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Don Caspio (come il mare) contro Ulrike–Season one, episode one.

C’era una volta un prete di nome Caspio (come il mare) che abitava in montagna e aveva una mucca. Siccome nella sua parrocchia non c’erano tanti fedeli, anzi ce n’erano solo due e metà di essi erano pensionati di ottantasette anni e mezzo, lui spendeva quasi tutto il suo tempo ad accudire la mucca. La domenica, infatti, alla funzione non veniva quasi mai un cazzo di nessuno perché la vecchia pensionata faceva fatica a camminare e suo nipote (l’altro fedele) preferiva dedicarsi alla cura dell’osteria che gestiva solo per se stesso (in pratica si versava il vino e lo beveva. Tutto da solo, senza l’aiuto di nessuno) piuttosto che caricarsela in spalla e portarla alla chiesa.

Così Don Caspio (come il mare) accudiva la mucca che, di nome, si chiamava Ulrike. La portava a guinzaglio sul prato dietro la canonica e la osservava mentre pascolava. Di quando in quando le rivolgeva la parola tanto non c’era nessuno attorno ad ascoltare che potesse prenderlo per un coglione che parlava ai bovini.

– “Sai che una volta avevo una morosa che si chiamava come te? Era austriaca e le piaceva andare sulla slitta però parlava italiano solo con un leggero accento che me lo faceva andare in tiro.”, le raccontava, “Così un giorno, per San Valentino, le chiedo cosa vuole come regalo, che ne so… cioccolatini, un braccialetto, fiori, stronzate del genere che piacciono alle femmine ma quella mi guarda negli occhi e fa una slitta!; allora io allargo le braccia e faccio ma te ne ho regalata una l’anno scorso! e lei sì d’accordo ma, se ricordi bene, l’ho prestata al postino che mi aveva chiesto se poteva farci un giro e io, che sono generosa e non dico mai di no a nessuno (non per niente ti permetto di capitarmi tra le gambe), gli ho detto ok e quello si è schiantato contro un pino, è morto con la testa aperta in tre parti e mi ha scassato la slitta. Insomma è andata a finire che ho dovuto regalarle un’altra slitta, lei era contenta di andare in slitta. Però io a un certo punto mi sono rotto i coglioni di questa storia che voleva sempre lanciarsi a tutta giù per la discesa quando nevicava così ho detto fanculo!, l’ho scaricata, sono diventato prete e mi sono comprato una mucca e quella sei tu, pensa un po’.”

La mucca continuava a brucare guardando Don Caspio (come il mare) mentre quello parlava a vanvera. Masticava l’erba pigramente e lo osservava come se volesse dire “pensa che coglione ‘sto imbecille vestito da pinguino: non può fare la predica perché non se lo caga nessuno così parla con una mucca di nome Ulrike.”, solo che non poteva dire un cazzo perché i bovini non parlano. Insomma, siccome le mucche non possono manifestare a parole il proprio disappunto nei confronti dei preti logorroici che rompono loro la coglia, Ulrike decise che fosse il caso di allontanarsi di qualche metro per continuare a nutrirsi senza sentire la voce cantilenante di Don Caspio (come il mare) che le raccontava di quella volta che l’aveva comprata perché la sua fidanzata preferiva la slitta al suo cazzo per l’ennesima volta.

– “Dove te ne vai, Ulrike?”, disse Don Caspio (come il mare) vedendola sgambettare lontano da lui. Si alzò, allarmato, dal tronco d’albero su cui si era accomodato e la inseguì lungo il leggero pendio. “Fermati, non allontanarti troppo… più in là c’è una strada… ok, è poco trafficata e tutto il resto ma metti che, per caso, passa un TIR perché il camionista ha spaccato il GPS e crede che quella sia una scorciatoia per Bollate di Baranzate… insomma… nessuno vuole ritrovarsi una mucca nel radiatore dello Scania, dico bene? Ulrike, torna qui!”

Ma il bovino ne aveva fin sopra le corna delle storie assolutamente fini a se stesse di Don Caspio (come il mare); voleva solo brucare per i cazzi suoi scacciando le mosche con la coda senza ascoltare di quella volta che blablablablabla e blablablablabla così non prestò alcuna attenzione ai richiami del suo padrone e trotterellò lontano da lui.

Dopo quasi un’ora di inseguimento, Don Caspio (come il mare), si ruppe a sua volta nei coglioni e decise che fosse il caso di giocare d’astuzia. Dopotutto l’homo sapiens era più intelligente di qualsiasi bovino sulla faccia del pianeta, giusto? Così girò sui tacchi e s’incamminò in direzione della macchia che cresceva rigogliosa dall’altra parte della collina. Pensava di cogliere Ulrike di sorpresa, afferrarla per il collare, rimetterle il guinzaglio e riportarla nella stalla che aveva ricavato, senza che il vescovo sapesse nulla, dalla sala da pranzo al piano terra della canonica.

Dopo aver camminato tra gli alberi per una ventina di minuti, scorse la pelliccia maculata di Ulrike che pascolava allegramente dietro l’angolo.

– “Ah-ha!”, esclamò Don Caspio (come il mare) con un filo di voce, quindi si mise in posizione di punta come un setter irlandese e, resosi conto che Ulrike era del tutto ignara della sua presenza, fece un poderoso balzo in avanti, afferrandone il collare con entrambe le mani.

Il bovino, da parte sua, pareva essersi completamente scordato il motivo per cui era fuggito dal prete e non oppose alcuna resistenza continuando a masticare erba e scoccando un’occhiata distratta al religioso. Don Caspio (come il mare) estrasse da una tasca segreta della tonaca il guinzaglio e lo assicurò al gancio sul collare placcato argento tempestato di zirconi che aveva comprato su ebay da uno di Codroipo (PN) per quindici euro e sessantatré centesimi (razza di stronzo, aveva voluto anche quelli!).

