. Raggiunsero la Bell Rock in breve tempo. Avevano viaggiato per circa un paio d’ore ma a loro il tragitto era sembrato molto più breve.
La macchina si inerpicò lungo la tortuosa salita che portava al parcheggio.
Kieran scese e, dopo aver sistemato la sedia a rotelle, prese in braccio Maeve.
“Se ti dicessi che ti amo, penseresti che sono un idiota?”
“Perché me l’hai detto o perché mi ami davvero?”
“Per entrambe le ragioni…”
“Hai paura di dirlo?”, lo interrogò lei. Quindi avvicinò il suo viso a quello di Kieran e si baciarono.
“Ti amo.”
“È stato difficile?”
“È la verità, è un fatto. È come dire che la Terra impiega ventiquattr’ore per compiere una rotazione sul suo asse.”, gli occhi di Maeve brillavano.
Lui la fece accomodare sulla sedia a rotelle e cominciò a spingerla in direzione del sentiero che portava all’osservatorio sulla cima della Bell Rock.
Non c’era nessuno e Sedona si stendeva ai loro piedi.
Si fermarono all’ombra di un cipresso dell’Arizona e lasciarono che la brezza accarezzasse la loro pelle.
“Voglio sdraiarmi vicino a te.”, disse Maeve.
“Ti coprirai di polvere rossa.”
“Non me ne frega niente.”
“Ok, allora.”
Il ragazzo la adagiò delicatamente sul terreno, con la schiena appoggiata sul tronco dell’albero, quindi le si sedette accanto. Lei appoggiò la testa sul suo petto.
“Riesco a sentire il battito del tuo cuore.”, disse.
“È regolare?”
“Hmmm… non molto.”
“Dovrò prenotare una visita dal cardiologo allora. Ed è tutta colpa tua.”
Maeve lo interruppe premendo le labbra sulle sue, gli passò le dita sul torace e poi tra i capelli.
– “Parli troppo.”, lo rimproverò con un filo di voce.
Kieran rispose al suo bacio con trasporto e, in breve tempo, furono avvinghiati l’uno all’altra.
Le loro mani cominciarono a esplorarsi vicendevolmente con desiderio crescente.
Mentre le tenebre scendevano velocemente, cominciarono a rotolare sul terreno, uno sopra l’altra.
Le dita di Kieran si fecero più insistenti e si infilarono sotto il cotone della maglietta che indossava Maeve. Non indossava il reggiseno e, quando lui le pizzicò i capezzoli, lei inarcò la schiena e i suoi gemiti furono smorzati dalla bocca del ragazzo sulla sua.
Erano al buio, ai piedi di un albero, le uniche luci erano quelle della città più in basso.
Senza chiederle il permesso, le sfilò i jeans e la baciò sopra il morbido tessuto degli slip. Quindi spostò l’orlo di cotone e la leccò, allargando le grandi labbra con le dita, si spinse più a fondo che poté con la lingua.
La sentì muoversi sotto di lui e spingere la sua testa contro l’inguine con le dita tra i capelli.
“Ti voglio!”, ansimò, attirandolo a sé.
“Anche io!”, Kieran si liberò a sua volta dai jeans.
“Aspetta…”
“Cosa c’è?”, il ragazzo si allarmò, temendo che lei ci avesse ripensato.
“Voglio farlo… in piedi…”
Lui la osservò nella penombra.
“So che sembra insensato… ma mi fa sentire… normale… mi fa ricordare di come ero una volta.”
“Tu non sei normale, Maeve; sei eccezionale…”, era sincero.
“Dico sul serio… voglio farlo in piedi.”, insisté.
“E in che modo?”
“Sollevami e fammi afferrare quel ramo. Ho le braccia forti come tutti quelli che sono costretti a utilizzarle più di quanto dovrebbero… riuscirò a stare appesa senza fatica.”, spiegò Maeve.
“Ne sei certa?”
“Assolutamente.”
Kieran la prese in braccio e la sollevò in alto. Maeve afferrò con entrambe le mani il ramo del cipresso.
“Ci sono.”, disse.
“Sei sicura di volerlo fare così?”
“Prendimi, Kieran. Ti voglio. Prendimi adesso!”, gli ordinò.
Kieran la baciò ancora.
Le loro lingue si intrecciarono e il ragazzo sentì che si stava nuovamente eccitando.
Lei se ne accorse e cominciò ad ansimare.
La afferrò per i fianchi e il suo pene eretto cominciò a strusciare sulla morbida pelle del ventre di Maeve.
“Sì…”, sussurrò lei.
La penetrò. Piano all’inizio. Poi cominciò a muoversi contro di lei, tenendola stretta.
I colpi si fecero più intensi e più veloci.
“Ancora!”, lo incitò ansimando.
“Oh mio Dio… sei così calda…”, era in estasi.
“Fermati!”, gli ordinò lei dopo qualche minuto.
“Che c’è adesso?”
Il sudore colava dalla fronte di entrambi.
“Mettiti dietro di me.”, disse lei.
“Dietro?”
“Sì, voglio che tu faccia… tutto…”
“Tutto?”
“Andiamo… non farmelo dire… arrivaci da solo…”
“Se è come credo… voglio che tu sappia che non ho mai fatto… quel genere di cose con una ragazza.”
“E con un ragazzo?”, lo provocò lei.
“D’accordo.”
Kieran si mosse, posizionandosi alle sue spalle. Quindi si massaggiò il pene ancora eretto e lo spinse con forza tra le natiche di Maeve, strofinando l’asta tra i glutei della ragazza.
“Non temere di farmi male…”, disse lei in un sussurro pieno di allusioni.
“Non sono sicuro che tu lo voglia fare sul serio. Maeve, non sei costretta a fare qualcosa che pensi mi piaccia.”
“Ficcamelo nel culo. Non pensarci troppo. Infilami il cazzo nel culo, porco!”
