Archive for the ‘ti spacco la merda con la mia stessa merda.’ Category

Test: sei G@mb€r€tt@?

Rispondi onestamente alle seguenti domande e scoprilo da solo/a.

1. È un tiepido pomeriggio primaverile, il sole splende radioso, gli uccellini cinguettano e l’aria sa di fiori appena sbocciati. Il tuo vicino è seduto all’ombra di un albero nel giardino di casa sua e legge un libro di Terry Pratchett, cosa fai?

A. Leggere? A me la primavera fa tirare il cazzo, hey! E, adesso che ci penso, la mia ragazza sta facendo la doccia… hmmm… quasi quasi la raggiungo per fare un po’ di su e giù sotto il getto dell’acqua.
B. Pratchett è divertente, ne ho sentito parlare, gli chiedo di prestarmi il libro appena lo finisce.
C. Scuoto la testa schifata: leggevo “Mondo Disco” quando avevo dieci anni, anzi nove. Allora mi faceva ridere, poi sono cresciuta, ho letto centocinquanta manuali di scrittura creativa e un cazzigliaio di romanzi così, maturando come essere umano e come scrittrice, ho scoperto che Pratchett è una merda. Nella fattispecie: umorismo stantio, situazioni stereotipate e tutto il resto. Roba da mocciosi. Ergo il mio vicino è un coglione e non capisce un cazzo di una merda di niente di letteratura; mi verrebbe voglia di scavalcare il muretto per spiegargli per filo e per segno cosa leggere e per quali ragioni ma a che servirebbe? Quello è solo un rozzo imbecille e potrebbe darmi una scarpata in figa.

2. Hai 20 euro in tasca, come li impieghi?

A. Un paio di Kilkenny Cream, un club sandwich e una cosa nera al pub assieme agli amici. Poi, se ho ancora sete, cerco di farmi offrire qualcosa da loro promettendo di ricambiare la prossima volta.
B. Devo fare benza alla macchina.
C. Vado al Carrefour, faccio “ambarabà-ciccì-coccò” e compro un libro qualsiasi scegliendo tra Menozzi, Troisi e Falconi. Torno a casa e comincio a leggere. Dopo nemmeno mezza facciata, mi rendo conto che quello che ho tra le mani è solo un mucchio di merda e che, ancora una volta, ho buttato i soldi nel cesso. “È inammissibile!”, esclamo indignata. Quindi mi esalto perché so scrivere un sacco meglio di quelli, io! – Anche se nessun bastardo editore si sogna di pubblicarmi manco mezza sillaba perché scrivo di fatine guerriere e vaccate simili e, per di più, al presente indicativo… il che fa cagare squali incazzati la maggior parte del pubblico – Subito dopo mi deprimo e mangio un chilo e mezzo di Toblerone. Poi mi siedo al computer e perdo una settimana a sbrodolare una recensione per dare merda, nell’ordine, all’autore del libro, all’editore, all’Italia-paese-di-merda-dove-pubblicano-solo-chi-ha-conoscenze, e all’universo intero. Il tutto riportando passaggi decontestualizzati e corredandoli con un paio di litri di bava ciascuno. A lavoro terminato, riprendo a devastare la mia scorta di Toblerone attendendo i commenti entusiastici dei miei fans che mi ripetono, ancora una volta, che sono la più grande strafica della Via Lattea.

3. Qualcuno, nei commenti del tuo blog, si trova in disaccordo con le opinioni da te espresse perché, at the end of the day, di questo si tratta: nient’altro che di opinioni e giudizi personali. Come reagisci?

A. Ognuno ha diritto di pensarla come crede. Il mondo è bello perché è vario.
B. Mi piacciono le critiche costruttive, mi aiutano a crescere. Il civile scambio di opinioni è ciò che rende il mio blog interessante.
C. Non sei d’accordo con me? Ho capito bene? NON SEI D’ACCORDO CON ME??? IMPOSSIBILE! NON CAPISCI UN CAZZO PERCHÉ SEI SOLO UN GIGANTESCO PEZZO D’IDIOTA! NON HO RISPETTO PER TE! TU NON HAI LETTO TUTTI I TRATTATI DI SCRITTURA CREATIVA E DI STILE COME HO FATTO IO! OK? OCCHEI? IO LA SO UN SACCO LUNGA, ANZI: LUNGHISSIMA! OK? BRUTTO MUSO DI MERDA! STRONZO! AH, HO TRACCIATO IL TUO IP E TI HO BANNATO! TROLL DEI MIEI COGLIONI! ASPETTA CHE IL DUCA LEGGA QUELLO CHE HAI SCRITTO NELLO SPAZIO COMMENTI, POI VEDI COME TI FA IL CULO A STRISCE SUL SUO BLOG! STRONZO! COME OSI? LE MIE NON SONO OPINIONI! IL MIO È VERBO! È VERITÀ! ASSIOMI! STRONZO! CON ME NON SI DISCUTE, OK? IO HO RAGIONE E TU HAI TORTO, FINE DELLA STORIA. FIGLIO DI TROIA!

4. Dato che Natale si avvicina, un imprenditore locale ha deciso di regalare una decina di copie per ognuno dei romanzi della saga di Harry Potter alla biblioteca della scuola primaria che frequenta tua nipote di nove anni. Come reagisci?

A. È un’ottima iniziativa, i bambini adorano Harry Potter.
B. Una scelta perfetta per educare le nuove generazioni alla lettura.
C. Harry Potter! HA! E poi ci si chiede come mai in Italia la scena letteraria sia talmente pietosa, marcia e ridicola. Per forza! Harry Potter è una merda. Regalano Harry Potter ai mocciosi e poi quelli credono che si faccia così a scrivere. Brutte merde incompetenti! E poi ci si lamenta se tolgono i crocefissi dalle classi. Ma io un giorno riderò perché queste cose ve le avevo dette! Ah, se ve le avevo dette! Sai le risate che mi faccio?

5. Chi ha ucciso la mamma di Bambi?

A. Un bastardo con un arco e le frecce.
B. Non lo so, non ho visto il film.
C. Francesco Dimitri.

6. La tua vicina di casa ti ha chiesto di badare al suo bambino di un anno. Ti ha detto che il pomeriggio fa sempre un sonnellino. Tuttavia il pargoletto, non avvertendo la presenza della mamma, non riesce a prendere sonno e si mette a piangere. Cosa fai?