– “Sei scappata senza alcuna ragione, birichina! Hai fatto proprio come quella volta che il figlio della nipote del cugino del vicino di casa della nonna di mia zia aveva spremuto un lim…”

Ulrike, sentendo nuovamente la voce salmodiante di Don Caspio (come il mare), esclamò stizzita “MUUUUUUUUUUUUUU!” e, con un poderoso colpo di reni, diede uno strattone all’indietro cercando di liberarsi del guinzaglio ma il prete non lasciò la presa e, quando l’animale si mise a correre scendendo a tutta velocità lungo il dolce crinale della collina, puntò i piedi sul terreno ma, dopo appena qualche metro, si ritrovò sull’erba prono, trascinato e rimbalzante su ogni asperità del terreno.

– “Fermati! Razza di stupida vacca imbecille! Fermati, ho detto! Ti ho pagata un fracco di soldi! Ti ho concesso anche l’uso promiscuo della sala da pranzo della canonica! Inutile giovenca ingrata! Stronza! Bastarda! Non mi ascolti, eh? Ricordati della parabola del figliol prodigo! Io non sono un coglione come il padre di quel delinquente! Nossignore! E non porgo nemmeno l’altra guancia! Quando tornerai da me, ti faccio conoscere il mio amico Alvaro che fa il macellaio giù in paese! Hai capito? Fermati, brutta cicciona di merda! Altrimenti ti ritrovi braciola in men che non si dica!”, il tutto rimbalzando sull’erba con la tonaca che svolazzava alle sue spalle. Infine lasciò andare la presa e si rialzò faticosamente da terra osservando Ulrike che sgambettava qualche centinaio di metri più avanti non intenzionata a fermarsi.

(Fine della prima puntata)

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Individuazione del fine ultimo

Innanzitutto, cliccate qui.

So che dovrei sforzarmi per cagare fuori un incipit che abbia qualcosa di nuovo per l’ennesimo post-truffa di questo blog. Il fatto è che non mi viene in mente niente di meglio che “non ho più voglia di combinare un cazzo”… anche perché è solo la verità. Dieci anni fa lavoravo in azienda e mi facevo il culo in giro per il mondo a vendere roba di cui a me non è mai fregato un cazzo. Lo stipendio era ok, il lavoro era, all’inizio, una figata totale ma, dopo nemmeno due mesi, mi sono reso conto che non faceva al caso mio per via del jetlag, dei casini continui con i clienti e (soprattutto) per i ritardi della produzione che, per inciso, funzionava come il sistema fognario a Calcutta e mi costringeva a utilizzare tecniche da essere che striscia per calmare gli stranieri imbufaliti dall’altra parte del cavo telefonico. E tuttavia ho continuato a salire su aerei e a piallarmi il culo in ufficio perché così doveva andare, no? Finché mi sono sfracellato il cazzo di tutto quanto e ho mandato a fare in culo il nordest per diventare un precario della scuola pubblica.

Ebbene… tutti i miei colleghi si lamentano perché lo stipendio è una merda ma, tutto-sommato, a me va bene così. Il 9 Giugno sarà l’ultimo giorno dell’A.S. 2010/2011 e, vacca di una merda, anche se mai come nel corso degli ultimi otto mesi il tempo mi è sembrato non passasse mai, credo di non potermi lamentare.

Guardiamola dal lato positivo: mettendo in conto lo sciopero del 6 Maggio (a cui aderirò altrimenti sarei l’unico a non farlo e non mi va che la gente mi guardi male… no, stronzate, non me ne frega una merda del parere dei colleghi, il fatto è che un giorno di ferie è sempre un giorno di ferie), le elezioni amministrative e tutto il resto, mi rimangono altri ventisei giorni effettivi di lavoro. Dopodiché comincerò a grattarmi i coglioni in modo pressoché assoluto 24/7 per tre mesi… e riderò dietro a coloro che continuano a piallarsi il culo in qualche ufficio mentre i loro superiori gli rompono i coglioni costantemente perché, in tal modo, quello che sta sopra a loro crede che si stiano dando da fare (e invece non è così, è inutile far finta di no o girarci attorno: che si rompano i coglioni o meno a chi ti sta sotto, il fatturato non cambia). Dai, non ho vizi: non mi drogo, bevo un paio di birre il finesettimana e ogni tanto vado a troie… niente di grave, dico bene? Posso anche concedermi un hobby del genere, giusto? Ridere dietro a quelli che lavorano e cercano di risollevare il pil, dico.

Perfetto… cose da fare nel corso di questi tre mesi di assoluto grattamento testicolare:

1. Andare al Metal Camp perché ci sono gli Airbourne e non voglio perdermi per nessuna ragione Joel O’Keeffe che sale sull’impalcatura dell’impianto luci per l’assolo di chitarra più cazzone della scena. Di tutti gli altri gruppi m’importa un grandissimo cespuglio di cazzi quindi mi limiterò a girare per gli stand, a bere birra e a gonfiare i miei scolpitissimi muscoli per spararmi le pose con le metallare.

2. Ubriacarmi almeno una volta al mese e smaltire il doposbornia del giorno seguente percorrendo venti chilometri in bicicletta in meno di sessanta minuti. Alle due del pomeriggio. Col sole sul cranio. Così il mal di testa che viene dopo scaccia quello alcolico che si aveva prima. Funziona sempre, garantito al limone, queste cose le so perché le ho sperimentate su di me.

3. Guardare più video porno possibile perché bisogna tenersi aggiornati e non lasciarsi sfuggire nulla delle ultime tendenze. Dare consigli sul migliore porno che si può trovare su internet è uno dei miei campi di ricerca. Ho una certa esperienza alle spalle e ritengo di essere in grado di puntare il dito nella direzione giusta quando si ha a che fare con anal creampie e cumswap.