Kieran si sputò sulla mano e lubrificò con la saliva il glande. Quindi con entrambe le mani afferrò il ventre di Maeve e spinse il pene all’interno del suo orifizio anale.
La sentì gridare.
Non di dolore.
Cominciò a penetrarla con maggiore entusiasmo mentre, con le dita, le solleticava il clitoride.
“Oh mio Dio… è bellissimo. Ancora! Ancora! ANCORA!”
“Prendi questo! E questo! E questo! Ti piace il cazzo?”
“Sì, fino in fondo.”
“Oh sissississì, se continuiamo così non sarai in grado di cagare giusto per una settimana!”
Sentì di essere prossimo al climax ma si trattenne.
Voleva che lei venisse assieme a lui, consapevole che comunque non sarebbe riuscito a resistere molto a lungo.
Si impegnò per riuscire a pensare ad altro ma quella era davvero una delle scopate più gratificanti della sua vita.
Fu lei a trarlo d’impaccio.
La sentì irrigidirsi di colpo e, improvvisamente, un caldo getto di liquido scaturì da in mezzo alle sue cosce. Maeve venne in modo violento, squirtando come un’idropulitrice.
Cominciò a dimenarsi e a ringhiare, letteralmente.
E tuttavia rimase appesa al ramo.
Lui venne nello stesso momento, dentro di lei, nel suo intestino.
Poi si accasciò a terra, sudato e stremato.
“È stato bellissimo.”, disse ansimando.
“È piaciuto tantissimo anche a me.”, sussurrò Maeve, ridacchiando. “Kieran?”
“Cosa c’è?”, era ancora supino sul terreno.
“Potresti tirarmi giù da qui, amore?”
“Oh, al diavolo… scusami. Sono un disastro.”
Si alzò in piedi con uno scatto, la afferrò con delicatezza e la fece sedere a terra con la schiena appoggiata al tronco del cipresso.
La baciò nuovamente sulle labbra.
“Vuoi andare subito a casa?”, le chiese.
“Sarebbe la cosa più sensata, ci vogliono due ore per tornare a Phoenix e domani devo svegliarmi presto per andare al lavoro.”
Kieran la aiutò a rivestirsi, quindi la fece accomodare sulla sedia a rotelle e, non senza qualche difficoltà, scesero con cautela fino al parcheggio.
Percorsero il tragitto di ritorno in silenzio, tenedosi per mano e, di tanto in tanto, scambiandosi un bacio.
Lui le ricordò più volte di essere pazzo di lei e Maeve sorrise deliziata ogni volta che se lo sentiva dire.
“Dove stai?”, la interrogò quando giunsero a Phoenix.
“Peoria.”
Gli indicò la direzione per arrivare fino a dove abitava.
“So che ti sembrerà strano… vorrei che non mi facessi scendere dalla macchina davanti casa mia.”
“Perché no?”, Kieran la guardò con aria interrogativa.
“Mio padre. Lascia che ti spieghi: è buono, non mi fa mancare niente ma è un uomo di altri tempi. Se mi vedesse arrivare con te, mi farebbe mille domande, vorrebbe sapere cosa abbiamo fatto assieme e tutto il resto. Credimi, è meglio che, per questa sera, non ti veda. Ecco… io abito in quella via, fermati prima di girare e fammi scendere, gli ultimi trenta metri posso farli da sola, ok?”
Kieran accostò vicino al marciapiede e scaricò la sedia a rotelle dal portapacchi. Quindi prese in braccio Maeve e, ancora una volta, la adagiò sul sedile; poi la baciò sulle labbra.
“Sei sicura di non volere che ti accompagni fino davanti casa?”, insisté.
“Kieran…”
“Maeve, dove sei stata fino a quest’ora?”, una voce li interruppe.
Si voltarono entrambi, spaventati.
Un uomo di circa cinquant’anni li stava severamente osservando.
Era in piedi sul marciapiede a pochi metri da loro. Indossava un berretto e aveva capelli grigi raccolti in una lunga coda di cavallo.
Teneva le mani nelle tasche dei jeans e una sigaretta spenta tra le labbra.
“Buonasera.”, disse Kieran, imbarazzato.
“Ciao, papà…”, sussurrò Maeve, “Questo è Kieran, non prendertela con lui… non è colpa sua, è davvero un bravo ragazzo.”
“Oh, lo so che è un bravo ragazzo, Maeve.”, il tono di voce avrebbe fatto capire a chiunque che non era il momento di scherzare.
Tuttavia nelle parole dell’uomo c’era qualcosa che non quadrava. Pensò a ciò che stava accadendo, a quanto era successo nel corso della giornata, al modo in cui gli eventi gli avevano fatto credere di essere nuovamente felice; le parole del padre di Maeve celavano qualcosa di assolutamente sbagliato.
“Mi scusi…”, disse.
“Che c’è, ragazzo?”, l’uomo, con un gesto brusco e minaccioso, rimosse dalle labbra la sigaretta spenta.
“Con tutto il dovuto rispetto… lei non mi conosce, io non conosco lei e ho incontrato sua figlia solo oggi… come fa a sapere che sono un bravo ragazzo?”
L’uomo, si avvicinò a lui, afferrò la tesa del berretto e la sollevò per poterlo guardare direttamente negli occhi.
“Vuoi davvero sapere perché credo che tu sia un tipo a posto?”, avvertì alcune gocce di saliva dell’uomo che gli colpivano le guance.
“Sissignore.”, Kieran tenne la testa alta e non distolse lo sguardo dagli occhi del padre di Maeve.
“Gli altri la lasciano sempre attaccata all’albero.”, disse.