A. Gli parli dolcemente e sottovoce perché, anche se non capisce quello che dici, reagirà al suono della tua voce.
B. Lo metti sulla culla e lo dondoli dolcemente finché si addormenta.
C. Lanci un’occhiata al mini-stronzo allo stesso modo in cui si guarda una merda di cane spiaccicata sulla suola delle tue Timberland nuove. Gli dici di chiudere il becco perché tu la sai un sacco più lunga di lui dato che hai appena finito di leggere la terza edizione di “Self Editing For Fiction Writers” di Renni Browne e Dave King. Ma quel testicolino glabro in miniatura non smette manco per il cazzo. Allora dici al nano-Kojak che non sta frignando nel modo corretto perché ha uno stile di rompere i coglioni raccontato, non mostrato. Ma, nonostante le tue motivatissime argomentazioni, il nanerottolo friggi-ovaie non ci dà un taglio. A quel punto non ti resta altro da fare che soffocarlo con un cuscino, spargere un barile di benzina in sala da pranzo e dare fuoco alla casa.

7. C’è un mio amicoche vuole chiederti una roba: perché fatine sì ma zombie e vampiri no?

A. Eh?
B. Eh?
C. Perché non se le scopa nessuno, le fatine. È per solidarietà di specie.

8. La tua bocca si muove in modo irrealistico quando parli? In poche parole: è vero che, con la bocca chiusa, sei alta un metro e cinquantaquattro centimetri ma raggiungi la ragguardevole statura di un metro e novanta con la bocca aperta?

A. No.
B. No.
C. Sì.

9. La tua testa è piena di un sacco di stronzate e informazioni assolutamente fini a se stesse di cui non frega una merda di niente a nessuno?

A. No.
B. No.
C. No e comunque, se sfogli “The Craft Of Fiction” di Percy Lubbock, ci trovi scritto che non c’è arte finché la storia non è in grado di raccontarsi da sola: i particolari concreti (barba bianca, rughe, gobba, bastone) dicono al lettore che lo stronzo che si sta descrivendo è un vecchio di merda, non devi scrivere tu che è vecchio. Per esempio, supponiamo che io voglia descrivere la bocca di tua madre dopo che Peter North le ha ficcato dentro i suoi venti e rotti centimetri di carne, ok? Ho appena mostrato che tua madre è puttana, non l’ho detto. L’ho fatto capire per immagini, ok? Tua madre è una puttana. Tu scrivi di merda ma ti pubblicano perché sei amico di un amico di un amico. È sempre così, è una merda. Stronzo! Sfoglia Sugimori Nobumori, più noto con il nome di Chikamatsu Monzaemon che è stato un famoso drammaturgo giapponese, “lo Shakespeare nipponico”! Il saggio del 1738 Naniwa miyage riporta alcune considerazioni di Monzaemon riguardo la narrativa e il teatro. Per esempio si leg(blahblahblahblah).

10. Ti va di cantare una canzone assieme a me?

A. Ok! Uan, tu, tri… Osteria numero sette(…)
B. Re minore… Hey, teacher! Leave them kids alone!
C. VAFFANCULO!

Risultati:

Prevalentemente “A” – Non sei G@mb€r€tt@.
Prevalentemente “B” – Nemmeno tu.
Prevalentemente “C” – Weeeeheeey! Complimenti! Hai la rilevanza sociale di un pupazzo da ventriloquo, l’umore di una cubomedusa e sei simpatica come un pugno sui coglioni, razza di incommesurabile megera socialmente inadeguata che non sei altro. Ti senti una tale strafica a spargere merda su coloro che invidi, vero? Non hanno talento, scrivono come cagano, cagano come scrivono, sono dei fallimenti come esseri umani ma Mondadori gli pubblica un libro ogni sei mesi lo stesso. HA! Ma è perché sono raccomandati, sissignore! RAC-CO-MAN-DA-TI. Terry Pratchett è noioso, Douglas Adams non fa ridere, J. K. Rowling è una miracolata. Solo G@mb€r€tt@ ha un container di talento ma è incompresa nonché osteggiata dall’editoria mainstream perché dice come stanno le cose. Ridere? Praticamente mi sto pisciando una secchia di Paulaner Premium da solo e fanculo l’Oktober Fest. Ciao.

PS = Tutti qua subito: la ragionatissima recensione dell’opera di G@mb€r€tta ad opera di Kurdt.

Don Caspio (come il mare) contro Ulrike–Season one, episode one.

C’era una volta un prete di nome Caspio (come il mare) che abitava in montagna e aveva una mucca. Siccome nella sua parrocchia non c’erano tanti fedeli, anzi ce n’erano solo due e metà di essi erano pensionati di ottantasette anni e mezzo, lui spendeva quasi tutto il suo tempo ad accudire la mucca. La domenica, infatti, alla funzione non veniva quasi mai un cazzo di nessuno perché la vecchia pensionata faceva fatica a camminare e suo nipote (l’altro fedele) preferiva dedicarsi alla cura dell’osteria che gestiva solo per se stesso (in pratica si versava il vino e lo beveva. Tutto da solo, senza l’aiuto di nessuno) piuttosto che caricarsela in spalla e portarla alla chiesa.

Così Don Caspio (come il mare) accudiva la mucca che, di nome, si chiamava Ulrike. La portava a guinzaglio sul prato dietro la canonica e la osservava mentre pascolava. Di quando in quando le rivolgeva la parola tanto non c’era nessuno attorno ad ascoltare che potesse prenderlo per un coglione che parlava ai bovini.

– “Sai che una volta avevo una morosa che si chiamava come te? Era austriaca e le piaceva andare sulla slitta però parlava italiano solo con un leggero accento che me lo faceva andare in tiro.”, le raccontava, “Così un giorno, per San Valentino, le chiedo cosa vuole come regalo, che ne so… cioccolatini, un braccialetto, fiori, stronzate del genere che piacciono alle femmine ma quella mi guarda negli occhi e fa una slitta!; allora io allargo le braccia e faccio ma te ne ho regalata una l’anno scorso! e lei sì d’accordo ma, se ricordi bene, l’ho prestata al postino che mi aveva chiesto se poteva farci un giro e io, che sono generosa e non dico mai di no a nessuno (non per niente ti permetto di capitarmi tra le gambe), gli ho detto ok e quello si è schiantato contro un pino, è morto con la testa aperta in tre parti e mi ha scassato la slitta. Insomma è andata a finire che ho dovuto regalarle un’altra slitta, lei era contenta di andare in slitta. Però io a un certo punto mi sono rotto i coglioni di questa storia che voleva sempre lanciarsi a tutta giù per la discesa quando nevicava così ho detto fanculo!, l’ho scaricata, sono diventato prete e mi sono comprato una mucca e quella sei tu, pensa un po’.”