4. Sdraiarsi in spiaggia in un giorno qualsiasi di Giugno, pensare a quelli che si fanno il culo e possono andare in ferie solo in Agosto perché altrimenti l’azienda si ferma e ridere in modo grasso.

5. Bestemmiare in modo ricercato pensando che la seconda settimana di Settembre non è poi così lontana ma rilassarsi immediatamente tenendo conto che si può sempre tentare la fortuna giocando un paio di euri al superenalotto. Quindi ponderare il modo corretto di sputtanarsi il cazzigliaio di milioni che vincerò. Villa strafica ai Caraibi, capannello di troie extra-lusso che si accalcano attorno al mio scroto con le loro labbra, conseguenti tafferugli che scoppiano per accalappiarsi il mio glande.

6. Prendere in cosiderazione la possibilità di adottare un gatto per zingararlo a modo mio. Tipo… porta di vetro dello stereo aperta, io dietro la stessa che scuoto la scatola delle crocchette al pollo, felino che parte a tutta velocità in mia direzione e che si schianta col muso sul vetro. Io che rido in modo isterico puntando l’indice in sua direzione. Felino che mi guarda ed escogita una vendetta che mi servirà fredda. Io che rido ancora più istericamente perché tanto un gatto è troppo idiota per vendicarsi e può limitarsi solo a soffiare e a essere incazzato. Razza di idiota (il gatto, dico).

7. Devo riuscire a scrivere almeno dieci stronzate da fare nel corso dell’estate che ormai è dietro l’angolo. Ok, comprare un fucile ad aria compressa e sparare ai vecchi che guardano i lavori in corso. Poi scappare mentre rido in modo isterico subito dopo aver urlato “PENSIONATI DI MERDA! DOVETE MORIRE TUTTI! BRUTTI STRONZI MANTENUTI DEL CAZZO!”

8. Inventare insulti ricercatissimi e, allo stesso tempo, infantili. Tipo “indemoniato di sborra”, “coglione depilato” e “frocio culonoide con dieci mandinghi in culo di corsa”. Ridere istericamente ogni volta che si escogita un nuovo insulto particolarmente fantasioso. “Indagatore di ani afroamericani… BUAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHA! Tua madre è assolutamente una merda!”

9. Sostituire la zanzariera dello studio perché non scende più all’altezza giusta e ciò mi fa girare i coglioni vorticosissimamente. Pensare a qualcuno che possa fare il lavoro al posto mio e che non prenda più di venti euro per il disturbo. Se c’è qualcuno che ha bisogno di un paio di dieci euro e sa come si sostituisce una zanzariera, si faccia sotto.

10. Calcolare la quadratura del cerchio. Sì, col cazzo. Svegliarsi alle 10 del mattino e non alzarsi prima delle 11. Eventuale onanismo.

Ok, la roba che davvero conta: che ne dite di leggere un raccontino in cui Giorgiorgio Giorgiorgi trascorre un finesettimana in una stamberga isolata in montagna al solo scopo di massacrarsi il fegato di alchol e fare fuori un paio di mille neuroni con un bel po’ di sostanze psicotrope ma poi, pensa un po’, le cose vanno tutte a puttane (e ti pareva) perché c’è qualcosa che si nasconde nel sottobosco, qualcosa di incazzato e affamato con delle stracazzo di zanne lunghe venti centimetri? Sì, insomma, una porcheria horror-splatter con un pizzico di coglioneria che non fa mai male e rende tutto più interessante. Divertimento assicurato per tutta la famiglia, non so se mi spiego.

30 gradi.

Sono stato al centro commerciale a fare un giro ma, soprattutto, a comprare la pizza surgelata. Fuori trenta gradi (Evvai! Fanculo inverno, fanculizzati alla grandissima!), dentro venti grazie all’aria condizionata. Entro e noto due culetti di giovani fanciulle giusto davanti a me. Piego la testa di lato e una palpebra comincia a tremolare per i cazzi suoi, campanello d’allarme.

Cambio direzione e si materializzano altri culetti spettacolari, roba da esposizione, quelle chiappe architettoniche che solitamente si plasmano in tale guisa solo attraverso un durissimo lavoro di cardio-aerobica e una dieta a base di pesce, pollo ai ferri o al vapore, verdure non condite, frutta di stagione più stimolazione della diuresi con due litri di acqua non gassata quotidiani.

Mi sudano le mani, mormoro una bestemmia orrenda sottovoce e proseguo cambiando direzione. Penso che tra un mese si sposa uno che conosco e che due stronze hanno cominciato a smerigliare i coglioni a tutti con email idiotissime dove ipotizzano di organizzare scherzi cretini che, alla fine, non sono nemmeno scherzi ma solo stronzate da squinternate rincoglionite che pensano di essere divertenti e invece fanno solo venire voglia di bombardare donne e bambini inermi con ordigni al fosforo mentre si giunge alla conclusione che Gengis Khan, Attila l’unno, Vlad Tepes l’impalatore, Caligola e Nerone erano dei grandissimi fighi.

Così, già che ci sono, escogito uno scherzo a mia volta: aspettare che la cerimonia abbia inizio per infilare un esemplare maschio e adulto di tigre siberiana all’interno della macchina nuziale, aspettare che i due tapini escano dalla chiesa, si accorgano che c’è un felide incazzato per il caldo intrappolato nelle vettrua che li dovrebbe portare al ristorante, quindi puntare il dito in loro direzione e ridere istericamente mentre un altro bastardo ubriacone – che, nel frattempo, si è scolato mezza secchia di prosecco perché non gli scendeva il culo di ascoltare il prete che faceva la predica sulla famiglia, i figli e le delizie della vita domestica – li sommerga di schiuma ignifuga con un estintore che si è fottuto in canonica mentre nessuno lo guardava. Quindi ridere ancora più istericamente mentre tutti i presenti rimangono allibiti e lo sposo si pente amaramente di aver invitato certa gente.