Giorgiorgio va a puttane. Letteralmente.

Ou… comunque le brasiliane, no? Dio poi, tutte troie! Tutte!
Il Canta, Febbraio 2010

Quali sono le principali caratteristiche di una giornata di merda?

Tutto va a rotoli fin dall’inizio, amico.

Ti alzi, prepari il caffè ma ti dimentichi di mettere l’acqua e bruci la guarnizione della caffettiera. Allora bestemmi in maniera ricercata mentre cerchi di disperdere con le mani il fumo che aleggia in cucina. Spegni il fuoco e apri tutte le finestre consapevole che comunque il tanfo di gomma carbonizzata non abbandonerà i locali per almeno un paio di giorni.

Poi vai in cesso a pisciare. Ti guardi allo specchio mentre ti lavi le mani e decidi che puoi raderti il giorno seguente. Afferri lo spazzolino ma il dentifricio è finito così ti accontenti di un risciacquo veloce con il colluttorio che hai acquistato all’hard discount sei mesi prima senza una ragione precisa.

Scendi in strada, arriva il solito autobus pieno di gente e tu ci sali.

Tieni una mano sopra lo zaino perché la fibbia della chiusura a cinghia si è spaccata da un’eternità e qualche giorno perciò tutto finirebbe a terra se non lo facessi; l’altra è stretta attorno a uno dei paletti metallici che fanno da sostegno all’interno del mezzo pubblico.

Squilla il cellulare.

Ce l’hai nella tasca dei tuoi puzzolenti e untissimi jeans luridi che non lavi da tre settimane.

Molli il palo, infili la mano nei calzoni e, proprio in quel momento, l’autista frena inaspettatamente per evitare di fare fuori un gatto che attraversa la strada senza guardare da una parte e dall’altra per assicurarsi che non sopraggiunga alcun veicolo. Stupidi inutili animali.

E tu? Be’, tu finisci con la faccia tra le tette di una sessantenne seduta davanti a te.

Lo zaino si apre e il suo contenuto finisce disordinatamente tra le gambe dei pendolari che affollano il bus assieme a te.

Giornata di merda, vaffanculo al mondo.