La mucca continuava a brucare guardando Don Caspio (come il mare) mentre quello parlava a vanvera. Masticava l’erba pigramente e lo osservava come se volesse dire “pensa che coglione ‘sto imbecille vestito da pinguino: non può fare la predica perché non se lo caga nessuno così parla con una mucca di nome Ulrike.”, solo che non poteva dire un cazzo perché i bovini non parlano. Insomma, siccome le mucche non possono manifestare a parole il proprio disappunto nei confronti dei preti logorroici che rompono loro la coglia, Ulrike decise che fosse il caso di allontanarsi di qualche metro per continuare a nutrirsi senza sentire la voce cantilenante di Don Caspio (come il mare) che le raccontava di quella volta che l’aveva comprata perché la sua fidanzata preferiva la slitta al suo cazzo per l’ennesima volta.

– “Dove te ne vai, Ulrike?”, disse Don Caspio (come il mare) vedendola sgambettare lontano da lui. Si alzò, allarmato, dal tronco d’albero su cui si era accomodato e la inseguì lungo il leggero pendio. “Fermati, non allontanarti troppo… più in là c’è una strada… ok, è poco trafficata e tutto il resto ma metti che, per caso, passa un TIR perché il camionista ha spaccato il GPS e crede che quella sia una scorciatoia per Bollate di Baranzate… insomma… nessuno vuole ritrovarsi una mucca nel radiatore dello Scania, dico bene? Ulrike, torna qui!”

Ma il bovino ne aveva fin sopra le corna delle storie assolutamente fini a se stesse di Don Caspio (come il mare); voleva solo brucare per i cazzi suoi scacciando le mosche con la coda senza ascoltare di quella volta che blablablablabla e blablablablabla così non prestò alcuna attenzione ai richiami del suo padrone e trotterellò lontano da lui.

Dopo quasi un’ora di inseguimento, Don Caspio (come il mare), si ruppe a sua volta nei coglioni e decise che fosse il caso di giocare d’astuzia. Dopotutto l’homo sapiens era più intelligente di qualsiasi bovino sulla faccia del pianeta, giusto? Così girò sui tacchi e s’incamminò in direzione della macchia che cresceva rigogliosa dall’altra parte della collina. Pensava di cogliere Ulrike di sorpresa, afferrarla per il collare, rimetterle il guinzaglio e riportarla nella stalla che aveva ricavato, senza che il vescovo sapesse nulla, dalla sala da pranzo al piano terra della canonica.

Dopo aver camminato tra gli alberi per una ventina di minuti, scorse la pelliccia maculata di Ulrike che pascolava allegramente dietro l’angolo.

– “Ah-ha!”, esclamò Don Caspio (come il mare) con un filo di voce, quindi si mise in posizione di punta come un setter irlandese e, resosi conto che Ulrike era del tutto ignara della sua presenza, fece un poderoso balzo in avanti, afferrandone il collare con entrambe le mani.

Il bovino, da parte sua, pareva essersi completamente scordato il motivo per cui era fuggito dal prete e non oppose alcuna resistenza continuando a masticare erba e scoccando un’occhiata distratta al religioso. Don Caspio (come il mare) estrasse da una tasca segreta della tonaca il guinzaglio e lo assicurò al gancio sul collare placcato argento tempestato di zirconi che aveva comprato su ebay da uno di Codroipo (PN) per quindici euro e sessantatré centesimi (razza di stronzo, aveva voluto anche quelli!).

– “Sei scappata senza alcuna ragione, birichina! Hai fatto proprio come quella volta che il figlio della nipote del cugino del vicino di casa della nonna di mia zia aveva spremuto un lim…”

Ulrike, sentendo nuovamente la voce salmodiante di Don Caspio (come il mare), esclamò stizzita “MUUUUUUUUUUUUUU!” e, con un poderoso colpo di reni, diede uno strattone all’indietro cercando di liberarsi del guinzaglio ma il prete non lasciò la presa e, quando l’animale si mise a correre scendendo a tutta velocità lungo il dolce crinale della collina, puntò i piedi sul terreno ma, dopo appena qualche metro, si ritrovò sull’erba prono, trascinato e rimbalzante su ogni asperità del terreno.

– “Fermati! Razza di stupida vacca imbecille! Fermati, ho detto! Ti ho pagata un fracco di soldi! Ti ho concesso anche l’uso promiscuo della sala da pranzo della canonica! Inutile giovenca ingrata! Stronza! Bastarda! Non mi ascolti, eh? Ricordati della parabola del figliol prodigo! Io non sono un coglione come il padre di quel delinquente! Nossignore! E non porgo nemmeno l’altra guancia! Quando tornerai da me, ti faccio conoscere il mio amico Alvaro che fa il macellaio giù in paese! Hai capito? Fermati, brutta cicciona di merda! Altrimenti ti ritrovi braciola in men che non si dica!”, il tutto rimbalzando sull’erba con la tonaca che svolazzava alle sue spalle. Infine lasciò andare la presa e si rialzò faticosamente da terra osservando Ulrike che sgambettava qualche centinaio di metri più avanti non intenzionata a fermarsi.

(Fine della prima puntata)

Follia

Il 2011, tenendo conto di quanto sta accadendo ultimamente, sembra essere l’anno della follia e del surrealismo.

Cioè: qua sta succedendo di tutto e, a ripensarci, vien da ridere perché certi episodi solitamente sono relegati all’interno di una raccolta di racconti scritti da qualche autore che predilige il weird.

L’ultimo florilegio di stronzate risale a Venerdì scorso e, fanculo!, ogni volta che ascolto storie del genere, devo assicurarmi di non avere gente davanti a me altrimenti va a finire che gli sputo addosso dal ridere (che è esattamente quello che ho fatto sabato pomeriggio quando mi hanno riferito gli accadimenti della sera precedente).

In pratica due che conosco da un po’ di tempo decidono di fare seratona in un locale dove, nel finesettimana, si tengono meno che mediocri concerti dal vivo e chi frequenta non ha idea di cosa sia il congiuntivo. Proprio il genere di luogo che sono solito frequentare anche io, insomma.

Giunti sul posto, uno dei due dà un’occhiata alla barista, soppesandone le grazie con grande attenzione, e decide che è il caso di provarci perché tanto si vive una sola volta ed è meglio non pentirsi delle rinunce che si sono fatte nel corso della propria esistenza quando ormai è troppo tardi. Così guarda il suo amico e gli fa “Hey, senti qua: alle 23:30 precise, vado da quella e me la trombo.” e l’altro (già pieno di birra e cose nere) “Vai, vecchio! Così si fa! Rifalle le pareti dell’utero col cazzo. E anche quelle dell’intestino.”

Nel frattempo si ingollano un altro paio di secchie di varie sostanze alcoliche in modo da entrare ancora di più in sintonia con lo spirito del luogo e del momento.

Sul palco si alternano gruppi hard-core locali uno peggio dell’altro.