Ah sì, per rendere lo scherzo ancora più divertente, afferrare il prete, obbligarlo a vestirsi da Batman e…

…epifania di altri culi e, a questo punto, capisco che c’è qualcosa che non sta girando per il verso giusto. Sbarbe che ridono giulive perché tanto non hanno nessun problema (ed è giusto che sia così) e guardano le vetrine mentre io sbavo come un leopardo che ha appena abbattuto una gazzella. Cioè, aspetta ‘n attimo, è tutto ocappa, tutto gira per il verso giusto, è solo che non gira come al solito ma va benissimo uguale, hey!

Da dove saltano fuori tutte queste fighette a spasso per il centro commerciale proprio quando io devo comprare la pizza surgelata? Me ne passano altre due vicino, carnagione chiara, capelli scuri lisci, occhi di ghiaccio, sorridono e parlano una lingua che, a occhio e croce, non è inglese.

Fanculo a tutto l’universo, maledetti tutti, maledetta la Sacra Sindone! Io devo comprare la pizza surgelata, assolutamente, sono qui solo per la pizza surgelata! Be’, accagare la pizza surgelata, cioè no, ho sbagliato, la pizza surgelata è una roba ok, sono io che comincio a vedere i numeri sul visore come Terminator che deve fare fuori Sarah Connor prima che rimanga gravida e caghi il suo moccioso.

È Aprile e fa caldo come se fosse Giugno.

A me il caldo piace, è l’inverno che mi fa cagare rododendri.

La pizza con la mozzarella di bufala a fine cottura.

NOOOOOOOOOOOOOOOO!

Sono ovunque!

Mi circondano!

E tuttavia mi trovo in prossimità del freezer gigante con i prodotti surgelati.

Afferro due confezioni di pizza surgelata e corro in direzione della cassa, sguardo fisso sulle piastrelle dozzinali del pavimento.

Davanti a me altri due culetti spettacolari.

Sono in fila per pagare.

Le proprietarie delle chiappe da Guggenheim hanno acquistato un rotolo di nastro adesivo trasparente… e non m’invento davvero un cazzo.

Arriva il loro turno, la cassiera, svogliatamente, abbaia “Uno e dieci!”, quelle non capiscono, così lei indica il display e una delle due paga.

Quindi se ne vanno sorridendo e sculettando con le mie pupille che seguono il ballonzolare dei loro glutei marmorei.

– “È pieno di stranieri il finesettimana…”, mormora la cassiera, infastidita perché si rende conto che non avrà mai un culo così e che non l’ha avuto nemmeno in passato. Stupida inutile cogliona imbolsita.
– “Eh?”, faccio io con gli occhi puntati su quella meraviglia ballonzolante.
– “Per fortuna che non hanno comprato altro perché oggi mi è già capitato di dover mettere da parte merce che non potevano pagare perché avevano fatto male i conti e non avevano i soldi giusti.”, aggiunge.
– “I soldi giusti? Potrebbero chiedermi quello che vogliono…”, sussurro io, senza pensarci.
– “Quelle farebbero presto a svuotarti il portafoglio!”, la cassiera pare che abbia un ph che oscilla tra lo zero e lo zero punto sei.
– “Chi se ne strabicazzo frega? Sono ricco sfondato.”, dico io.

Poi torno in me e mi rendo conto che sto in effetti tenendo una conversazione con una perfetta sconosciuta che mi giudica un maiale schifoso sciovinista che ha scelto la mercificazione del corpo femminile come filosofia di vita.

Pago. Non saluto e me ne sfanculo via con le mie due confezioni di pizza surgelata.

All’esterno un bus con targa serba.

La Serbia è un grande paese.

E noi l’abbiamo bombardato.

Ciao.

Calamità letterarie e cazzeggio librario in generale.

Allora, prima di tutto l’altro ieri ho riso talmente tanto che mi è sfuggito un peto mentre guardavo “Jackass 3D”.

In secondo luogo, leggetevi questo meraviglioso, fantastico, arrapante & sventraculi-in-senso-buono articolo del Duca; francamente era da un pezzo che non mi imbattevo in qualcosa di tanto buono nella blogosfera nel marasma informe della fetenzìa che impera incontrastata e con pugno ferreo l’interwebz. Sempre che non siate un branco di miserabili beghine che leggono la maestrina del nordest (seh, col cazzo che la nomino e la linko), nel qual caso potete venire a leccarmi la piastra (ho finito le spugnette), razza di sguattere che non siete altro.

In terzo luogo, non so cosa sia successo di preciso, fattosta che improvvisamente il click counter del mio blog è schizzato al cielo come un getto di squirting di Deauxma passando, come d’incanto, da 100/150 a 600/800 (con punte di 1000) visite quotidiane. Il tutto senza che io combinassi niente, nada, nothing. Non ho nemmeno aggiornato con tutta ‘sta frequenza, per dire.

Sono un pigro figlio di troia e la Primavera appena iniziata non fa altro che indirizzare il mio pensiero in direzione della vagina.

La vagina è una roba gustosissima.

Prelibata! Gnamgnamgnam!

Mai provato a mangiare vagina avendo avuto prima cura di spalmarvi sopra della senape? Deliziosa!

Vagina con salsa tartara. Un vero paradiso per le papille gustative!

Vagina e tartufi trifolati? Ottima!

Vagina, caviale e cren. Yummy!

Vagina e basta, liscia, pura, inadulterata. Non le si può dire di no! Nossignore!