– “Incredibile, ti dico! Pazzesco…”, sussurrò Giorgiorgio al vicino.
– “Ma cosa succede di preciso?”, lo interrogò lo studente alla sua sinistra, smorzando la voce con il palmo della mano.
– “In pratica c’è uno col cappello da cow-boy e il cazzo in tiro che si fa una sega su un divano, no?”
– “Eh?”
– “E insomma arriva una bionda e quello prima comincia a prenderla a sberle sulla figa… ma forti! Poi la afferra per i fianchi, la rovescia dall’altra parte, le pianta l’uccello in culo e, mentre è lì che le somministra una dose supersize di cazzate anali, quella cosa fa?”
– “Cosa?”
– “Si mette a cagare! Dappertutto! Allora lui estrae il cazzo ed è tutto pieno di merda, no? Un casino infernale, ti dico. Ma aspetta… la cosa pazzesca è che il tizio è contento, sembra proprio che la merda gli piaccia un sacco! Cioè: si mette in ginocchio per farsi cagare in faccia perché quella è in fase di pieno squirting marrone… solo che sbaglia i tempi, arriva un secondo in ritardo e quella gli deposita uno stronzo fumante proprio sulla tesa del cappello da cow-boy, cazzo!”
– “Ce l’hai ancora il link?”
– “Sì, te lo mando via facebook dopo quando arrivo in appartamento.”, lo rassicurò Giorgiorgio.
– “E quindi, come è già stato più volte sottolineato…”, disse la voce amplificata “Oltre alle differenze anatomiche, esiste un altro genere di differenze tra uomo e donna. Si tratta di differenze di natura socio-culturale che influenzano la vita di tutti… ahem… voi, laggiù in fondo. Lei con quella scopa in testa e lei con il calzettone multicolor aderente a strisce sopra i capelli rasta.”

Il docente di metodologie sociologiche interruppe la loro discussione. Giorgiorgio fece finta di nulla, afferrò la penna e si mise a scarabbocchiare qualche appunto. “Tua madre ciuccia i cazzi a tutti, li lecca da cima a fondo e poi se li mette dentro la fregna grondante di ogni genere di umori, tua madre.”, scrisse in fretta e furia.

– “Dico a voi due, carri allegorici!”

Giorgiogio si guardò attorno, quindi sollevò la punta della bic dal quaderno e la mosse verso il suo naso, con la bocca leggermente socchiusa e un’espressione interrogativa in volto… “Io?”

– “Già, proprio lei e il suo amico Bob Marley.”, lo canzonò il professore. L’assemblea rise, “Chiudete la fogna se avete intenzione di rimanere qui, altrimenti mettete le gambe in spalla e fuori dai coglioni, grazie.”
– “Ma io, noi, cioè… in realtà non avevo sentito l’ultima roba che aveva detto e allora no? Io stavo chiedendo…”, cercò di giustificarsi Giorgiorgio.
– “Ho capito. Fuori dai coglioni, grazie.”

I due raccolsero le loro scartoffie, le gettarono alla rinfusa dentro gli zaini e lasciarono l’aula goffamente, inciampando sugli scalini. Mentre la porta automatica si chiudeva alle loro spalle, sentirono che il docente diceva qualcosa e l’intera assemblea, di rimando, rideva di gusto.

– “Che figura di merda…”, disse Giorgiorgio scuotendo la testa, “E chi lo passa più l’esame con quello adesso?”, aggiunse.

Lasciarono la sede distaccata dell’università e si avviarono per le strette vie della città senza dirsi nulla; si separarono dopo aver camminato assieme per qualche centinaio di metri. Giorgiorgio si diresse alla fermata dell’autobus che l’avrebbe riportato al lurido appartamento che divideva con un altro paio di studenti che, esattamente come lui, non avevano idea di cosa sarebbe stato di loro da lì a cinque anni. E nemmeno di lì al giorno dopo, se era per quello.

Si sedette sulla panchina e attese che giungesse il bus numero dodici, guardò la gente camminare soffermandosi a osservare il culo a tutte quelle che passavano.

“E loro sanno di avere un gran bel didietro… altrimenti perché si vestirebbero in quel modo?”, pensò grattandosi la testa, “Magari ti distrai per una frazione di secondo più del dovuto, quelle ti beccano con le pupille dilatate piantate sulle loro chiappe e ti guardano come se fossi la controfigura del mostro di Milwakee… maledette troie ipocrite. Schifose puttane.”, continuò a torturarsi la cute della nuca.

D’improvviso un uomo sfrecciò di corsa davanti alla panchina, nell’impeto della fuga, lasciò cadere qualcosa a terra, giusto davanti a Giorgiorgio.

Il ragazzo si sporse in avanti e, pochi istanti dopo, un altro uomo sopraggiunse correndo come un dannato.

– “FARABUTTO! LADRO! DROGATO!”, urlava l’inseguitore.

Finì addosso a Giorgiorgio, scaraventandolo a terra. Quindi imprecò, riacquistò in qualche modo l’equilibrio e riprese a correre.

Il ragazzo, stordito, riuscì a rimetteresi in piedi faticosamente. Una bella botta, davvero.