Rapida occhiata all’orologio, segna le 23:15, “Bon, anche se non è l’ora giusta, non me ne frega un cazzo. Adesso vado dalla barista e ci provo!”; si alza, si accorge che, nonostante tutto, non ha ancora perduto l’equilibrio ed è addirittura in grado di camminare. Raggiunge il banco del bar e osserva con grande raccoglimento le grazie della barista. Figa, è figa. Molto figa.

– “Hey, ciao!”
– “Cosa prendi?”
– “Bu, non so. Una cosa nera.”
– “Una cosa nera. Tre euro, grazie.”
– “Senti a che ora chiude il locale?”
– “Certe volte, nel finesettimana se ci sono concerti e c’è tanta gente, chiudiamo anche alle quattro del mattino.”
– “Ah, ok allora. Senti, vieni a bere una roba con me quando stacchi?”
– “No.”
– “Ok, ciao.”

Torna dal suo amico con la cosa nera. L’altro lo guarda e gli dice qualcosa riguardo il bicchiere mezzo pieno che è ancora sul tavolo. Così ingolla il liquore alla liquirizia e riprende in mano la birra di prima. Poi spiega che la vita è una merda e che le tipe fighe sono tutte un lurido branco di stronze puttane, soprattutto se fanno le bariste in una dannatissima bettola di merda dove la musica fa schifo al cazzo e non si riesce nemmeno a parlare senza urlare. Ultimo sorso, rutto. Aggiunge che esce un attimo a prendere una boccata d’aria perché dentro è troppo caldo e c’è aria viziata; in più, sottolinea, gli stronzi sul palco fanno davvero cagare mattoni e sacchi di calcestruzzo.

Si alza e, facendo zig-zag tra la gente in modo piuttosto goffo, esce all’aperto. Si appoggia al cofano di una macchina.

– “Pssst… hey…”

Si gira da una parte e dall’altra ma non vede un cazzo di nessuno.

– “Pssst… sono qui…”

Solleva lo sguardo e vede una tipa sul terrazzo del condominio poco distante che gli fa gesti con la mano.

Capelli neri lisci sulle spalle, niente male, hey! Si guarda alle spalle per assicurarsi che quella del terrazzo non stia cercando di comunicare con qualche altro bastardo ma non vede nessuno nelle vicinanze. Ancora non del tutto certo di quanto sta accadendo, rivolge gli occhi in direzione del condominio e, col dito della mano destra, indica se stesso come per chiedere “Io?”

– “Sì, vieni qua.”

Accento sicuramente non della zona. Potrebbe venire dall’Europa dell’est o dal Sud America, cazzo ne sa lui? Quello che conta è che vuole dirgli qualcosa e, a guardarla dal basso verso l’alto, pare che non sia proprio niente malaccio. Così si incammina e arriva giusto sotto il suo terrazzo, al secondo piano del condominio.

– “Ciao.”
– “Ciao… ho bisogno di compagnia, bello!”
– “Cos’è? Uno scherzo del cazzo?”
– “Hihihihihihihi, no. Ho davvero bisogno di compagnia.”
– “Ah, ok. Che compagnia?”
– “Dai, non fare il scemo! Vuoi venire su o no?”
– “Non faccio il scemo, tranqua. Per dove si sale?”
– “Adesso me apre te portone, secondo piano.”
– “Ok, aspetta ‘n attimino che mando un sms al mio amico.”

Testo dell’sms: “Oh brutta merda, guarda ke sono in appartamento da una tipa ke vuole scopare. Se nn rispondo è xkè ho spento il cel”

Sale le scale e arriva al secondo piano. Porta aperta. “Wow, figata totale!”, pensa, “Pareva che la serata fosse una merda e alla fine invece scopo! E non ho nemmeno dovuto fare tanta fatica e inventarmi stronzate. Grandissimo…”

La tipa apre la porta e, solo allora, guardando da vicino, si accorge che non si tratta di Helena Gimenez Bella Figheira Di Bahia, bensì di Fernando Do Nascimiento di Belo Horizonte, trans che ha abbondantemente passato la quarantina. Con un accenno di barba sul mento.

– “Ah diocan di un diocan… no guarda, dio veramente can, scusa ma sono ubriaco e non mi ero accorto che eri un trans. Ma dio can… ma pensa te. Cioè, non è che ce l’ho con i trans e tutto quanto. Anzi! Per me potete fare quello che volete, tanto non fate mica male a nessuno. È solo che a me piacciono le femmine e non è cambio le abitudini così, da un momento all’altro, ok?”
– “Ma dai, guarda che non sai cosa ti perdi! Ti faccio un bel pompino! Non è mica male, sai? La bocca è uguale a quella di una ragassa. Le ragasse non fanno mica i pompini che faccio io!”
– “No, guarda, sul serio. Come se avessi accettato, fai conto che abbia accettato davvero e che mi hai fatto il pompino uguale anche se non me l’hai fatto. Maccheccazzo dico? Bu, non so.”
– “Ok, dai… se vuoi c’è una mia amica di là, vuoi che te la faccio conoscere?”
– “Un’amica o uno che sembra un’amica ma, in realtà, è un amico vestito strano?”
– “No, ela è un’amica. SONIAAAAA!”

Si spalanca una porta e, da essa, esce Sonia. Un metro e quaranta centimetri scarsi, ottanta chili, settima di seno, un neo gigantesco sulla guancia, capelli neri arruffati che non vengono pettinati da almeno ventisette ore. Tuta adidas blu. Ciabatte. Calzini da tennis. Canottiera da muratore. Bianca.

– “Ciao belo ragazzo con capelli lunghi.”
– “Ciao… senti posso mica andare in bagno? Cioè, non è una battuta, è solo che se non piscio muoio.”
– “Se vuoi ti faccio un bel pompino. Quanti soldi hai?”
– “No, guarda. Io devo andare in bagno, mi scappa.”
– “Quanti soldi hai?”
– “Eh, ho fatto seratona. Mi sa che mi son rimasti venti euro.”
– “Con venti euro ti faccio un bel pompino. Ma non scopare perché, per scopare, ci vuole cinquanta euro che se la gente sa che faccio lo sconto a te, poi lo vogliono tutti e io devo mandare soldi a famiglia in Brasile.”
– “Devo anche pagare? Ma porco dio, ma checcazzo me ne frega a me? Dio can, io devo pisciare e basta.”
– “Allora vai fuori dalle balle e non tornare a rompere i cohones a me che stavo dormendo, ok?”
– “Ou, dio boia! Guarda che è stato il tuo amico a chiamarmi su perché aveva bisogno di compagnia e io credevo che fosse una femmina.”
– “Vafanculi!”
– “Ok, vafanculi anche a te. Ciao e porcodio!”