Se poi si scende un po’ più in basso, si può anche apprezzare l’aroma tipicamente secco di culo… DIOCANE-DIOBOIA-DIO BESTIA & MADONNA PUTTANA… LA VAGINA MI STA RENDENDO PAZZO! AAAAAARRRRGHHHH!

Bon, parliamo di libri, va’, ché altrimenti finisce che scrivo una disanima di tipo tre righe sul perizoma nero che spunta dall’orlo dei jeans a vita bassa delle giovani fanciulle che camminano vezzosamente per i corridoi che frequento quotidianamente… e non andrebbe mica un cazzo di una merda di niente bene perché, nel giro di pochi secondi, manderei in vacca questo articolo prima ancora di terminare queste righe introduttive e mi fionderei su xhamster alla ricerca di analcreampie e gonzo. E finirebbe tutto quanto in uno tsunami di sborra (la mia).

Allora, no? Con ogni probabilità, se Bixx si imbatterà in queste righe, avrà fortemente da ridire… del resto la varietà di mutande che la gente indossa è paragonabile alla diversificazione infinita riscontrabile nella perfetta simmetria concentrica dei fiocchi di neve. Idem per i gusti e le opinioni personali, giusto?

Guarda che roba! È più grosso del culone di quella merda di tua madre puttana! Incredibile!

Allora, no? C’era una volta uno scrittore americano che prediligeva il flusso di coscienza come stile letterario quando non stendeva articoli sugli argomenti – a dirla tutta, ottimi articoli – più disparati come giornalista freelance. Senonché tutti lo consideravano un genio e compagnia bella però lui soffriva di depressione e un giorno si è impiccato o sparato, bu non mi ricordo e non ho nemmeno voglia di andare a cercare notizie più precise su wikipedia, comunque è morto.

Insomma, qualche tempo fa, girando tra gli scaffali di una libreria frequentata da tutta la crema culturale cittadina, mi sono imbattuto in questo figlio di puttana di mille e rotte pagine intitolato “Infinite Jest” e, dato che avevo letto da qualche parte che si trattava della più incommensurabile figata disponibile sul mercato, ho fatto due conti e sono giunto alla conclusione che le femmine che girano per strada con i jeans a vita bassa o i leggings neri, vedendomi camminare sotto i portici con un bastardo di un cazzigliaio di pagine sotto il braccio, avrebbero capito che sono un ragazzo sensibilie con l’animo del poeta maledetto che pensa al suicidio, un dandy amante della cultura, uno che, dopo aver letto la lista delle dieci cose per cui vale la pena vivere di Roberto Saviano sul sito di repubblica, ne ha compilata una a sua volta e, al numero uno, ha messo “osservare, in preda all’estasi, la cupola del Cenotaph a Newton anche se non l’hanno mai costruito”, uno in grado di conversare di qualsiasi argomento ma che riesce a buttare sul piatto lo strutturalismo diacronico anche quando si parla di costa e polenta; insomma uno stronzo da portare a casa dei genitori per fare una porca figura (“Pensavi che mi sarei messo con un meccanico, eh? E invece no, beccati questo straccione che legge e non fa un cazzo tutto il giorno. Papà!”), uno che parla con la erre spastica e tutto quanto, ok? Così, giocoforza, mi avrebbero consegnato la figa su un piatto d’argento. Ci ho messo tipo due minuti per prendere la decisione… l’ho comprato e ho, allo stesso tempo, incrociato le dita.

Dunque, non solo ci sono un cazzigliaio di pagine, ma le stesse sono scritte in modalità brickwall, nel senso che raramente, dopo un punto, c’è anche un a capo. Così, escludendo alcuni capitoli infarciti di dialoghi (a dire il vero piuttosto brillanti), ci si imbatte in periodi interminabili e fiumi di parole che il lettore medio faticosamente riesce a seguire senza perdere la trama di quanto sta accadendo, sempre che stia effettivamente accadendo qualcosa. Alcuni capitoli, inoltre, sono veri e propri racconti del tutto slegati dal resto della vicenda… e, a proposito, c’è una vicenda?

Insomma: se qualcuno ha intenzione di addentrarsi nella lettura di un trattato di scrittura creativa in forma di romanzo post-moderno sul tennis agonistico e la tossicodipendenza che ha per protagonista un figlio di troia allucinato all’ultimo stadio che conosce a memoria l’intero dizionario della lingua inglese, si aliena sempre più da ciò che lo circonda e vive in un universo dove nel calendario gli anni non vengono più contati con i numeri ma catalogati per sponsor (tipo “Anno del Pannolone per Adulti Depend”), se non trova fastidioso che, di quando in quando, la narrazione sia interrotta da blocchi di testo che, all’apparenza, nulla hanno a che fare con ciò che si è letto fino a quel punto, be’, allora “Infinite Jest” di David Foster Wallace è il libro che fa per voi.

Per quanto mi riguarda, mi sono fermato circa a metà e non ho intenzione di riprenderlo in mano. D’accordo c’è un sacco di talento e tutto quanto ma non ho tempo di stare dietro a muri di prosa simili né mi scende il culo di spulciare le numeorissime note al testo (circa un centinaio di pagine di appendice stampate in corpo minuscolo), ho già letto “Etica” di Spinoza all’università e mi basta; lascio “Infinite Jest” ai veri appassionati di cultura, io sono uno che beve birra.

Così, mollato il mattone, sono passato a questo:

Neil Strauss ha colpito ancora.

Dopo aver pubblicato una delle migliori biografie rock disponibili sul mercato (sto parlando di “The Dirt”), è stato contattato da Jenna Jameson per fare da ghost-writer per le sue memorie. E, gente, anche in questo caso è andato a segno, strike pieno.