Attese qualche istante, controllò che entrambi gli uomini fossero abbastanza lontani, piegò la testa di lato e notò che c’era qualcosa sul marciapiede. Si chinò e raccolse da terra un borsello di modeste dimensioni che il fuggiasco si era lasciato alle spalle. Era piuttosto pesante.

Giorgiorgio aprì con cautela la chiusura lampo e diede un’occhiata all’interno. C’erano un sacco di monete da uno e due euro.

– “Fanculo a zia!”, esclamò, “Quello deve aver scassinato un distributore automatico di sigarette, o di preservativi, o entrambi… qui ci devono essere almeno duecento euro in monetine…”, un sorriso si allargò sul viso del ragazzo.

Si guardò attorno circospetto, assicurandosi che nessuno lo stesse osservando, chiuse la cerniera del borsello, lo infilò furtivamente all’interno della giacca e si allontanò fingendo che nulla fosse successo. A quel punto rimaneva solo da decidere come avrebbe impiegato il malloppo.

Percorse a piedi i tre chilometri che lo separavano dall’appartamento in poco più di mezz’ora; giunto allo stabile, salì rapidamente le scale, entrò, gettò la giacca sul divano sgualcito del soggiorno-cucina e si sedette al tavolo.

Contò le monete con la punta della lingua che sporgeva dall’angolo sinistro della bocca… duecentosessantaquattro euro tondissimi.

Ci si poteva fare un sacco di cose con quella grana. Per esempio avrebbe potuto massacrarsi il fegato di birra al pub vicino all’università per almeno tre finesettimana di fila; a pensarci bene, avrebbe anche potuto pagare le bollette del riscaldamento e dell’elettricità ma cassò in breve tempo quello scenario… in fin dei conti si trattava di un colpo di fortuna e “quando succedono cose del genere, bisogna per forza rendere indimenticabile l’evento…”, meditò Giorgiorgio tra sé e sé.

I suoi occhi caddero su un periodico locale di annunci gratuiti che uno dei suoi compagni di appartamento aveva lasciato sul pavimento vicino al divano.

Fu come se una lampadina si fosse accesa sopra la sua testa… a dirla tutta, si trattava del maledetto faro del porto che illuminava l’intero promontorio di San Francisco con una luce talmente intensa che si sarebbe riuscito a contare tutti i maledetti bulloni sulla struttura metallica del Golden Gate.

Si alzò di scatto e raccolse il giornale da terra. Sfogliò velocemente le pagine fino a giungere alla sezione “amicizie particolari”.

Giorgiorgio aveva già il cazzo in allarme; non ricordava più quanti eoni erano trascorsi dall’ultima volta che si era fatto una sana sgroppata come si deve. Era passato tanto di quel tempo che era giunto alla conclusione che la vulva fosse in realtà una chimera, una creazione della fantasia, un’entità astratta che qualcuno si era inventato di sana pianta per mandare avanti il Mondo. D’accordo: c’era il porno su internet ma, al giorno d’oggi, con i computer si riusciva a creare qualsiasi cosa e lui, giusto una settimana prima, era andato al cinema a vedere uno di quei film americani di fantascienza con budget infinto… e non credeva ai suoi occhi… se si riescono a creare cose del genere con l’impiego della grafica computerizzata, be’ la vagina era davvero una cazzata da quattro soldi.

Rise da solo. “Ragazzi, che scopata mi sto per fare! Grassa, unta, luculliana!”, proclamò entusiasta.

Scorse gli annunci uno dopo l’altro finché si imbatté in…

Bambola latina 23enne mora, molto più di una bella ragazza! Vieni a trovarmi e saprai il perché.

Seguito da un numero di cellulare.

Giorgiorgio estrasse il telefonino dalla tasca e compose nervosamente il numero. Dopo quattro squilli qualcuno, dall’altra parte, rispose.

– “Ciao, ammorre! Io soy Shamaloya do Brassssssìo… tu come te chiama?”
– “Ciao bellissima! Sono Giorgiorgio e ho una voglia matta di… ahem… conoscerti di persona… dove sei?”
– “Io soy viscino stassione di treno, via Mameli numero oito, ammmorrreeee…”
– “Ooooocccchei, arrivo subito!”, Giorgiorgio si diete una ravanata al pacco.
– “Tu vuoi fare boca o ammmorrre? Opure vuoi boca y ammmmorrre tambem, opure tu vuole ammmorrre especial di Shamaloya como Rio De Janeiro?”
– “Eccheccazzo… guarda, vengo lì e spacco tutto… prendo il pacchetto completo, crepi l’avarizia!”, Giorgiorgio saltellò eccitato.
– “Ok, ammmmmorrre…. tu vedrai che no dimentica Shamaloya do Brasssssssssìo.”
– “Puoi scommetterci il culo, ragazza. Arrivo, ciao!”, interruppe la conversazione, indossò la giacca che aveva gettato sul divano poco prima e corse fuori dall’appartamento, quasi rotolando giù dalle scale. Poi si rese conto di aver dimenticato qualcosa, bestemmiò, risalì due rampe, lottò con la serratura per qualche secondo e rientrò nell’appartamento. Afferrò il borsello con le monete sopra il tavolo e si precipitò nuovamente all’esterno dell’abitazione senza curarsi di chiudere la porta a chiave.