Pisciata di due ore nel parcheggio. Rientra nel locale. C’è un altro gruppo che suona. Fanno, se possibile, cagare ancora più incudini di quelli di prima. Trova l’amico che lo aspetta seduto al tavolo con un bicchierino di cosa nera in mano.

– “Ou, dove eri andato?”
– “Ti ho mandato un sms.”
– “Ah, ho lasciato il cellulare in macchina.”
– “Finisci di bere quella roba che poi andiamo via, guido io e facciamo una strada interna così non becchiamo pattuglie.”
– “Ok, *sglop*, finito. Andiamo.”

Montano in macchina assieme. Quello al posto di guida si osserva attentamente le dita delle mani per qualche secondo e decide che dovrebbe essere in grado di tornare a casa senza schiantarsi contro un platano né finire in un fosso ai margini della strada.

Tuttavia, lungo il tragitto, decidono di andare a bere l’ultima roba in un altro locale della zona dove suonano dal vivo ma la qualità delle band è solitamente migliore perché si fanno pagare. Arrivano e, vaccaiddio, c’è il concerto di un gruppo tributo a un cantante italiano che, ora come ora, non mi va nemmeno di nominare perché mi fa incazzare e basta. Bestemmiano entrambi, si siedeono e ordinano due cose nere. Bevono.

Si materializza un conoscente di uno dei due che è rinomatamente più comunista di Lenin e Fidel Castro messi assieme.

Dialogo.

– “Ou, ti ho visto che parlavi con xyz l’altro giorno. Ma che razza di gente conosci?”
– “Sì è mio amico, perché?”
– “Perché…”, il tipo è ubriachissimo, ubriachezza e comunismo militante sono due ingredienti assolutamente esplosivi, “…perché quello è un fascista e io non posso essere amico di uno che è amico di un fascista.”
– “Ma dio can…”, interviene l’altro che non ha guidato.
– “Ma dio can cosa?”
– “Dio can, è venerdì sera, dio can. Devo ascoltare ‘ste stronzate anche quando sono ubriaco perso? Dio boia!”
– “Ou, non sarai mica fascista?”
– “Sì, porco dio! Sto bevendo una cosa nera perché la liquirizia è nera, dio can! VIVA Il DUCE! PORCO DIO!” (NB: in realtà non gliene frega una merda della politica, sta solo rompendo i coglioni perché, da ubriaco, diventa molestissimo.)
– “Ah sì? Bon, allora ti spacco la testa. Dio can! Solo perché sono comunista non è che sono uno che si caga addosso. Dio boia! Non è vero che i comunisti le prendono sempre. A me piace fare a botte! E non ti ho già tirato un pugno in faccia solo perché hai gli occhiali!”
– “Bon, ecco. Mi sono cavato gli occhiali! E adesso? Porco dio!”
– “Andiamo fuori così ti spacco la merda!”

Escono incazzati; l’altro, quello del trans, li segue dicendogli di lasciare perdere, che è il finesettimana e lui si voleva solo divertire senza ‘ste cazzate del comufascismo, quello che cazz’è.

All’esterno il comunista e il finto fascista (quello che diventa molestissimo quando è ubriaco), sono già in posizione da boxe che tirano ganci all’aria perché nessuno dei due ha coraggio di prendere l’iniziativa per primo.

Quello del trans afferra l’amico per la vita e cerca di trascinarlo via. E, proprio in quel preciso istante, l’eroe della rivoluzione trova le motivazioni giuste e decide che è il momento perfetto per tirare un cartone al nemico della rivoluzione.

Lo manca clamorosamente.

Il pugno, seguendo una traiettoria che è tutto un programma, oltrepassa la spalla sinistra del finto-fascista e finisce nella faccia di quello del trans che stava cercando di far scoppiare la pace tra i due.

Quello del trans: “AHIA, DIO BOIA!”
Comunista: “Uh, scusa, dio can… non volevo prenderti in faccia, io volevo dare un cartone al tuo amico fascio…”
Quello del trans, tenendosi la faccia: “DIO BOIA!!!”
Finto-fascista molestissimo: “AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHA! Porco dio, che ridere!”

Fine della serata.

Adesso non sto qua a raccontare cos’è successo nei giorni precedenti a questo accadimento, tuttavia il 2011 si sta configurando come l’anno della bollitura totale. Ne stanno succedendo troppe e di tutti i colori. Sul serio.

Ok, vado a distruggermi in palestra.

Sono sempre più grosso.

Siamo tutti melissipì.

NB: Riferimenti a luoghi, persone e quant’altro è del tutto casuale. La gente descritta nelle righe seguenti NON ESISTE se non nella mia fantasia, ok?

Rosmunda, dopo aver bevuto dal teschio di suo padre, si coricò sull’amaca in giardino e lasciò che i suoi pensieri vagassero liberamente. Si portò lo spinellone alle labbra e l’accese mentre l’aroma indistinto di nero si impossessava dei suoi polmoni e delle terminazioni nervose che, inconsapevolmente, terminavano sulla sua fica.

Si trastullò al pensiero di Marco, il vicino sessantenne che aveva colto qualche giorno prima con gli occhi piantati sulle sue tette. Rosmunda (sempre dopo aver bevuto dal teschio di suo padre) l’aveva guardato per fagli capire che si era accorta della direzione che avevano preso le sue sessantenni pupille ma quello, fregandosene bellamente, aveva sorriso e non aveva distolto lo sguardo dai capezzoli che si intravedevano sotto il sottile layer di cotone del suo top bianco.

Cosa frullava in testa a quel porco? Pareva proprio che la differenza d’età che c’era tra loro fosse un problema che non lo riguardasse nemmeno lontanamente.

– “Sono tutti uguali,” pensò tirando un’altra boccata di fumo, “non importa quanti anni hanno, se sono sposati o divorziati. Gli uomini pensano solo a capitarti tra le cosce!”

La mano sinistra di Rosmunda (dopo aver bevuto sul teschio di suo padre) si accoccolò lascivamente sul seno e le sue dita presero a muoversi sulla superficie del tessuto che la fasciava. Nonostante il reggiseno e la camicetta che indossava, la pressione delle sue dita le solleticava le areole in modo delizioso. Probabilmente era tutta colpa dello spinellone che si stava fumando, il bastardo le aveva fatto acuire i sensi. Fattosta che cominciò ad avere alluncinazioni di cazzi volanti che le si insinuavano tra i glutei fino al più profondo del colon.

Uno dei cazzi le parlò.