Il materiale a disposizione di Strauss era, in effetti, copioso e tutt’altro che noioso. Trovarsi di fronte a una delle icone del porno americano, significa avere a che fare con un catalogo di anedottica di prima qualità. Tuttavia l’abilità dello scrittore è riuscire a mettere assieme le tessere in modo pressoché perfetto e ricavarne uno scritto che si fa leggere nel giro di pochi giorni.

Ok, dopo aver preso in mano (e aver cercato, senza successo, di terminarlo) “Infinite Jest”, qualsiasi squacquera può sembrare scorrevole e divertente. Mi spiego meglio: c’è una remota possibilità che il mio giudizio sia stato in parte viziato dalle condizioni nelle quali il mio scroto si è trovato a essere prima di immergermi nella lettura di “How To Make Love Like A Pornstar”. Fattosta che la biografia di Jenna Jameson è un ottimo tonico per i testicoli che penzolano all’altezza delle caviglie.

Non c’è un attimo di tregua: si viaggia a tutta birra dall’adolescenza all’età adulta di Jenna. E c’è davvero un sacco di roba interessante: dalla violenza sessuale che Jenna, allora sedicenne, ha subito da parte dello zio del suo primo ragazzo, al primo incontro saffico con una collega ballerina di lap-dance; dall’esordio nel mondo del porno, alla gestione di un set a luci rosse; dai gironi più profondi della tossicodipendenza, alla rinascita come produttrice a luci rosse milionaria.

Sto per utilizzare un luogo comune ma non me ne frega una merda perché in ogni caso si tratta della verità: quando si prende in mano “How To Make Love Like A Pornstar”, si è costretti ad arrivare alla fine.

Jenna Jameson più Neil Strauss uguale rock and roll.

Diciamoci la verità: i libri che ti fanno ridere, commuovere, incazzare nonché avere un’erezione rocciosa si contano sulla punta delle dita.

Unica controindicazione per il pubblico italiano: “How To Make Love Like A Pornostar” è al momento disponibile solo in lingua inglese perché gli editori della penisola pare che siano più interessati a Paulo Coelho e altre stronzate simili che piacciono alle femmine ciccione che si strafanno di cioccolato e panna e hanno bisogno di un’ulteriore scusa per deprimersi ancora più di quanto lo sono.

Stupide coglione trippochiappone.

Ah, Lansdale… negli ultimi tre anni (perché prima di tre anni fa l’avevo solo sentito nominare) questo texano karateca mi ha dato un sacco di gioie. Non mi ha ancora deluso, questo figlio di troia.

Era da un pezzo che stavo dietro a “Echi Perduti” perché la trama, di cui avevo solo una vaga idea, sembra un episodio inedito di Twilight Zone. Alla fine Fanucci ha deciso di ristamparlo in un’elegante edizione a copertina rigida col prezzo di un paperback così, quando l’ho visto sullo scaffale, non ho potuto far altro che guardarmi attorno per assicurarmi che non ci fosse qualche altro stronzo che aveva adocchiato il volume con l’intenzione di soffiarmelo sotto il naso e appropriarmene.

Ebbene: “Echi Perduti” è uno dei migliori romanzi che ho letto negli ultimi mesi; la storia, in fin dei conti, non è nulla di eccezionale (uno sbarbo squattrinato che ha le visioni ogni volta che si trova in un luogo dove qualcuno è stato fatto fuori in modo violento e che, a causa di questo “dono”, si ritrova nella merda fino al collo perché ha inavvertitamente pestato i piedi a un pezzo grosso che, come dire, non è che abbia proprio la coscienza a posto… e non ho spoilerato un cazzo, ok? Si tratta di materiale che si trova sulla sovracoperta… o forse sì? Cazzo me ne frega amme comunque?); ciò che davvero fa la differenza è lo stile.

La sensazione che ho avuto, girando una pagina dietro l’altra, è che il texano si sia trovato davvero in uno stato di grazia quando ha scagazzato “Echi Perduti”. Dev’essersi seduto alla scrivania e aver lasciato che le parole fluissero da sole, senza sforzarsi di cercare il vocabolo giusto; in pratica si dev’essere divertito come un porco nel fango.

Di seguito riporto un brano tratto dal libro perché si tratta di una vera e propria enciclopedia dell’insulto. Pronti? Via.

Chiudi quella bocca, Joey. Ho solo un grosso problema con l’alcol. Non sono gay. Ma se lo fossi, voglio che tu sappia che sarei il migliore succhiacazzi che abbia mai trafficato con una cerniera lampo. Te lo dico perché tu sappia che quando decido di essere bravo in qualcosa, ci riesco. E te lo dico perché tu sappia che sono bravissimo a menare la gente. Te lo dico perché non sono affatto convinto che tu sia davvero amico di Harry. Penso che tu sia un piccolo parassita del cazzo che succhierebbe il sangue dalle palle avvizzite di una iena morta. (…) Sei stato tu a dare il via a tutto questo, stronzo. Volevi sapere qualcosa sul mio conto e ora che i miei sentimenti più veri sono affiorati non intendo sopirli. Credo che tu sia un dannato pezzo di merda di cane, un pezzo di merda fibrosa e sbiancata dal sole, esposta al vento su una collinetta infestata dalle formiche. (…) Chiunque non sia cresciuto assieme a te non ti concederebbe nemmeno quindici minuti in una latrina all’aria aperta, a meno che non fosse scoppiato un incendio e tu non fossi legato alla tazza del cesso. Sei il peggior stamaledetto sfigato che sia mai esistito dal giorno in cui gli sfigati sono stati inventati, sei come una fottutissima malattia: diffondi i tuoi germi da sfigato, da stronzo di cane secco e sbiancato, ovunque tu vada, nella speranza di trascinare tutti gli altri nella fogna insieme a te, razza di tronfio pezzo di merda di cane che se ne va in giro a ingurgitare piscio con andatura semi-umana. Penso di essermi tolto un peso dallo stomaco. (…) Ah, un’ultima cosa. Se alzi la voce e ti metti a imprecare contro di me o ti comporti in maniera poco educata, ti sveglierai con un fottutissimo tubo su per il naso e un altro infilato nell’uccello. Penserai di essere un astronauta con tutti quei tubi che ti spuntano dal corpo. Ti picchierò e ti percuoterò e ti sbatacchierò e ti pesterò e ti prenderò a calci e farò più o meno qualunque cosa mi venga in mente, fino a menarti con una di queste sedie e magari con alcuni degli avventori. Per cui non dire nulla. Non una dannatissima parola, anche se fosse in greco.