Non era il caso di aspettare l’autobus, non aveva voglia di andare a piedi perché ci avrebbe messo troppo tempo, si guardò attorno e vide una bicicletta da donna incustodita appoggiata al muro dall’altra parte della strada.

– “Fanculo!”, disse.

Attraversò la via, inforcò il velocipede e si mise a pedalare come un forsennato.

– “Scopare-scopare-scopare-scopare! Ammmorre di Rio De Janeiro! Sississì, ti metto il mio salsicciotto nella tua chierichetta e poi ti carroponto il culetto! Wooohooo!”, canticchiò senza curarsi della gente che lo osservava sfrecciare su una Graziella.

Giunse, in pochi minuti, al numero 8 di via Mameli. Era un vecchio stabile che aveva un gran bisogno di essere ristrutturato.

Compose nuovamente il numero di Shamaloya che rispose quasi subito.

– “Pronto, ciao ammmmore!”
– “Ohulà! Sono sotto casa tua. Apri il portone!”
– “Sì, ammmmorre… tu viene al secondo piano.”
– “Oh eccome se vengo! hai voglia che vengo! Ti faccio vedere io come vengo! Yuppie!”

Salì rapidamente le scale e, giunto al secondo piano, diede un’occhiata al pianerottolo. C’era un lungo atrio con quattro porte, tutte chiuse e senza alcun genere di indicazione.

Rimase immobile a ponderare su cosa avrebbe potuto succedere se avesse bussato all’uscio sbagliato… magari era un ambulatorio dentistico, o lo studio di un notaio… e, a quel punto, cosa avrebbe potuto fare?

– “Buongiorno, io in realtà cerco Shamaloya… dovrebbe abitare qui vicino, lei non è che mi può indicare la porta giusta? No, non mi serve un’otturazione… quella voglio farla io, hehehehehehe!”; niente da fare, non si poteva fare.

Sentì un cigolio alla sua sinistra, sul fondo dell’atrio, una porta si aprì, proiettando, attraverso la fessura, una lama di luce rossastra.

– “AH-HA!”, esclamò Giorgiorgio schioccando le dita. Quindi si precipitò in quella direzione.

Entrò lentamente e osservò l’ambiente.

Le tapparelle erano abbassate. Era un monolocale: c’erano un divano di pelle chiara appoggiato a una parete e, al centro della stanza, un voluminoso letto a due piazze con lenzuola nere e due anelli di metallo che sporgevano dalla testiera. Due lampade alogene a luce rossa illuminavano lo scannatoio.

Musica a basso volume, appena percettibile: “Moments In Love” degli Art of Noise.

Il ragazzo mosse un altro paio di passi all’interno, la porta venne chiusa alle sue spalle e lui si voltò a destra per vedere chi si nascondeva dietro la stessa.

Shamaloya do Brasssssìo.

Un metro e novanta di muscoli guizzanti, tonalità ebano chiaro.

Quinta di seno.

Capelli corvini neri fino a metà schiena.

Negligé di pizzo nero.

Calze di nylon autoreggenti dello stesso colore.

Tacchi a spillo di almeno una decina di centimetri.

Pene lungo almeno il doppio dei tacchi a spillo, pendulo e sornione tra le cosce di Shamaloya do Brasssssìo.

Non eretto.

Non ancora.

– “Ciao ammmorre.”
– “Ciao…”, Giorgiorgio deglutì. Una goccia di sudore scese da una delle sue tempie fino allo zigomo.
– “Tu vuole ammmmore especial de Rio De Janeiro, vero?”
– “Io…”
– “Tu ha portato soldi?”, Shamaloya osservò il borsello che il ragazzo teneva stretto nella mano destra.
– “Sì ma, a ripensarci, io sono uno studente fuori-sede di scienze della comunicazione e la mia ragazza studia in un’altra città… e io sono sempre solo… sì, insomma, è stato un momento di debolezza da parte mia. Tu capisci, vero? Come dire… non me la sento di fare una cosa del genere perché lei mi ama e so che non farebbe mai uno… ahem… sgarro così turpe a me. È stato un errore. Be’, allora grazie di tutto, scusi per il disturbo e arrivederci.”, Giorgiorgio fece un passo indietro.
– “Muito rapido, eh?”, Shamaloya fu più veloce e si mise di mezzo tra la porta e il ragazzo; “Quando tu prende appuntamento da dottore, tu va e lui te visita… quando tu prende appuntamento con mi por ammmmmorre de Rio De Janeiro, tu fa ammorre de Rio De Janeiro… e paga. Antes!”, aggiunse. Quindi sferrò un poderoso pugno allo stomaco di Giorgiorgio e gli sfilò il borsello dalla mano.