Cazzo volante #1 – “Ciao Rosmunda (dopo aver bevuto dal teschio di suo padre), che ne diresti se cenassimo… e se magari, prima di cenare, andassimo al multisala di Fiume Veneto (PN) a vedere un filmetto tipo Inception… e, nel frattempo, io infilassi il mio glandaccio circonciso alla grandissima nel tuo culetto stretto? Daidaidaidaidai, sono durissimo!”
Rosmunda (dopo aver bevuto dal teschio di suo padre) – “Per chi mi hai presa? Non lo sai che io mi congiungo carnalmente solo con intellettuali finissimi e squattrinati che mi conquistano attraverso elaboratissimi voli pindarici che, a pensarci bene, non vogliono dire una bella merda di niente ma fanno la loro porca figura?”
Cazzo volante #2 – “Lascia perdere ‘sta stronza e poi i cazzi non parlano. La cogliona è strafatta e ti ha preso per un cazzo volante quando, nella realtà dei fatti, sei solo Ciano Manubrio, quello bravo a riparare le caldaie.”
Cazzo volante #1 – “Ah sì, giusto… facevo un po’ di scena. E tu chi saresti?”
Cazzo volante #2 – “L’amministratore e, già che ci siamo, signorina Rosmunda (dopo aver bevuto dal teschio di suo padre), volevo farle sapere che, anche se sembro un cazzo volante perché lei si sta fumando l’impossibile, domani sera alle diciannove spaccate c’è una riunione condominiale per discutere della sbiancatura degli esterni più varie ed eventuali.”
Rosmunda (dopo aver bevuto dal teschio di suo padre) – “Ma voi siete solo due cazzi volanti e io, anche se sono strafatta di punte rosse, ho già capito che, con la scusa della riunione condominiale, volete fare una gangbang e un festival del bukkake. E poi, scusate, ma voi non avete mica sessant’anni e non mi guardate le tette come il signor Marco Carlomagno del quinto piano.”

Rosmunda (dopo aver bevuto dal teschio di suo padre) afferrò il Nokia n73 e fece uno squillo al primo numero della rubrica. Quindi premette il tasto rosso di fine chiamata prima che rispondessero e s’infilò, papale-papale, il cellulare nella fregna vibrante.

Il titolare del contratto mobile del primo numero della rubrica del Nokia n73 di Rosmunda (dopo aver bevuto sul techio di suo padre) era un giovane di nome Francesco e di cognome Sbombatomicafatti, per gli amici “Ciccio Bonfatti” (nomi e altre stronzate non hanno alcun legame con la realtà, ok? Non conosco nessun Bonfatti e se qualche Bonfatti si riconoscesse in questo racconto, sono solo cazzi suoi tanto io non so chi è. Rompete poco i coglioni, grazie), un giovane studente di scienze della comunicazione dedito all’onanismo più sfrenato almeno tre volte al dì.

Ciccio aveva conosciuto Rosmunda (dopo aver bevuto sul teschio di suo padre) in chat, le aveva copia-incollato una pagina di wikipedia che parlava di strutturalismo diacronico e avevano fatto cybersesso. La fanciulla era rimasta talmente tanto impressionata dall’eloquio forbito di Bonfatti (con tanto di note a piè pagina) che gli aveva lasciato il numero di cellulare dicendogli di chiamarla perché le parlasse del neocontrattualismo di John Rawls al telefono mentre lei si piantava un cetriolo in culo e una zucchina in figa venendo come un geyser.

Tutti particolari di cui non frega un cazzo a nessuno. Come andò a finire? Bu non so. Ciao.

Anzi no. Ciccio richiama Rosmunda che ha il cellulare in figa ma le vibrazioni non la fanno venire perché non bastano, ha. Tecnologia di merda. Ecco come va a finire.

Frizzantini, MILF & figure di merda

A me, della montagna, degli stambecchi, dei camosci, delle arrampicate e di tutte quelle robe là, frega tanto quanto il processo di riproduzione dell’ornitorinco (che, per quanti non lo sapessero, è l’unico animale che, pur essendo mammifero, caga uova) tuttavia mio cugggggino è un grande appassionato di Alpi, è perfino iscritto al C.A.I., ogni domenica parte assieme ai suoi amici e va a farsi i suoi sette-ottocento metri di dislivello su per qualche crinale per arrivare in cima a un sasso, guardare in basso e proclamare “Vi piscio in testa, merde!”.

Sono stato a camminare con lui un paio di volte (1) e, d’accordo, una volta giunti in cima, il panorama è ok e tutto quanto ma, in tutta franchezza, alzarsi alle sei del mattino per arrivare ai piedi del monte e camminare cinque ore su un sentiero largo sì e no trenta centimetri proprio non fa per me. Preferisco spaccarmi le braccia fraccando in palestra tre volte la settimana e imbufalirmi osservando i culi delle sbarbe che fanno step.

Fattosta che mio cuggggino ha scritto l’introduzione a un libro di un celebre alpinista bellunese che ha deciso di condividere le proprie memorie di arrampicatore con quanti fossero interessati a leggerle.

Il libro, di per sé, pare che non sia niente malaccio. Io ne ho avuta una copia gratuita e, dato che c’è di mezzo la famiglia e che il mio parente ha dovuto mettere mano a un manoscritto di circa centocinquanta cartelle, correggerne la forma, la sintassi, la consecutio e riscrivere tutto con word, credo che non potrò far altro che leggerlo a mia volta. Voglio dire: le foto all’interno sono spettacolari e l’introduzione (quella l’ho già letta) è onestamente ben scritta.  Qui però non si fa pubblicità alla famiglia quindi evito di citare titolo, autori e casa editrice.

Insomma ieri pomeriggio sono montato in macchina e sono andato a Belluno per la presentazione del tomo. Ero assieme a un altro mio cugino (io pullulo di cugini, hey!) e, quando siamo giunti in città, la nostra prima preoccupazione, essendo in anticipo di circa una ventina di minuti, è stata la ricerca di una bettola appropriata dove poterci sedere per ingollare un disgorgante.

Colpo di culo: proprio all’interno del circolo culturale ove si teneva la manifestazione letteraria, c’è un’osteria. Così, dato che, come ho già detto, mancava un po’ di tempo prima che il coso, lì, il dibattito sulla montagna iniziasse, ci siamo seduti e abbiamo ordinato un paio di bicchieri.

Ok, so già che qualche bastardo là fuori ha già capito come va a finire, il fatto è che tra un’ora e mezza vado in piscina a cercare di smaltire le tossine di ieri, ho un leggero cerchio alla testa e devo far passare il tempo in qualche modo. In pratica: stamattina non ho niente di meglio da fare perciò me la meno un po’ con il raconto di un pomeriggio a base di prosecco e MILF, ha!

Dicevo: ci siamo seduti ad aspettare e ci hanno portato i primi due prosecchi con crostini allegati. Scaraventa giù, vecchio.

Dialogo:

Io: “Ohu, buono!”
Mio cugino (non quello del libro): “Si fa bere che è una meraviglia.”
Io: “Vado a ordinare un altro giro.”