Questa roba è più METAL degli Slayer.

Ok, per concludere, se lo trovate in edicola, compratevi questo:

Si tratta di due romanzi di Michael Swanwick raccolti in un unico volume.

In questo momento mi trovo circa a un terzo del percorso; tuttavia quello che ho letto fino a questo punto mi sta facendo godere come un opossum. È tutto scritto come il porcoiddio comanda e ci sono trovate davvero geniali. Non si capisce bene quale sia l’ambientazione perché ci sono cellulari, centri commerciali, elfi, troll e draghi meccanici senzienti; insomma un minestrone. Ma un minestrone che funziona alla grande. 638 pagine per 7,50 €uri. Filate in edicola e basta.

Ok, brutti stronzi!

Mi ci vuole un po’ di tempo, d’accordo? Sto cercando di terminare il finale giusto di “Ship Of Fools” e, in tutta franchezza, mi ci sto divertendo un sacco. Non voglio farmi prendere dalla fretta e mandare tutto in merda. Qua c’è in ballo un sacco di materiale che “Mistero” e “Voyager” mi fanno una rubicondissima grassa sega, ok? Non anticipo un cazzo anche se, a dirla tutta, l’ho già fatto nei mesi scorsi quando ritenevo improbabile che avrei terminato l’epopea dei due studentessi.

Nel frattempo, se proprio non avete un cazzo da fare, potete fare click qui e dire che vi ho mandati io.

Un altro caso di mongoloidìa incurabile

Questa storia sta diventando anche meglio di Beautiful con Ridge che si scopa tutte le fighe random che gli capitano a tiro mentre sua madre si fa ingravidare il culo da un modello bisessuale che, quando non gli scende la coglia di infilare l’iguano all’interno della flaccida crepa della vecchia scopa acida, si fa leccare lo scroto dalla nipote della stessa (che ha appena compituto diciotto anni ma non sa ancora se è meglio Harvard o Cambridge) mentre Thorne glielo pianta nel culo in un momento di dubbio mutualmente mnestico.

Premesso che, dopo Awake, i Dream Theater mi hanno sceso la coglia e che non ho più cagato di striscio la loro produzione se non scaricando quanto fosse possibile trovare in P2P (per poi liberare lo spazio dell’hard disk dopo aver resistito per la bellezza di trenta secondi senza addormentarmi), c’è da dire che quanto sta accadendo in questi giorni era proprio ciò che serviva per rivitalizzare l’interesse nei confronti della formazione americana… e non sto parlando dell’interesse nella loro produzione musicale, ovviamente.

La storia ormai la conoscono tutti, d’accordo, ma sono gli sviluppi recenti che davvero rendono tutto un sacco più divertente.

In pratica Mike Portnoy, non accontentandosi più di avere un kit con sette bass-drums, novantacinque tom, ventinove octoban, sedici cowbell, cinque rullanti, undici charleston e una mitragliata di crash, ride, china, splash e gong assolutuamente fini a se stessi, ha pensato bene di sfanculare tutti e andarsene in vacanza per un anno dato che non ne poteva più di salire e scendere dagli aerei e dai bus senza avere il sacrosantissimo diritto di scoreggiare e ingollarsi un paio di keg di Bud Light e mezza secchia di Jack Daniels con cadenza quotidiana.

“In fin dei conti” – avrà pensato – “Io sono il co-produttore! Sono quello che scrive i testi! Quello che sceglie gli arrangiamenti! Quello che finisce sulla cover di Drumclub Magazine! SONO IO QUELLO CHE FA GLI ASSOLI LUNGHI DUE SETTIMANE E CHE HA SETTE SIDE-PROJECTS IN PIEDI! SONO IOOOOOOO KHUELLOHW! HEY! Quindi, se a mi va di sfancularmene ai Caraibi ad arrostirmi il culo sotto il sole per tutto il cazzo di tempo che voglio, gli altri del gruppo possono solo dirmi Ok, amico, ne hai il sacrosanto diritto! Ragiono male? Non so…”

Senonché non è andata proprio così e gli altri quattro lo hanno licenziato.

E Mike: “Ah be’, frega cazzi. Tanto ho registrato l’ultimo disco degli Avenged Sevenfold e adesso faccio il tour con loro fino a fine anno e poi me ne vado in vacanza per tutto il cazzo di tempo che voglio e, quando mi scende il culo di farlo, faccio un altro disco ancora più strafico di quello che ci ho già fatto assieme… ché loro sono più giovani e freschi di voi. E tiro su un sacco di grana in più senza di voi, con le groupies che mi si attaccano ai testicoli con la lingua, gnegnegnegnè!”

Cioè: non è che abbia detto proprio così ma sicuramente è quello che gli è passato per la testa. Ha creduto di avere il culo coperto e al caldo.