Shamaloya si mosse verso il letto al centro della stanza, afferrò qualcosa che somigliava a un grosso cubo di velluto nero da dietro la testiera e lo sistemò sulle lenzuola. Quindi tornò dal ragazzo ancora tramortito e rannichiato in posizione fetale sul pavimento, lo afferrò da dietro per l’orlo dei jeans e, senza alcuno sforzo, lo sistemò di peso prono sul cubo. Aprì il cassetto del comodino e ne estrasse due paia di manette con le quali assicurò i polsi di Giorgiorgio agli anelli metallici che sporgevano dalla testiera.

– “Ora tu è pronto per ammmore de Rio De Janeiro.”, Shamaloya lo osservò dall’alto allo stesso modo in cui un gatto affamato guarda una ciotola piena di crocchette di manzo.

Giorgiorgio si riebbe e, girandosi, si accorse, sgomento, che il pene non era più flaccido tra le cosce di Shamaloya ma si ergeva maestoso e aveva acquistato qualche centimetro in lunghezza e circonferenza.

– “Oh porca troia… no! Senti, i soldi puoi tenerli: dentro il borsello ci sono duecentosessantaquattro euro in monetine. Tutti tuoi, slegami e amici come prima, ok?”
– “Niente da fare, amico. Io sono un cazzo di professionista. Tu paghi? Be’, io eseguo quello per cui vengo pagato… voglio dire pagata.”
– “Hey, com’è che hai perso di colpo il tuo accento portoghese?”
– “Quella è una stronzata che ho imparato a fare col tempo perché piace ai clienti. Io, in realtà, mi chiamo Aronne e sono di Quinto di Treviso.”
– “Fanculo… ma sei negro!”
– “Nah, mi strafaccio di carote e raggi UVA. È tutta una messa in scena, ragazzo.”
– “Be’, a prescindere da come la vedi tu, io ho intenzione di rimanere vergine di culo. Quindi, se non ti dispiace, toglimi queste stronze manette e vattene a fare in culo! Tu, l’amore di Rio De Janeiro, i raggi uva e…”
– “Questo dici?”, Aronne sorrise e puntò l’indice in basso, vero il suo cazzo inverosimile.
– “Esatto anche quello! Ce l’hai il porto d’armi per andare in giro con quell’affare? Cristo, che schifo!”
– “Hey, non disprezzarlo così tanto finché non l’hai provato.”, Shamaloya/Aronne si grattò lo scroto e, con l’altra mano, si liberò della parrucca corvina. Aveva la testa perfettamente rasata.
– “Oh no… Gesù Cristo, no! Ti prego, sarò buono! Non voglio essere deflorato analmente da Kojak con la quinta di reggiseno.”, Giorgiorgio si mise a piangere.
– “Dacci un taglio, vedrai che ti piacerà un sacco e dopo non potrai più farne a meno!”, lo rassicurò Aronne, poi si avvicinò, estrasse da qualche parte un bisturi e, con lo stesso, tagliò con grande maestria i jeans e le mutande che indossava il ragazzo.
– “No! Posso darti un sacco di soldi se mi lasci andare! I miei hanno un mucchio di grana, mio padre è avvocato! Un avvocato cazzutissimo! Vuoi una macchina nuova? Una macchina fica, dico! Una di quelle col GPS e il tettuccio elettricAAAAARRRRGHHHH!”, fu come se una lontra avesse scelto il suo buco del culo come tana per il letargo invernale. Una lontra? Un elefante marino con le pinne e tutto quanto, piuttosto.
– “Si lamentano tutti all’inizio… PRENDI QUESTO! E QUESTO, TROIETTA! Ma, una volta che superano lo shock iniziale… E ANCHE QUESTO, PUTTANELLA! È tutta un’altra storia e si mettono a miagolare più cazzo!, ancora cazzo! e avanti così.”, Shamaloya non gli diede tregua.

La tortura proseguì per quella che a Giorgiorgio sembrò un’eternità finché, finalmente, lo shuttle Discovery che gli era violentemente penetrato nel colon uscì dall’orbita del suo intestino.