Detto-fatto, in dieci-quindici minuti ci siamo fatti fuori quattro frizzantini pro-capite. Al termine del quarto, è arrivato il parentame.

Io: “Hey, ciao zio! Bevi un prosecchino?”
Mio zio: “Ma sì, dai.”
Io: “Aspetta qua, offro io.”
Mio cugino (non quello del libro): “Ma toccherebbe a me.”
Io, già in piedi: “Bon-bon, dopo.”

Altro giro di frizzantini ma, a metà bicchiere, è iniziato il gran varietà alpinistico-letterario. Così ci siamo alzati in piedi, con le gambe letteralmente segate in due, e abbiamo fatto del nostro meglio per entrare nella saletta (un ambiente davvero minuscolo che conteneva una cinquantina di persone) del centro culturale.

A raccontarla giusta, non è che abbia capito un granché di quello che dicevano mio cugggggino e il celebre alpinista. Per carità, qualche parola mi è arrivata, ok? Ho sentito “farra”, “bivacco”, “caccia”…. errr… ah, sì, hanno anche detto “roccia”, “chiodi”, “rifugio” e “arrampicate”, no?

Se uno unisce tutte queste parole e ci mette in mezzo qualche predicato verbale, dovrebbe scaturirne qualcosa di sensato che ha a che fare con l’alpinismo. Per quanto mi riguarda, in questo momento non sono in grado di disporre i frammenti nel posto giusto ma sono certo che chi legge sia un sacco intelligente (molto più di me, dico) e che, conseguentemente, riesca a fare il bastardo lavoro per conto suo senza che mi rompa i coglioni io con il mal di testa e tutto. Voglio dire: non c’era nemmeno una merda di sedia libera, in pratica mi sono sorbito queste sfumature di discorso montano appoggiato a una colonna con le orecchie che mi fischiavano. In più faceva un caldo porco così, dopo appunto una mezz’oretta, l’altro mio cugino mi ha preso per il gomito e mi ha ri-trascinato nella zona “ristoro”.

Altro giro di prosecchi, glugluglù, buoni diocane, hey! Crostino? Ma sì, dai che assorbe. Crostino, oste! Anzi no, il contrario: oste, crostino. Dio boia… oh, quanta gente c’è? Non potevano fare ‘sta roba in una stanza più grande?

Voce fuori-campo: “Hanno organizzato al centro culturale Bunonmiricordo perché il fondatore, che è scomparso qualche anno fa, era un grande amico dell’alpinista autore quindi è stata una sorta di scelta obbligata.”

Mi sono girato e ho ringraziato per l’informazione con il vapore alcolico che mi usciva dalle unghie. Letteralmente. Non so nemmeno chi ho ringraziato né so di preciso se la voce appartenesse a un essere di sesso maschile o femminile. Non so proprio un cazzo, ok? Però, subito dopo, ci siamo accorti che, dall’osteria, si poteva accedere direttamente alla stanza della presentazione e che, attraverso tale passaggio, si poteva osservare, di profilo, il tavolo con l’alpinista celebre e mio cuggggino che parlavano di montagna e arrampicare, lì, quelle robe là.

Lungo questo passaggio avevano sistemato anche una scultura di un artista contemporaneo bellunese in marmo nero. Sembrava una negra col culo per aria e le tette sulla schiena. All’inizio pensavo che fosse il corrimano ma poi mi sono accorto che era una roba di arte, lì quello che è, perché ce n’era una sola dalla parte sinistra (diagrammi di flusso lentissimi). Così mi sono piegato in avanti per leggere la targhetta. La scultura si intitolava “stress” (questo me lo ricordo benissimo). “Stress…”, ho blaterato a voce alta. Quindi ho nuovamente rivolto lo sguardo all’interno della saletta col dibattito in corso.

“La montagna è una roba che non è spettacolare perché bisogna cogliere i piccoli particolari… tipo, una volta, ho visto una salamandra che lottava con un verme e il verme che, all’inizio era lungo quattro centimetri, si è allungato ed è diventato di dieci centimetri… blablablabla… la natura ha bisogno di pazienza…”

Ho voltato la testa dall’altra parte per cercare l’altro mio cugino (quello che ha fatto il viaggio con me) ma l’occhio mi è caduto su questa figaccia bionda sui trentasei anni (2) o giù di lì, alta un metro e settanta, con i jeans stretti, una camicia da spaccalegna e le scarpe da arrampicatrice.

“Diocan!”, ho pensato, “Ma che culo di acciaio ha?”

Ho girato la testa un altro po’ per non farmi sgamare dalla MILF bionda da competizione con pedigree vestita da Fogar e ho incrociato lo sguardo con mio cugino che, con gli occhi, mi ha comunicato il seguente messaggio: “Hai visto anche tu, Dio bullo?”

E io, sempre con gli occhi, “Vaccaiddio, culo di ghisa! Ventre di rovere!”

E mio cugino, sempre con gli occhi, “Se quella ti ingloba l’uccello tra quelle cosce toniche, ti scardina il cazzo in due secondi, Madonna puzzola!”

“Dio scemo, mi taglio la cappella!”

Insomma, passano altri cinque minuti (so che continuo a saltare dal passato prossimo all’indicativo presente, rompete poco i coglioni) e compare un’altra giovenca sui trentasei-quarant’anni (3). Bionda, con la gonna al ginocchio e scarpe azzurre a punta con i tacchi.

Mio cugino (non quello del libro): “Mi ricorda Gloria Guida, quella.”
Io: “Dio tornio, ci iscriviamo al C.A.I. anche noi?”
Mio cugino (non quello del libro): “Fattissima.”

“Quella volta che abbiamo scalato la vetta del Campanile, abbiamo scelto la via di ovest perché era Marzo e la via che si fa di solito, la più facile, non era sicura perché c’era troppo ghiaccio friabile… blablablablablabla… corde… blablablabla… camosci… selvaggina scappa a valle… blablablablabla… i cacciatori lo sanno… blablablabla… ramponi… gola… ingoio… tua madre… pompini… sborra… capelli… blablablabla…”

Io: “Cos’è che ha detto? Dio uccello, la figa è pazzesca!”
Mio cugino (non quello del libro): “Il Campanile, lì, che l’hanno scalato. La figa è terribile…”

Due ore di diapositive di montagne, discorsoni su camosci e caprioli, la gente ha applaudito improvvisamente e se ne sono sfanculati tutti via dopo essersi fatti autografare la loro copia del libro. Uno sbarbo ha preso il microfono e ha fatto sapere a tutti che, all’esterno, c’era una degustazione gratuita di prodotti locali.

Usciamo e vediamo questo chioschetto con un’altra figa a norma ISO 9001 (venti-ventidue anni) dietro il tavolino che distribuisce crepes con la marmellata ai frutti di bosco e roba del genere.