Senonché, finito il tour con gli Avenged Sevenfold, quelli del gruppo gli hanno fatto sapere che forse avrebbe fatto meglio a cercarsi un’altra band perché loro col cazzo che avevano intenzione di tenerselo in mezzo ai coglioni più a lungo di quanto il contratto stabilisse… già… perché pare che Mike avesse cominciato fin da subito a dare consigli di natura musicale a tutti, a suggerire come vestirsi, come posizionare la batteria sul palco, come suonare certi riff, a concedere interviste dove faceva intendere senza mezzi termini che ormai faceva parte dell’entourage… in poche parole: è riuscito in un lasso di tempo brevissimo a sfracellare i coglioni in maniera severa urbis et orbis.

Ed è rimasto, come ogni bastardo che riesce a fare una ics su un foglio a mano libera riuscirebbe a intuire per conto suo, con i glutei sull’asfalto.

La parte che fa davvero ridere un sacco… ripeterla è una goduria…

Il povero Mike, disoccupato come un cocopro a cui è scaduto il contratto, ha cominciato a osservare il suo kit (che occupa un paio di ettari) e a ragionare tra sé e sé; ha ritenuto opportuno che fosse il caso di mettere da parte l’orgoglio perché, in fin dei conti, ha una famiglia e qualche moccioso da mantenere così ha provato a rimettersi in contatto con i Dream Theater per cercare di tornare a sbattere tamburi con loro ma quelli, a quanto pare, da quell’orecchio non ci sentono nemmeno un po’… così hanno incaricato il loro avvocato di far sapere al loro ex-percuotitore di pentole e mediocre back-cantante che non se ne parlava manco per questo cazzo, hahahahahaha!

La sensazione che si ha – o, per lo meno, quella che ho avuto io – è che i bastardi non aspettassero altro che l’occasione giusta per sfancularlo una volta per tutte così, non appena il trippo-chiappone megalomane con la batteria e la testa gigantesche ha detto che si meritava una vacanza un po’ più lunga del solito, quelli gli hanno risposto che non potevano concederselo perché c’era da cominciare a comporre e provare il nuovo materiale per il prossimo originalissimo e per nulla noioso disco, pre-produrre tutto quanto in cantina, spendere un paio di lune piene in studio a registrare il bastardo, infine ri-piazzare il culo sui sedili degli aerei e dei bus e andare in tour per, minimo, sei mesi.

Così Mike ha caricato il suo kit su un paio di tir, ha fatto così…

…e se n’è tornato a casa a testa alta perché tanto lui è il batterista migliore dell’universo, non ha bisogno di nessuno, non gli mancano di certo gli ingaggi e comunque ormai fa già parte degli Avenged Sevenfold.

Salvo poi, a distanza di qualche settimana, postare quanto segue nel forum del suo stesso sito:

Fairly recently, I reached out to the guys to try and make amends and offered to reconcile for the sake of having peace back in our lives… (plus I know how much it meant to a lot of the fans…)

I figured it was still possible to try and save us, because they hadn’t made any announcements yet or begun any public activity with another drummer… but sadly, they declined my offer (well, actually their lawyer did… they didn’t even tell me themselves….)

Sorry, gang, I honestly gave it my all…

So now the fans on my Twitter and Facebook can please stop asking me to go back to DREAM THEATER… I tried, and the door is now shut… The ball is now in their court, not mine…

I’m not crying or looking for mercy by posting this… I am merely trying to set the record straight as that is always the most important thing about my relationship with you guys… No BS, no spins, nothing to hide… and for better or for worse, I tell it like it is… I’ve also recently seen some people accuse my online activity of ‘looking for attention or media coverage,’ or ‘looking for sympathy,’ but it’s honestly none of the above… I merely value having an open and active communication with my fans… Always have, always will… It is the cornerstone of everything I’ve done since day #1 with DREAM THEATER…

This was posted here FOR YOU GUYS to know about… here on MY message board on MY website… If it ends up on Blabbermouth or wherever else, that is THEIR choice to spread, I did not request it or send out a ‘press release’…

Anyways, onward and upward…

I’ve got a lot of great music and ideas waiting to come out of me and alot of exciting collaborations in the works…so goodbye 2010…bring on 2011!

DE-HE-HI-HO…

Quando anche quelli che si iscrivono al tuo forum e che, fino all’altro ieri, ti idolatravano considerandoti il più gigantesco batteraio della Via Lattea, ti consigliano di essere umile e, più in generale, di mangiare un bel bigmac con la volpe, be’, a quel punto, ti metti a frignare PUBBLICAMENTE e scrivi che tu hai provato a tornare nel gruppo con i ragazzi – “Dai, ci divertiamo! Facciamo altre due-tre canze di un quarto d’ora/venti minuti… con settantacinque cambi di tempo e un cazziliardo di scale all’unisono! Un bel concept sulla Cattività Avignonese o la Peste Nera! Lo chiamiamo Extemporary Visions From A Shattered Rearview Timeship Mirror, un bel triplo CD da duecentoquaranta minuti con parti recitate da Ian McKellen… merda evocativa! Daidaidaidai! Facciamo uscire anche l’edizione limitata per collezionisti in sei vinili! Roba fica come ai vecchi tempi! Fatta?” – e che l’hai fatto solo per i fans che lo chiedevano (non perché, dentro di te, ti rendi conto di aver combinato una suprema cazzata, razza di ipocrita!) ma quegli stronzi insensibili non si degnano nemmeno di dirti di no in faccia e lasciano fare il lavoro sporco al loro avvocato… come dire…

L’avvocato hanno mandato, ha!

A occhio e croce, mi sa che una futura reunion è probabile come il mio cazzo all’interno della fregna depilata di Federica Nargi.

Che figa Federica Nargi… le leccherei anche le suole delle scarpe. Bon, torno ad ascoltare un po’ di musica come lo sporcoiddio comanda… tipo:

Quello che ci aspetta…