– “Non dai proprio soddisfazione, ragazzo.”, si lamentò Shamaloya/Aronne, “Di solito, quando incasso, porto il lavoro a termine ma con te non c’è davvero speranza. Uno può sudare finché vuole ma farti godere è come cercare di scaldare un iceberg. Io ci rinuncio, anche se per me è una sconfitta professionale.”, liberò i polsi del ragazzo.

Giorgiorgio rotolò sul materasso e finì sul pavimento.

– “Per colpa tua non riuscirò più a cagare giusto per il resto della mia vita, razza di bastardo pentasessuale figlio di puttana!”, era più incazzato che dolorante.
– “Oh andiamo, non metterla giù così dura. In fin dei conti hai provato qualcosa che non avevi mai fatto prima, no? Vedila da un’altra prospettiva: si tratta di un formidabile e freschissimo argomento di conversazione, grazie a me sei una persona più interessante, puoi parlare di questa nuova eccitante esperienza, hey!”, Aronne si stava pulendo il glande con la carta igienica.
– “Brutto sacco di merda con le tette finte! Mi hai anche fottuto duecentosessantaquattro euro. Inculato due volte. E mi hai tagliato i jeans… e le mutande! Come ci torno a casa adesso?”
– “Come sei arrivato fin qui, credo.”, Shamaloya spalancò le ante dell’armadio e cominciò a frugare in mezzo ai vestiti.
– “In bicicletta? Dovranno passare almeno un paio di settimane prima che riesca di nuovo a stare seduto su una sedia foderata con dieci cuscini di piumino d’oca! Come cazzo pensi che riesca a pedalare fino al mio appartamento? Nudo per giunta!”, stava schiumando di rabbia.
– “Infilati questo e vattene a cagare fuori di qui.”

Giorgiorgio si chinò e raccolse da terra una sottoveste rosa a fiori.

– “Mi prendi per il culo?”
– “Sempre meglio che girare per strada con le chiappe al vento, no? Aria adesso.”
– “VAFFANCULO!”

Giorgiorgio si infilò la sottoveste e uscì dal monolocale sbattendo la porta.

Per strada tutti lo guardarono. Alcune ragazze adolescenti puntarono l’indice in sua direzione, si dissero qualcosa all’orecchio e risero tra loro.

Da parte sua, il ragazzo era troppo infuriato per prestare attenzione al pubblico; era talmente fuori di sé che quasi non avvertiva più il bruciore alla sua fabbrica di cioccolato.

Giunse alla fermata dell’autobus davanti alla stazione. Non aveva con sé il portafoglio dove teneva l’abbonamento delle autovie urbane e le sue tasche erano vuote. Già, non aveva più nemmeno le tasche dato che aveva lasciato i brandelli dei jeans sul pavimento dello scannatoio di Shamaloya/Aronne.

Si sedette sulla panchina.

La donna di mezza età che occupava il posto vicino a lui si alzò immediatamente allontanandosi di qualche passo.

Di lì a qualche minuto l’autobus si fermò davanti alla panchina.

Giorgiorgio si alzò e salì.

Anche all’interno del mezzo pubblico tutti lo guardarono con un misto di curiosità, disprezzo, divertimento e schifo.

Il ragazzo continuò a far finta che la cosa non lo riguardasse tanto, ormai, la giornata era andata come era andata e non c’era modo di porvi rimedio. Voleva solo arrivare a casa, farsi un bidet di tre ore, buttarsi a letto e dimenticare tutto, anche se l’infiammazione all’uscita d’emergenza posteriore non gli avrebbe semplificato il piano per niente.

E poi accadde.

All’improvviso.

Una luce abbagliante lo accecò.

Cadde a terra.

– “Hey, tutto bene?”

Giorgiorgio aprì gli occhi. Era sdraiato a terra, sul marciapiede.

Attorno a lui c’erano alcune persone che lo guardavano dall’alto.

– “Sta rinvenendo.”, disse qualcuno.

La testa gli faceva male e parlare gli sembrava una missione impossibile. Ma si sforzò comunque di farlo.

– “Cosa mi è successo?”, chiese al paramedico che lo osservava.
– “Ti sei trovato a essere il protagonista involontario di un inseguimento a piedi. O meglio: un tabaccaio appena derubato ti ha travolto mentre correva dietro a un drogato che gli aveva fottuto l’incasso e tu sei finito, di peso, col culo su un palo di ghisa e, subito dopo, con la testa sul sanpietrino e hai perso i sensi per… be’, per un bel po’ di tempo. Probabilmente non è nulla di grave ma ti portiamo comunque al pronto soccorso per accertamenti.”
– “Com’è che si chiama?”, chiese Giorgiorgio all’infermiere dopo che i suoi occhi ancora annebbiati erano casualmente finiti sulla sua targhetta identificativa.
– “Aronne.”

Il ragazzo perse nuovamente i sensi.