Dialogo mentre ci avviciniamo camminando piano… storti come la cavallina storna.

Io: “Andiamo a mangiare una stronzata? È gratis, assorbe il frizzantino.”
Mio cugino (non quello del libro): “Hai visto la figa?”
Io: “Sissì, porco dio, che figa la figa!”
Figa dietro il tavolino: “Cosa vuole assaggiare, signora?”
Mio cugino (non quello del libro): “Dio can, saprei io cosa assaggerei lì…”
Io: “Io le mangerei il culo. Ci metto la marmellata attorno e poi lecco tutto… leclecleclelec… hmmm… che bontà!”
Mio cugino (non quello del libro): “Non va mica un cazzo bene…”
Io: “Hai ragione.”
Mio cugino (non quello del libro): “Però è davvero figa… dio formica.”
Io: “HARHARHARHAR, ti ha sentito!”
Mio cugino (non quello del libro): “No, dai…”

Bon, basta così. Adesso mi attacco a facebook e gioco un po’ a Pirates Ahoy. Tanto qua va sempre a finire allo stesso modo: ubriachi spaccati e figure di merda.

(1) – Una volta mi sono letteralmente cagato addosso perché non mi ha detto che c’era un passaggio di ferrata con lo strapiombo alle spalle. Saranno stati sì e no una ventina di metri, poi riprendeva il sentiero, però il bastardo non me l’ha detto così, a ogni centimetro, lanciavo bestemmie ricercatissime che facevano eco sulle pareti rocciose. Da quella volta, ho detto “mai più.”

(2) – Mi sono informato a dovere. La figaccia in questione ha quarantaquattro anni, ha già cagato un moccioso che fa la terza media ed è la figlia dell’alpinista celebre che ha scritto il libro. Che figa…

(3) – Mi sono informato, altra figlia dell’alpinista. Però non so quanti anni ha né se abbia cagato mocciosi.

Life-changing moments

C’era una volta un dittatore libico di nome Gheddafi che aveva deciso di fare un viaggio in Italia come l’anno prima per incontrare un pacco di figa e dirgli che era il caso di cambiare religione perché, in tal modo, avrebbero visto la luce e tutto il resto.

Quando una delle fighe – una sveglia – chiese al dittatore libico se, una volta morta, per lei, ad attenderla in paradiso, ci sarebbe stato uno stormo – del tipo “a perdita d’occhio” – formato da innumerevoli cazzi vergini che facevano la fila per penetrarla; talmente tanti peni che, terminato il lavoro di raschiamento, l’avrebbero fatta sembrare un porcospino sodomita, Gheddafi si guardò le caviglie e fece finta che l’interprete (appositamente assunto con contratto Co-Co-Pro) fosse un cazzone incapace di tradurre il quesito della fanciulla.

Pertanto la risposta, citando Bob Dylan, rimase sospesa nel vento.

Un’altra figa lì vicino diede di gomito alla vicina: “Hey, mi sa che questa religione da testa di asciugamano a cui dovremmo convertirci è unbidone colossale. Gli uomini si beccano vergini a strafottere e noi invece?”

E l’amica: “Tu sei la vergine, cogliona! Fai finta di niente, io sono venuta solo per mangiare caviale e bere champagne. Magari lo stronzo mi fa conoscere uno dei suoi figli e il bastardo desertico mi regala una Lambo se gli faccio uno sboccaponcio come Allah comanda.”

Ma l’altra: “Non sono più vergine da quando ho sedici anni. Lo stronzo di Tripoli sta cercando di piantarcelo in culo in punta di fioretto.”

Nel frattempo, fuori, si era radunato un capannello di gente che protestava perché Gheddafi era un dittatore con le mani coperte di sangue che ammazzava gli immigrati subsahariani che volevano scappare in Italia solo perché Berlusconi gli aveva promesso un’autostrada.

In poche parole: era tutta un’indignazione generale.

Fighe che rifiutavano di convertirsi perché non c’erano cazzi vergini per loro in paradiso.

Altre fighe che facevano finta che non valesse davvero la pena prendersela così tanto perché, alla fine della giornata, un cazzo era sempre un cazzo.

Il popolo del PD che protestava perché Berlusconi incontrava il dittatore libico.

Insomma alla fine…

Andate a lavorare in miniera.

(LINK)Di torba. In Irlanda. Avanti, marsch. Spalare-spalare-spalare-picconare-picconare-picconare-carriolare-carriolare-carriolare(FINE LINK).

Vorrei aggiungere una cosa dato che mi è appena capitato di consultare il sito di uno dei maggiori quotidiani italiani e trovarvi una notizia che mi ha lasciato con l’animo a terra. Lo scroto mi è cascato. Letteralmente.

Cos’è successo? Quello che non doveva succedere, gente.

Vacca di una merda!, di tutte le disgrazie che potevano capitare a questo malridotto paese sull’orlo del default, la peggiore di tutte si è abbattuta sui nostri colli e, francamente, nonostante la manovra economica da ventiquattro miliardi di euri che Tremonti ha esposto oggi alle Regioni facendole incazzare come bisce, qua c’è davvero da non scherzare mica un cazzo perché si va davvero a finire con le chiappe a terra quando l’opinione di gente che davvero conta si fa sentire e ci fa a brani internazionalmente.

La benza che costa troppo? Stronzate.

L’euro che crolla? Stronzate.

La disoccupazione giovanile? Stronzate.

Il disavanzo deficit/PIL? Una scoreggina.

George Soros che scommette contro l’Europa e ci rema contro assieme a tutta la finanza stars & stripes? Una cagatina di acaro.

Bob Geldof e Bono Vox, gente.

Non so se mi spiego: questi non vanno mica presi sotto-gamba un cazzo, nossignore.

Uno ha organizzato due bastardissimi festival per dare da mangiare all’Africa, l’altro era culo & camicia col papa polacco e gli spaccava i coglioni al telefono un giorno sì e uno no prima di incazzarsi all’MTV European Music Awards di Parigi perché i francesi sparavano petardi a Mururoa.

Entrambi hanno sfracellato il cazzo a mezzo mondo perché il debito dei paesi del terzo e quarto mondo venisse annullato. E ci è mancato poco che tirassero dentro anche Sting.

Be’, adesso ce l’hanno con noi perché non abbiamo rispettato gli impegni che avevamo preso per mandare un po’ di grana (che non abbiamo) ai paesi poveri. E vogliono che l’Italia sia cacciata dal G7. A calci in culo.

Siamo nella merda.

PS = Chi glielo spiega, a queste due testine di cetriolo, che la loro protesta non se la cagherà nessuno di orbita di Urano? Chi?